Attenzione: pezzo lungo che contiene un piccolo spoiler.

L’ottimo blog And Now the Screaming Starts segnalava qualche giorno fa questo articolo su The Observer. Il pezzo parte dalla nota posizione che intende l’horror come incubo, parto rivelatore di una specie di inconscio culturale più o prima che rito esorcistico, e interpreta i sogni i ricorrenti del genere per diagnosticare traumi e disfunzioni degli Stati Uniti. La prospettiva americano-centrica dell’articolo è generalmente inadatta a leggere l’horror di diversa provenienza e in alcuni casi (quello di Texas Chainsaw Massacre, per esempio) la linea interpretativa proposta mi trova discorde, ma le considerazioni di Egerton sugli zombi arrivano a un punto che secondo me non andrebbe trascurato.
I discorsi sul sottogenere partono per tradizione dal presupposto che lo spettatore dovrebbe identificarsi con i vivi o comunque comprendere i vivi. In un contesto ormai pacificamente abituato a guardare la storia “dalla parte del mostro”, il Living Dead resta ciò che non vorresti mai essere. Le sue basse opportunità di attrarre proiezioni derivano della scarsa desiderabilità della condizione in cui si trova: mangiare umani non gli garantisce superiorità o potenza, la sua immortalità non si associa alla conservazione del corpo né a quella della coscienza; similmente, ha poche speranze di attrarre comprensione: non è un individuo, non ha una storia, non può ispirare la compassione, eccetera.
Bene, anche la massa – non il gruppo, il branco, la comunità, il consorzio: proprio la massa indifferenziata – può possedere attributi desiderabili. Per esempio quello individuato dall’articolo di Egerton: l’assoluzione dalla responsabilità. Una volta nebulizzata su una moltitudine incalcolabile, la necessità di rispondere delle proprie azioni pubbliche perde il suo peso e poi evapora. L’orda cannibale resta così a pascersi di carne nella perfetta innocenza “legale” di chi non ha compiuto un’autentica scelta. Lungi dal risultare colpevoli, i Morti Viventi appaiono come vittime di un male irresistibile che aggredisce il corpo e il libero arbitrio. E intanto mangiano e mangiano.
A integrazione di queste interessanti osservazioni aggiungerei che nel gruppo dei sopravvissuti si può spesso assistere al processo inverso. Agglomerati in una comunità tanto piccola e diffidente da amplificare all’estremo l’osservazione (e il giudizio) sui comportamenti dei propri membri, i vivi si trovano in un contesto che chiarisce in modo spietato la correlazione tra causa e effetto, decisione e soluzione. Sotto gli occhi di tutti il sopravvissuto sceglie (una posizione, un leader, un ruolo) e si carica personalmente sulle spalle le responsabilità che ne conseguono.
Il fumetto di Kirkman, The Walking Dead, ossessivamente concentrato proprio sulle relazioni interne a una piccola comunità di sopravvissuti, lascia emergere prepotentemente il problema della responsabilità, spesso ricorrendo alla formula tragica/moralizzante del contrappasso. Nel corso della saga i personaggi fronteggiano fatalmente il risultato delle proprie azioni: Rick paga il prezzo del suo stesso indurirsi così come ne riceve i benefici e fa esperienza dei costi dell’autorità (non vorrei spoilerare troppo, diciamo solo che le traversie della mano mi sembrano un simbolo abbastanza preciso); non parliamo neppure di casi eclatanti come quello di Hershel o della faida a base di tortura tra Michonne e il Governatore, pensiamo semplicemente alla catena di rese dei conti scaturita dalle “piccole” dinamiche tra Tyreese, Carol e Michonne.
La proverbiale equivalenza tra i vivi e i morti, esplicitamente illuminata da Kirkman per bocca di Rick, sussiste certamente nella sua forma romeriana, con entrambi i fronti consumati dal regresso hobbesiano e dediti a un cannibalismo più o meno metaforico. Resta però una differenza abbastanza forte: i vivi devono continuare (ricominciare?) a campare con il peso delle proprie scelte sul groppone. Scelte che escono dall’intimità delle urne e dall’anonimato dei plebisciti per esistere con una firma, una faccia, un’impronta digitale tatuata addosso. Se spari di soppiatto in testa a un tizio “pericoloso”, probabilmente qualcuno ti sta guardando. Se decidi di impietosirti per un tipo che sembra gentile e poi salta fuori che i tuoi criteri di giudizio sono ingenui, a rimetterci sarà la comunità intera.
Dopo l’apocalisse zombi non c’è margine di errore e non c’è verso di distribuire le responsabilità e le colpe. Il libero arbitrio- conseguenza della vita, suo privilegio, suo fardello – è un anello fondamentale nella catena tesa tra sopravvissuti e morti viventi per definire la relazione in termini di somiglianza e non di identità. La rappresentazione dei vivi, in The Walking Dead, affronta anche questo problema: come, e quanto a lungo, un uomo medio degli anni zero può tollerare una simile pressione?
Per quanto concerne la rappresentazione dei morti, il fumetto di Kirkman celebra il ritorno alla tradizione romeriana, cosa in qualche modo simile a una presa di posizione in tempi in cui gli infetti e i corridori invece di trattenersi nei confini dell’eccezione sperimentale si sono costruiti un sotto-sottofilone tutto per loro, trasmigrando perfino nei possedimenti diretti dello zio George tramite il remake di Zack Snyder.
La versione per la TV di Darabont segue la stessa strada, ma senza intransigenza. Non è tanto questione di “farli correre o non correre” – i vaganti della serie sono una specie di via di mezzo – quanto di optare per un horror plumbeo piuttosto che forsennato, concentrato sulle azioni umane, drammatico e – in un certo senso – particolarmente “puro”, poco contaminato con generi come la commedia o l’action. Un merito personale di Drabont, per come la vedo, è da individuare nella costruzione di una simmetria stringente tra i cambiamento dei vivi che vanno adeguandosi allo scenario postapocalittico e la rappresentazione dei Morti Viventi, filtrata appunto dalla percezione dei personaggi che respirano e ordinata in base alla posizione del pericolo che li minaccia. Dico che si tratta di un merito personale non perché in Kirkman questa roba fosse assente, ma perché nella serie la si trova non solo calcata, anche approfondita.

La posizione esistenziale maggioritaria nella zombata è sicuramente “io non sono ok – tu non sei ok”. Si tratta di un sottofilone cinico: gli zombi sono pericolosi, gli altri umani sono pericolosi e tu sei pericoloso perché tutti, sotto sotto, fanno schifo. L’apertura di The Walking Dead, paziente, sentimentale e focalizzata su personaggi – sia morti che vivi – che non fanno schifo affatto, è spiazzante.
In generale non posso negare di aver trovato il pilota meno “divertente” di quanto mi aspettassi, credo sia stato penalizzato da un eccesso di familiarità. Voglio dire: comincia con una bambina zombi, uno dei cliché più cliché che ci siano; segue il risveglio, bello ma impossibilitato a suscitare meraviglia dall’accumulo di citazioni (da 28 giorni dopo al fumetto, dal fumetto alla serie); e poi c’è la scena del cavallo, che è ottima ma pure sovraesposta: il fatto di essere stata ampiamente usata per la promozione ha probabilmente ridotto la sua capacità di impatto. Insomma, nell’insieme ho vissuto “la parte violenta” del primo episodio come un’esperienza piacevole (morti viventi molto umidi, molto lerci) ma un po’ immiserita dall’effetto déjà-vu. La sorpresa, accentuata dal contrasto, è arrivata dalle scene senza sangue, che sono strane perché intrise di dignitoso cordoglio, compassione, pietas.
Morgan non riesce a finire la moglie, Rick torna a cercare un tronco umano che striscia per i giardinetti al solo scopo di porre fine al suo strazio con una pallottola e soprattutto entrambi – umani! adulti! maschi! – piangono un sacco. Sono tristi, preoccupati e hanno nostalgia dei “giorni perduti”, così, invece di ricaricare un fucile a pompa, contrarre la mascella e fissare stoici un orizzonte gremito di mani e lamenti e denti e ruggiti, tirano su col naso, non riescono a finire le frasi e frignano. Le azioni in cui li vediamo impegnati sono roba come darsi una mano fra gente per bene, cercare di accudire un bambino, dare l’equivalente zombesco di una degna sepoltura ai cadaveri che camminano.
Questa cosa mi ha sconvolta, non ci sono abituata. All’inizio non mi è sembrato realistico e ho telefonato a Peter Pain per lagnarmi: “Effetto z-word a palla, vecchio mio. Gli zombi irrompono in un mondo che non ha mai visto George Romero. Troppo comodo fare la sposa cadavere con un marito che non era in sala ai tempi del miglior morso della storia del cinema”. Poi ho capito che in fondo questa roba è realistica. In questa fase della narrazione i protagonisti vedono i morti viventi come Frank Darabont li mostra a noi: essere ripugnanti e patetici, quasi inoffensivi, corrotti nel corpo e deboli nella mente. Vittime.
Nella prima puntata di The Walking Dead gli zombi sono ancora il Prossimo.
Nella seconda invece diventano il Nemico. Aumentando di numero acquisiscono la capacità di nuocere che determina il salto. Il singolo zombi rimane una vittima, un tizio che in qualche misura ti somigliava e che forse era perfino un altruista (un donatore di sangue per esempio). Chiunque sia stato, una volta immerso in un mare di comparse con la stessa brutta cera diventa comunque un nemico affamato. Puoi sempre fargli il funerale prima di rubare le sue budella, ma per convincerti che ne valga la pena hai bisogno dei suoi documenti.
Quando la prospettiva sugli zombi slitta in questa direzione anche le relazioni tra i superstiti si trasformano. Emerge la miserabile ossessione umana per il potere e la gerarchia. Tornano i conflitti intestini. Dopotutto siamo in un supermercato con le porte a vetri e c’è in giro gente che usa l’espressione “nigger”, è tempo di riconoscere gli uomini cattivi e di mettere alla prova le convinzioni di quelli buoni.

La terza puntata, per il resto dominata da una lunga sosta al campo e dal subplot soap-operistico del triangolo Shane-Lori-Rick, continua a scavare nella stessa direzione presentandoci un gruppo di sopravvissuti più barbarico e dilaniato rispetto a quello descritto dall’originale di Kirkman alla stessa altezza cronologica. In particolare il fratello di Merle, spalleggiato in questa funzione dal cafone che gonfia la moglie (al momento mi sfugge il nome), approfondisce un elemento che accompagna il genere almeno dai tempi di Zombi: quello degli umani che “si trovano bene” nella società rifondata dall’apocalisse, estrema e crudele.
Nella puntata precedente, prima di essere messo al tappeto, Merle era riuscito a farsi “eleggere” capo puntando un fucile da caccia contro i suoi compagni, tuttavia le circostanze lo inquadravano solo come problema: il matto-razzista-che-sbrocca e mette in pericolo tutti, un essere semplicemente dannoso e privo di utilità. Daryl invece torna al campo carico di cadaveri di scoiattoli dei quali il gruppo potrà nutrirsi, esplicitando il fatto che un’ottusa testa di cazzo capace di usare le armi dopo l’apocalisse zombi può diventare un problema, sì, ma anche un utilissimo cacciatore, una risorsa per la società.
Un po’ come certi prigionieri descritti da Levi, orribilmente capaci di abitare la mostruosità del lager, Merle e Daryl sono persone che hanno più probabilità di emergere e salvarsi in un mondo in cui l’abitudine alla violenza e un belluino istinto di sopravvivenza possono rappresentare una risorsa. L’immagine della mano di Merle, che chiude (prevedibilmente) una puntata apertasi con il suo astioso discorso a Dio, rafforza questa impressione omaggiando l’efficienza della sua scelta da lupo.
L’episodio di lunedì scorso, in pratica, offre una panoramica su quanto di violento si annida nella micro-comunità dei superstiti, con tutti i potenziali rischi che ne conseguono; non a caso si tratta, per il momento, dell’episodio a minore densità di zombi.
Nella prima puntata i vivi erano alle prese col pericolo rappresentato da un’alterità temibile ma anche/ancora commiseranda, nella seconda se la vedevano con quello incarnato dall’orda e nel terzo eccoli a confronto con la potenzialità di un nemico endemico. Potenzialità certamente, ovviamente, destinata a mettersi in atto nel quarto episodio, domani sera.
Domani sera: birra, rutto libero, conseguenze della vita.
GORE GORE LINKS
[1] Pagina IMDB della serie: nessuno clicca mai sul link a IMDB, ma stavolta c’è scritto per quante puntate rimane nel cast l’esimio Michael Rooker.