Ingrid Pitt

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Le conseguenze della vita: primi appunti su The Walking Dead

Attenzione: pezzo lungo che contiene un piccolo spoiler.

L’ottimo blog And Now the Screaming Starts segnalava qualche giorno fa questo articolo su The Observer. Il pezzo parte dalla nota posizione che intende l’horror come incubo, parto rivelatore di una specie di inconscio culturale più o prima che rito esorcistico, e interpreta i sogni i ricorrenti del genere per diagnosticare traumi e disfunzioni degli Stati Uniti. La prospettiva americano-centrica dell’articolo è generalmente inadatta a leggere l’horror di diversa provenienza e in alcuni casi (quello di Texas Chainsaw Massacre, per esempio) la linea interpretativa proposta mi trova discorde, ma le considerazioni di Egerton sugli zombi arrivano a un punto che secondo me non andrebbe trascurato.
I discorsi sul sottogenere partono per tradizione dal presupposto che lo spettatore dovrebbe identificarsi con i vivi o comunque comprendere i vivi. In un contesto ormai pacificamente abituato a guardare la storia “dalla parte del mostro”, il Living Dead resta ciò che non vorresti mai essere. Le sue basse opportunità di attrarre proiezioni derivano della scarsa desiderabilità della condizione in cui si trova: mangiare umani non gli garantisce superiorità o potenza, la sua immortalità non si associa alla conservazione del corpo né a quella della coscienza; similmente, ha poche speranze di attrarre comprensione: non è un individuo, non ha una storia, non può ispirare la compassione, eccetera.
Bene, anche la massa – non il gruppo, il branco, la comunità, il consorzio: proprio la massa indifferenziata – può possedere attributi desiderabili. Per esempio quello individuato dall’articolo di Egerton: l’assoluzione dalla responsabilità. Una volta nebulizzata su una moltitudine incalcolabile, la necessità di rispondere delle proprie azioni pubbliche perde il suo peso e poi evapora. L’orda cannibale resta così a pascersi di carne nella perfetta innocenza “legale” di chi non ha compiuto un’autentica scelta. Lungi dal risultare colpevoli, i Morti Viventi appaiono come vittime di un male irresistibile che aggredisce il corpo e il libero arbitrio. E intanto mangiano e mangiano.

A integrazione di queste interessanti osservazioni aggiungerei che nel gruppo dei sopravvissuti si può spesso assistere al processo inverso. Agglomerati in una comunità tanto piccola e diffidente da amplificare all’estremo l’osservazione (e il giudizio) sui comportamenti dei propri membri, i vivi si trovano in un contesto che chiarisce in modo spietato la correlazione tra causa e effetto, decisione e soluzione. Sotto gli occhi di tutti il sopravvissuto sceglie (una posizione, un leader, un ruolo) e si carica personalmente sulle spalle le responsabilità che ne conseguono.
Il fumetto di Kirkman, The Walking Dead, ossessivamente concentrato proprio sulle relazioni interne a una piccola comunità di sopravvissuti, lascia emergere prepotentemente il problema della responsabilità, spesso ricorrendo alla formula tragica/moralizzante del contrappasso. Nel corso della saga i personaggi fronteggiano fatalmente il risultato delle proprie azioni: Rick paga il prezzo del suo stesso indurirsi così come ne riceve i benefici e fa esperienza dei costi dell’autorità (non vorrei spoilerare troppo, diciamo solo che le traversie della mano mi sembrano un simbolo abbastanza preciso); non parliamo neppure di casi eclatanti come quello di Hershel o della faida a base di tortura tra Michonne e il Governatore, pensiamo semplicemente alla catena di rese dei conti scaturita dalle “piccole” dinamiche tra Tyreese, Carol e Michonne.
La proverbiale equivalenza tra i vivi e i morti, esplicitamente illuminata da Kirkman per bocca di Rick, sussiste certamente nella sua forma romeriana, con entrambi i fronti consumati dal regresso hobbesiano e dediti a un cannibalismo più o meno metaforico. Resta però una differenza abbastanza forte: i vivi devono continuare (ricominciare?) a campare con il peso delle proprie scelte sul groppone. Scelte che escono dall’intimità delle urne e dall’anonimato dei plebisciti per esistere con una firma, una faccia, un’impronta digitale tatuata addosso. Se spari di soppiatto in testa a un tizio “pericoloso”, probabilmente qualcuno ti sta guardando. Se decidi di impietosirti per un tipo che sembra gentile e poi salta fuori che i tuoi criteri di giudizio sono ingenui, a rimetterci sarà la comunità intera.
Dopo l’apocalisse zombi non c’è margine di errore e non c’è verso di distribuire le responsabilità e le colpe. Il libero arbitrio- conseguenza della vita, suo privilegio, suo fardello – è un anello fondamentale nella catena tesa tra sopravvissuti e morti viventi per definire la relazione in termini di somiglianza e non di identità. La rappresentazione dei vivi, in The Walking Dead, affronta anche questo problema: come, e quanto a lungo, un uomo medio degli anni zero può tollerare una simile pressione?

Per quanto concerne la rappresentazione dei morti, il fumetto di Kirkman celebra il ritorno alla tradizione romeriana, cosa in qualche modo simile a una presa di posizione in tempi in cui gli infetti e i corridori invece di trattenersi nei confini dell’eccezione sperimentale si sono costruiti un sotto-sottofilone tutto per loro, trasmigrando perfino nei possedimenti diretti dello zio George tramite il remake di Zack Snyder.
La versione per la TV di Darabont segue la stessa strada, ma senza intransigenza. Non è tanto questione di “farli correre o non correre” – i vaganti della serie sono una specie di via di mezzo – quanto di optare per un horror plumbeo piuttosto che forsennato, concentrato sulle azioni umane, drammatico e – in un certo senso – particolarmente “puro”, poco contaminato con generi come la commedia o l’action. Un merito personale di Drabont, per come la vedo, è da individuare nella costruzione di una simmetria stringente tra i cambiamento dei vivi che vanno adeguandosi allo scenario postapocalittico e la rappresentazione dei Morti Viventi, filtrata appunto dalla percezione dei personaggi che respirano e ordinata in base alla posizione del pericolo che li minaccia. Dico che si tratta di un merito personale non perché in Kirkman questa roba fosse assente, ma perché nella serie la si trova  non solo calcata, anche approfondita.

La posizione esistenziale maggioritaria nella zombata è sicuramente “io non sono ok – tu non sei ok”. Si tratta di un sottofilone cinico: gli zombi sono pericolosi, gli altri umani sono pericolosi e tu sei pericoloso perché tutti, sotto sotto, fanno schifo. L’apertura di The Walking Dead, paziente, sentimentale e focalizzata su personaggi – sia morti che vivi – che non fanno schifo affatto, è spiazzante.
In generale non posso negare di aver trovato il pilota meno “divertente” di quanto mi aspettassi, credo sia stato penalizzato da un eccesso di familiarità. Voglio dire: comincia con una bambina zombi, uno dei cliché più cliché che ci siano; segue il risveglio, bello ma impossibilitato a suscitare meraviglia dall’accumulo di citazioni (da 28 giorni dopo al fumetto, dal fumetto alla serie); e poi c’è la scena del cavallo, che è ottima ma pure sovraesposta: il fatto di essere stata ampiamente usata per la promozione ha probabilmente ridotto la sua capacità di impatto. Insomma, nell’insieme ho vissuto “la parte violenta” del primo episodio come un’esperienza piacevole (morti viventi molto umidi, molto lerci) ma un po’ immiserita dall’effetto déjà-vu. La sorpresa, accentuata dal contrasto, è arrivata dalle scene senza sangue, che sono strane perché intrise di dignitoso cordoglio, compassione, pietas.
Morgan non riesce a finire la moglie, Rick torna a cercare un tronco umano che striscia per i giardinetti al solo scopo di porre fine al suo strazio con una pallottola e soprattutto entrambi – umani! adulti! maschi! – piangono un sacco. Sono tristi, preoccupati e hanno nostalgia dei “giorni perduti”, così, invece di ricaricare un fucile a pompa, contrarre la mascella e fissare stoici un orizzonte gremito di mani e lamenti e denti e ruggiti, tirano su col naso, non riescono a finire le frasi e frignano. Le azioni in cui li vediamo impegnati sono roba come darsi una mano fra gente per bene, cercare di accudire un bambino, dare l’equivalente zombesco di una degna sepoltura ai cadaveri che camminano.
Questa cosa mi ha sconvolta, non ci sono abituata. All’inizio non mi è sembrato realistico e ho telefonato a Peter Pain per lagnarmi: “Effetto z-word a palla, vecchio mio. Gli zombi irrompono in un mondo che non ha mai visto George Romero. Troppo comodo fare la sposa cadavere con un marito che non era in sala ai tempi del miglior morso della storia del cinema”. Poi ho capito che in fondo questa roba è realistica. In questa fase della narrazione i protagonisti vedono i morti viventi come Frank Darabont li mostra a noi: essere ripugnanti e patetici, quasi inoffensivi, corrotti nel corpo e deboli nella mente. Vittime.
Nella prima puntata di The Walking Dead gli zombi sono ancora il Prossimo.

Nella seconda invece diventano il Nemico. Aumentando di numero acquisiscono la capacità di nuocere che determina il salto. Il singolo zombi rimane una vittima, un tizio che in qualche misura ti somigliava e che forse era perfino un altruista (un donatore di sangue per esempio). Chiunque sia stato, una volta immerso in un mare di comparse con la stessa brutta cera diventa comunque un nemico affamato. Puoi sempre fargli il funerale prima di rubare le sue budella, ma per convincerti che ne valga la pena hai bisogno dei suoi documenti.
Quando la prospettiva sugli zombi slitta in questa direzione anche le relazioni tra i superstiti si trasformano. Emerge la miserabile ossessione umana per il potere e la gerarchia. Tornano i conflitti intestini. Dopotutto siamo in un supermercato con le porte a vetri e c’è in giro gente che usa l’espressione “nigger”, è tempo di riconoscere gli uomini cattivi e di mettere alla prova le convinzioni di quelli buoni.

La terza puntata, per il resto dominata da una lunga sosta al campo e dal subplot soap-operistico del triangolo Shane-Lori-Rick, continua a scavare nella stessa direzione presentandoci un gruppo di sopravvissuti più barbarico e dilaniato rispetto a quello descritto dall’originale di Kirkman alla stessa altezza cronologica. In particolare il fratello di Merle, spalleggiato in questa funzione dal cafone che gonfia la moglie (al momento mi sfugge il nome), approfondisce un elemento che accompagna il genere almeno dai tempi di Zombi: quello degli umani che “si trovano bene” nella società rifondata dall’apocalisse, estrema e crudele.
Nella puntata precedente, prima di essere messo al tappeto, Merle era riuscito a farsi “eleggere” capo puntando un fucile da caccia contro i suoi compagni, tuttavia le circostanze lo inquadravano solo come problema: il matto-razzista-che-sbrocca e mette in pericolo tutti, un essere semplicemente dannoso e privo di utilità. Daryl invece torna al campo carico di cadaveri di scoiattoli dei quali il gruppo potrà nutrirsi, esplicitando il fatto che un’ottusa testa di cazzo capace di usare le armi dopo l’apocalisse zombi può diventare un problema, sì, ma anche un utilissimo cacciatore, una risorsa per la società.
Un po’ come certi prigionieri descritti da Levi, orribilmente capaci di abitare la mostruosità del lager, Merle e Daryl sono persone che hanno più probabilità di emergere e salvarsi in un mondo in cui l’abitudine alla violenza e un belluino istinto di sopravvivenza possono rappresentare una risorsa. L’immagine della mano di Merle, che chiude (prevedibilmente) una puntata apertasi con il suo astioso discorso a Dio, rafforza questa impressione omaggiando l’efficienza della sua scelta da lupo.
L’episodio di lunedì scorso, in pratica, offre una panoramica su quanto di violento si annida nella micro-comunità dei superstiti, con tutti i potenziali rischi che ne conseguono; non a caso si tratta, per il momento, dell’episodio a minore densità di zombi.

Nella prima puntata i vivi erano alle prese col pericolo rappresentato da un’alterità temibile ma anche/ancora commiseranda, nella seconda se la vedevano con quello incarnato dall’orda e nel terzo eccoli a confronto con la potenzialità di un nemico endemico. Potenzialità certamente, ovviamente, destinata a mettersi in atto nel quarto episodio, domani sera.
Domani sera: birra, rutto libero, conseguenze della vita.

GORE GORE LINKS

[1] Pagina IMDB della serie: nessuno clicca mai sul link a IMDB, ma stavolta c’è scritto per quante puntate rimane nel cast l’esimio Michael Rooker.

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Aggiornamento Maurizzi d’Oro

Una volta questo blog era meglio. Io lo seguivo quando non lo conosceva nessuno… Era più povero, forse, ma anche più genuino. Ormai tende al commerciale, sono arrivati i soldi. Sta decadendo.
Solo una cosa è migliorata, signora mia: adesso ci sono i nuovi Maurizzi!

Quello  qui a sinistra, per esempio, è l’ambito trofeo conquistato da Caina, la web mondo-zine totally free. Ne troverete anche altri sull’apposita pagina. (Apposita pagina che – per motivi a me bellamente ignoti – dopo l’aggiornamento del framework si è decisa ad accettare commenti: diventa perciò la sede ideale per fare proposte sui luoghi comuni dell’horror.)

Se qualcuno dei vincitori desiderasse uno sfondo personalizzato per armonizzare il  Maurizzio d’Oro allo sfondo del proprio diario segreto basta un commento e lo personalizzo.

P.S.: Passo al volo solo per dirvi che ho fatto i Maurizzi. Domani torno per i poderosi commenti!

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The Dead Outside

The Dead Outside di Kerry Anne Mullaney, 2008

Ambientato in Scozia. Attori scozzesi. Personaggi scozzesi. Che parlano scozzese. L’unica cosa che ho capito con chiarezza durante la visione di questo film è il motivo per cui nella versione italiana dei Simpson Willie il giardiniere è un sardo. Una volta un amico ha cercato di insegnarmi le basi del sardo in cambio dei fondamenti del romanesco: dopo una settimana lui sembrava Mario Brega e io stanziavo rosicando all’indicativo presente del verbo essere, quindi magari il problema sono io. Eu sugnu il problema.

Trama: Un virus che aggredisce il sistema nervoso fa piazza pulita degli scozzesi. Daniel ha perso la sua famiglia e vaga per le campagne in cerca di un rifugio. Finita la benzina, prosegue a piedi sino a una fattoria isolata e pensa bene di occuparla. La casa però è già abitata da April, una donna giovanissima e inenarrabilmente incazzosa, che spara agli infetti e li seppellisce nell’aia. Come è possibile che la pargola, pur maneggiando cadaveri malati da mane a sera, non abbia contratto l’orribile morbo?

Il film è indipendente, non dilettantesco ma povero, con tendenze all’intimismo e alla concentrazione sulle psicologie dei personaggi che rischiano di farlo scivolare nel sottoinsieme – da me sentitamente aborrito, nevvero – “film di zombi senza zombi”. Tenendo conto del fatto che si tratta di un esordio alla regia e dei limiti economici con cui il progetto è dovuto scendere a patti, nonché dell’immane bellezza del cane grassottello che fa la sua porca figura nel ruolo del cane grassottello, considero The Dead Outside un lavoro intelligente e grazioso ma non fondamentale.
Ve ne parlo più che altro perché si inserisce nella filmografia che sto mettendo da parte per informarmi sulla mia fissazione n. 14 : la de-massificazione dello zombi e la sua riappropriazione di storia personale e identità individuale. Il film mi offre anche l’opportunità di buttare giù qualche nota sulla questione “infetti” vs morti viventi che non sono riuscita a ficcare nella recensione di Mutants.

Di fronte alle pseudo-zombate a base di scenari apocalittici e fobia del contagio, anche io faccio sempre battute tipo: “Ops, ho detto la parola con la zeta? Sai, bisogna dire “infetti” altrimenti il regista si incazza…” Alla fine però non è questione di dettagli, di variazioni minime e make-up truffaldino per rivendere come nuovo un mostro troppo stagionato.
Con il passaggio dal morto vivente all’infetto viene meno il tema della morte. Con il venir meno del tema della morte si indebolisce l’identità tra sopravvissuti e minaccia mostruosa che costituiva il cardine della formula romeriana. Cambia il discorso spaventoso.
L’infetto conserva la paranoia del nemico endemico, irriconoscibile, e quella di una trincea amici-nemici imprecisa e permeabile. Smarrisce però lo spavento connesso alla dissoluzione dei confini tra vita e morte e quello dovuto al semplice fatto che niente, oltre alla mera questione di tempo, separa l’umano dallo zombie. Su una lapide di fine ottocento al Verano ho letto: “quel che voi siete noi fummo; quel che noi siamo sarete”: non sembra la versione aulica del buon vecchio “noi siamo loro, loro sono noi”? In verità questa storica battuta ricalca una formula di memento mori straordinariamente comune.
Ci sentiamo vicini ai morti, ci siamo sempre sentiti vicini ai morti. Più vicini ai morti che ai malati, ai pazzi, ai rivoluzionari, agli indemoniati, ai conformisti, ai fanatici o a qualunque altra roba che gli “infetti” potrebbero rappresentare.
Ogni volta che a figliare è la declinazione di Boyle, piuttosto che quella di Romero, l’orda si allontana di un passo dai protagonisti vivi e sani e dagli spettatori.

Ma veniamo all’individualità dello zombi, che non ne parliamo da quasi due paragrafi.
The Dead Outside ci lavora sopra un bel po’. Per prima cosa conferisce ai suoi infetti la capacità di verbalizzare. Non siamo dalle parti dei chiacchieroni di O’Bannon né in quelle del raffinatissimo Pontypool. L’obiettivo è passare dall’idea dell’involuzione – intrinseca ai morti muti e muggenti, belluini – a quella della disfunzione, che altera e confonde le caratteristiche umane invece di spazzarle via.
La regista e lo sceneggiatore pensavano all’Alzheimer quando hanno avuto l’idea per il loro virus neurologico. Hanno così concepito una malattia violentemente invalidante per chiunque la contragga, ma che si combina in modo specifico e sempre diverso con l’organismo e la psicologia dell’ospite. Gli infetti sono tutti diversi: uno ringhia e l’altro delira, questa vuole prendere un bambino a tutti i costi e quella accusa il primo che passa di avere ucciso i suoi figli.
L’orripilante uniformità dell’esercito zombesco vecchio stile minaccia il mito dell’individualità. Il contesto culturale che percepisce come spaventosi quei mostri è lo stesso che indica percorsi di realizzazione incentrati sulla coltivazione dell’ego: automiglioramento, farsi da sé, self-management, emergere in quanto individui, essere speciali, unici, originali, volersi bene. La somma crudeltà della resurrezione come “living dead”, in questo scenario, sta nel ratto della personalità intesa come proprietà e patrimonio.
Gli zombi di The Dead Outside invece non sembrano privati del sé ma intrappolati nel sé. Fissati sull’ultima ossessione, prigionieri di un pensiero ricorrente. Una sola idea rimbomba e rimbomba nella stanza chiusa delle loro teste, senza trasmettere e senza ricevere.
Complice un budget certamente incompatibile con esose scene di massa, anche la natura di branco tradizionalmente associata ai mostri viene meno. Questi infetti si trovano ogni tanto in piccoli gruppi (soprattutto perché tendono a seguire i rumori), ma nella maggior parte dei casi si tratta di singoli esemplari vaganti, che si spostano senza meta nel paesaggio vasto e disabitato della campagna scozzese.

La mia impressione è che questa rappresentazione del mostro faccia appello alla paura dell’isolamento. Gli zombi barcollano dal terrore di essere uguali a quello di essere diversi? Non proprio. Io la metterei così: il mito dell’unicità fallisce nell’incubo della solitudine.
La morale della favola potrebbe essere che siamo tutti speciali. Così speciali da chiuderci in un ego angusto e introflesso, soli come cani, a gongolare cacando fantasie di unicità e irripetibilità che nessuno ha voglia di ascoltare.
Che dire? Toglietemi tutto, ma non l’allegro ottimismo delle zombate…

Buon Halloween e felice colonizzazione culturale da quella buontempona di vostra zia!

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Mutants

Mutants di David Morlet, 2009

Dopo il crasso bagno di sangue di La Horde, recupero con un po’ di ritardo questa ulteriore zombata con la erre moscia. Rispetto a La Horde, Mutants è certamente un film più ambizioso. È anche più lontano dai miei gusti “semplici”, ma un paio di elementi mi hanno affascinata molto.

Trama: sono arrivati gli zombi modello 28 giorni dopo: non sono morti, corrono come dannati e sarebbe più corretto chiamarli “infetti”, anzi, “mutanti”. La loro peculiarità è quella di trasformarsi gradualmente in creature pipistrellesche vagamente simili a quelle viste in The Descent.
In questo ameno scenario, Sonia – un medico – e suo marito Marco fuggono a bordo di un’ambulanza per provare a mettersi in contatto con la base militare Noe, ultimo e già semi-mitico avamposto dei sopravvissuti. Marco viene ferito e questo li costringe a riparare in una vasta struttura disabitata. Lui si rende conto di essere infetto e opterebbe di buon grado per un pratico suicidio, ma Sonia ha una speranza: visto che è stata morsa senza contrarre il morbo sospetta di essere immune. Se riuscissero a trovare la Noe e a sottoporsi ai giusti esami, il suo sangue potrebbe essere il punto di partenza per una cura. Aggrappata a questo flebile “forse”, la coppia resiste come può, sopportando il tremendo tracollo di Marco.
Le cose non potrebbero andar peggio, infatti si mette a piovere: una banda di tipi armati e senza scrupoli raggiunge il rifugio…

Un progetto ambizioso, dicevo, perché tende di includere molti temi e a sperimentare più di un tono. Sulla carta questo potrebbe essere un bene, nei fatti purtroppo è un male: cercando la ricchezza, Mutants sconta un certo disordine e si bipartisce in due sezioni di diseguale efficacia. Dal momento che quella che funziona meno è l’ultima si rimane con un vago senso di delusione e questo è un peccato, visto che comunque parliamo di un horror ben girato, bello da guardare e non privo di momenti ispirati.

Chiarito il contesto con il classico esordio cruento alla francese, la prima parte isola la coppia in un ambiente eloquentemente vasto e inospitale. La degenerazione di Marc, che sopporta le convulsioni, perde i capelli, comincia a marcire e a impazzire, e la compassione di Sonia che lo assiste, terrorizzata e devota, suggeriscono molte immagini di cose orribili che possono capitare a una coppia quando uno dei due cambia in modo mostruoso, soffrendo. Certe malattie lente e crudeli che si subiscono in attesa dell’inafferrabile cura, le dipendenze, i dilemmi morali sull’eutanasia oppure, più banalmente, l’inferno quotidiano di chi fronteggia una relazione con persone che distruggono e si autodistruggono.

La cosa ha il suo fascino e, anche se finisce per proporsi in forme a tratti un po’ convenzionali, presumo possa risultare piuttosto struggente. Io ho trovato interessante il modo in cui si combina con una tendenza sempre più marcata del cinema di zombi: quella a separare il mostro dalla massa per farne un individuo anziché un elemento indistinto del branco.
Le convenzioni della zombata prevedono da sempre un ruolo per l’amico/marito/parente trasformato, ma di solito la sua presenza come morto vivente si concentra in una singola scena ad alto impatto emotivo, comunemente conclusa da un pietoso proiettile in mezzo alle sopracciglia o da un punto in più per l’esercito dei cannibali. La concentrazione su Marco da mostro, invece, permane per tutta la durata del film e viene valorizzata dal ricorrere dei primissimi piani che ci aiutano a seguire il processo di metamorfosi e ci obbligano a guardare di continuo i suoi occhi. Anche quando l’umanità scompare dai suoi lineamenti Marco resta rappresentato come possessore di un mondo emotivo.
Per quanto il modello fondatore sia fortemente presente (e anche citato con grande deferenza, perfino nel finale) sotto questo punto di vista il film prende una piega post-romeriana.
Gli amanti dei grandi classici di Romero ricorderanno come si distinguevano alcuni dei suoi zombi di massa: tramite i vestiti che raccontavano il loro mestiere, le loro appartenenze e le loro vite. L’infermiera, l’Hare Krishna, il poliziotto, la sposa. Per il resto erano tutti uguali, senza storia e senza intelligenza, solo con qualche reliquia di quello che potrebbe averli definiti, un tempo, agli occhi di uno sconosciuto.
Gli zombi/mutanti di Mutants con il passare del tempo tendono a diventare tutti uguali, almeno tutti uguali come potrebbero apparire all’occhio di un umano inesperto i membri di un’altra specie. Il marito di Sonia è praticamente indistinguibile dal suo simile con cui si scontra alla fine, eppure, con tutto quello che sappiamo su ciò che ha passato e a forza di guardarlo in faccia, rimane lui: Marco mutante ma Marco in persona. Questo perché a Romero interessava la decomposizione di una società mentre Morlet si interessa della tragedia degli individui.

Arriviamo alla seconda parte, quella in cui il film perde mordente.
Il peggioramento è sicuramente dovuto al fatto che con l’ingresso del branchetto dei disperati si ricade in situazioni e personaggi troppo familiari agli affezionati del sottogenere e ad altre magagne per cui rimando all’analisi “severa ma giusta” su Malpertuis. La cosa che è dispiaciuta a me però è un’altra.
Mentre assistiamo a fatti di cui ci importa, sì, però solo fino a un certo punto, il focus si sposta su Sonia, che è solo uno dei due protagonisti e forse il meno interessante. Marco come ho detto è presente, e molto, ma resta inattivo. Ecco: sarei stata più contenta se il tempo dedicato a dare una personalità e una storia al tizio laconico e rasato, per fare un esempio, o a esplicitare il rapporto tra il boss e la bionda, per farne un altro, fosse stato investito in un microscopico subplot su Marco. Non ho niente contro il boss, la bionda o il laconico rasato (anzi, sono proprio a favore del laconico rasato); solo che lo spazio per farli uscire dalla maschera mancava comunque, fisicamente, e un paio di pennellate in più cambiano poco e forse peggiorano il rischio-cliché anziché ridurlo. Battere su un personaggio che può veramente essere arricchito e sedurre chi guarda forse sarebbe stato più economico.

Insomma, ho l’impressione che il fascino del film si abbassi e risalga in modo proporzionale alla presenza di Marco. L’impressione che il vero protagonista – quello per cui ci si preoccupa e che fa la differenza – sia lui, non Sonia, a prescindere da quel che dice il cronometro sui minuti trascorsi davanti alla camera.

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