Antichrist – La misoginia è nell’occhio di chi guarda?

Secondo l’erudito Michel de Certeau il film di Friedkin e il sequel di Boorman documenterebbero il passaggio del controllo delle manifestazioni demoniache dall’ambito magico-religioso, che è deputato a vegliarle nelle cosiddette società tradizionali, a quello medico-scientifico, con particolare riferimento ai domini della psichiatria e della psicoanalisi.
Considerando L’esorcista II – L’eretico, per identificare nella psicoterapia di Reagan l’esplorazione imprudente che permette e in un certo senso concausa la resurrezione del fenomeno diabolico, De Certeau scrive: “L’assenza di uno spazio simbolico in cui possano esprimersi lo smarrimento dell’immaginazione e gli esili degli spiriti in regioni non sorvegliate dalla scienza, crea queste apparizioni diaboliche del fantasma ai margini e nelle crepe del sistema disciplinare. Se i segni di un’altra dimensione nell’esperienza umana si sono trasformati in demoni, ciò è avvenuto perché il lavoro della ragione ha assunto una forma dogmatica, totalitaria e, alla fine, irrespirabile.”

In questo ultimo Von Trier c’è qualche traccia del diffidente antiscientismo che il dotto gesuita riconosceva negli indemoniati degli anni settanta e ottanta. L’inadeguadezza degli strumenti razionali alla risoluzione dei conflitti esistenziali, più in generale al doloroso ingresso del caos nell’esperienza umana, non si configura però in Antichrist come polemica antirazionalista nel senso più familiare all’attualità contemporanea.
Il personaggio di Dafoe è sì un adoratore della razionalità come il luminare positivista de Il Volto bergmaniano, ma anche nello stesso modo in cui potrebbe esserlo un filosofo scolastico che fa ricorso alla logica aristotelica per separare l’ordine della religione dalla natura amorfa e ingovernabile della superstizione o dell’eresia.
Dafoe è tutto questo e lo è sicuramente “al nero”. Sintentizza una specie di incubo irrazionalista sulla collusione tra mito della ragione e prassi dell’autorità castrante. Egli si rivolge a un raziocinio che è puro strumento di produzione e conservazione del potere: la sua logica non si interessa all’indagine della realtà, ma all’indicazione di se stessa come unica detentrice del diritto alla sua interpretazione. Dafoe è l’ “irrespirabile”.

Nell’esperienza della moglie, interpretata da Charlotte Gainsbourg, la tirannide della razionalità sul trauma deprimente e la medicalizzazione dell’angoscia esistenziale liberata dal lutto sono strumenti non già di analisi e risoluzione, ma di sorveglianza dispotica. All’indomani della morte del figlio di entrambi, il marito, terapeuta, sferra un calcio in culo alle convenzioni deontologiche e soppianta il medico che la aveva in cura, incaricandosi personalmente della sua riabilitazione.
La gestione della terapia assume presto i contorni del controllo autoritario: lui si appropria di lei. Sceglie quando e come erogare psicofarmaci, sedute ipnotoche, orgasmi. Controlla il suo respiro. Si elegge investigatore legittimo dei sui traumi, interprete dei suoi patimenti immediati e giudice delle sue esplorazioni filosofiche. Pontifica perfino su quali conclusioni sarebbe stato giusto trarre dagli studi per la sua tesi, un’indagine, non sappiamo di che natura, sulla persecuzione delle streghe (per la precisione, la accusa di essersi accordata con le leggende misognine che avrebbe dovuto confutare).
Lei confida di essere pergiunta a una disperante consapevolezza di sapore cataro: l’intero mondo fisico, diretta emanazione demoniaca, è pervaso dal dolore e dal male. Ogni cosa non fa altro che morire. L’esperienza della vita – di tutta la vita, non solo di quella animale – finisce per coincidere con un processo di putrefazione inutilmente doloroso e tragicamente facile a prodursi (alle querce per esempio basta che attecchisca una ghianda ogni cento anni).
Lui ascolta con condiscendenza e immediatamente la sminuisce, ricorrendo ad argomentazioni da manuale di violenza domestica (cito a memoria, ma il senso è quello):

“Molto toccante. Ma andrebbe bene in una fiaba per bambini. Sai benissimo che le ghiande non piangono.”

Sono battute da apprezzare col testo a fronte:

“E’ veramente carino che tu sia così emotiva. Questo sentimentalismo pessimista è tanto decorativo. Complimentoni, ma ora passiamo alle cose serie: il pensiero che tu puoi produrre è puerile, non autosufficiente, e necessita perciò della mia supervisione. La tua idea su come conoscere in generale e su quello che conosci in particolare non vale un cazzo di niente, per fortuna ci sono qui io a dirti cosa sai e cosa non sai.”

Per metà del film la Gainsbourg abbozza e basta; forse riconosce, magari accusa, ma in finale soggiace. Aspetta il secondo tempo per mollare la pelle dell’agnello e diventare lupo, come in un rape & revenge.
A quanto pare però, per suscitare entusiasmo empatico negli spettatori di un cruel picture, la riscossa della vittima deve essere giustificata dall’esposizione del suo pregresso stato non solo di soggezione pratica ma anche di inoffensività totale, di un inverosimile eccesso di “innocenza”.
Il personaggio della Gainsbourg non è innocente per nulla, infatti il pubblico di Cannes perde immediatamente di vista i suoi moventi, percepisce la rivelazione delle sue potenzialità offensive come un’esplosione di malvagità immotivata e, disconosciuto il valore vendicativo e rivendicativo della svolta violenta, non può che ipotizzare la soggiacenza di qualche speculazione misogina alle ragioni della sua narrazione.

In effetti Trier fa un uso abbastanza convenzionale degli stereotipi di genere nel momento in cui descrive un maschile razionale e scibile, solare anche se non per questo benigno, per contrapporlo a un femminile dell’ombra, emotivo e misterioso. Intorno a queste associazioni si aggregano simmetricamente altre coppie dicotomiche. Se dal dominio virile della logica discende l’attentato psicologico, proposto sotto la specie infida del mind control, da quello uterino dell’istinto scaturisce un agguato animalesco, incarnato nelle sembianze della costrizione fisica. Se la cultura egemone, dichiarabile e divulgata, esprime la violenza attraverso le strategie paternaliste dell’assimilazione, il mondo marginale, sommerso e iniziatico, agisce l’aggressività nei termini apparentemente più cruenti della guerriglia.

A questo schema si può rimproverare tanto l’adesione troppo arrendevole alle consuetudini rappresentative di cui sopra (grevità comunque parzialmente emendata da un’efficienza drammatica difficilmente sostituibile), quanto la deriva del tentativo di sintesi in una semplificazione che risolve brutalmente il promettente colloquio con la storia.
Non si può però asserire che una delle due parti del conflitto inscenato superi l’altra in scelleratezza. Non c’è qui un puro albigese (anche perché se il principio satanico è ben rappresentato, non si vede neanche l’ombra della sua antitesi positiva), al limite abbiamo un tiranno che si batte contro una strega, perciò il film è misogino nella precisa misura in cui è misandrico.
Se poi proprio ci ostinassimo a cercare tracce di purezza nel bosco mostruoso di Von Trier, è al personaggio della Gainsbourg che dovremmo guardare per trovarle. Il bosco brulica di bestie squartate, vegetali putrescenti, animaletti risorti, aborti incastrati nel corpo materno, parassiti e neonati morenti. E’ un luogo in cui la malignità della vita può solo essere assunta come dato di fatto; la Gainsbourg almeno lo ammette, mentre Dafoe continua a negare. Inoltre è lei l’unica a muoversi concretamente per arginare il nefando contagio riproduttivo.
Ebbene sì, mi riferisco alla famigerata cura a base di escissioni e cazzi strizzati di cui s’è letto in ogni dove la settimana scorsa. E a questo proposito mi chiedo soprattutto perché, così spesso, chi ha visto il film si dilunghi un sacco nel commentare le sevizie torture porn della Gainsbourg, riferendo poco o niente della psico-invasione di W. Dafoe. Che poi è come chiedersi se la misoginia non sia soprattutto nell’occhio di chi guarda.
Quando la Gainsbourg dichiara che il corpo delle donne non è interamente sotto il loro controllo, per esempio, declama i miti sessisti sull’animalità femminile o rivendica la propria appartenenza a un regno oscuro e pericoloso, malvagio e però (perciò) anche riconosciuto come attivo?
La peculiarità del ruolo femminile all’interno del processo riproduttivo non determina forse una certa somiglianza tra la reificazione delle donne e quella degli animali, della cosiddetta “natura”? Femmine e bestie, in una cultura sessita e specista, sono patrimonio sociale oltre che (o prima che) individui. Nientemeno che una specie intera pretende di partecipare, con un grado di coinvolgimento proporzionale alla capacità di autodifesa di chi li possiede, alla gestione di questi corpi–prodotto, corpi-alimento, corpi–incubatrice, così essenziali alla sua sopravvivenza.
Se a tanti il personaggio di Charlotte Gainsbourg è parso un coagulo di fantasie misogine, a me ha ricordato le confessioni ribelli di monna Gostanza da Libbiano, che dichiarandosi agente diabolica si appropriava di un’identità artigliata e potente, guadagnava un esodo (lì solo fantasticato) dall’eterna minorità degli indifesi. L’adesione consapevole della Gainsburg all’organismo enorme della natura-anticristo potrebbe voler dire qualcosa di simile: comandami, spiegami, spostami, bruciami pure. Io resto parte privilegiata di qualcosa di grosso e cattivo, che riguarda anche te e che farà male e paura per sempre.

Dalle parti del finale Dafoe se va per il bosco marcescente. Non teme di sfamarsi con i sui frutti sinistri e lo attraversa da storpio – anzi da storpiato, come suo figlio. Pure questa è una proiezione semplicissima: percepiamo la simmetria come segno dell’umano, la rompiamo per indicare l’esperienza oltreumana. Da zoppi si cammina meglio nei mondi ulteriori. Poi non si sa se se ne esce o meno, e perfino io trattengo le ultime considerazioni per non macchiarmi di uno spoiler così cattivo.
Von Trier invece esce da Antichrist cambiato. Privo di quegli attributi che, tratta in inganno dall’ostilità di principio alla linea interpretativa prescelta dalla critica di Cannes, supponevo avrebbero fatto di questo film un’esperienza spassosamente scorretta. Privo cioè del suo sarcasmo incivile e dei suoi colpi bassi manipolatori, meno arrogante del solito e per niente misogino. Non più – comunque non ora e non qui – capace di appacificarsi con la radicalità del proprio pessimismo, sia pure attraverso l’ironia beffarda di cui lo sappiamo capace da un pezzo.
Per tutto ciò, mirabile dictu, ne esce non solo più sincero ma perfino più simpatico. Tra i fischi, pure nella sala ben poco prestigiosa in cui l’ho visto io.

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