La sposa promessa

Il motivo per vederlo è spoiler

La Sposa Promessa potrebbe essere definito una specie di remake etero del capolavoro di James Whale oppure una variazione con aspirazioni femministe sul romanzo della Shelley. In ogni caso, la struttura di base è riadattata per sovrapporre il mito di Pigmalione a quello di Prometeo.

Trama: Il barone Sting, un tizio più antipatico di Ruggero Deodato e pieno di perfida ubirs, mette a punto due creature. Per la nota equanimità del Fato, il maschio salta fuori con le sembianze di un Clancy Brown stempiato e imbruttito dal trucco, mentre la femmina è Jennifer Beals, l’ambrata e incantevole star di Flashdance.
Per il mostro le cose vanno più o meno come da tradizione, se si esclude il subplot piuttosto stucchevole della sua amicizia simbiotica (un po’ in stile Master-Blaster) con un nano istrionico e coraggioso. Creduto morto dal suo creatore, egli si allontana dal castello per intraprendere una serie di sfortunate avventure nel mondo crudele, ma mantiene un legame telepatico – inesplicabilmente intermittente – con l’oggetto delle proprie ossessioni romantiche: Eva, la creatura femmina.
In questa versione della storia, Eva è la protagonista: è lei a farsi un’idea del mondo attraverso la lettura dei classici e a sfidare il proprio creatore. A differenza del mostro della Shelley però, la Sposa non è costretta a mendicare briciole clandestine di sapienza: ha a sua disposizione la biblioteca del barone,  intenzionato a educarne il gusto e l’intelletto per tramutarla in una stepford wife da salotto ottocentesco. La cosa funziona fino a quando l’indipendenza intellettuale di Eva la mette in grado di riflettere sul mistero delle proprie origini nonché di sfottere le lacune del mad doctor sulla bibliografia di Shelley e Keats. Messo alla berlina sui capisaldi della letteratura inglese, che mai può fare un platinato idolo patriarcale se non arrendersi gli stereotipi misandrici e tentare la via dell’assalto sessuale?

Direi che La Sposa Promessa è interessante. Ma l’aggettivo “interessante” lo pronuncerei come se stessi manguicchiando tramezzini minuscoli davanti al cubo di plastica bluastra e bruciacchiata che è il pezzo di richiamo del vernissage.
Non è che non si possa guardare, che non rappresenti qualcosa, che non testimoni un’epoca o che non sia stato fatto a partire da un concetto stimolante. E’ che è un prodotto fondamentalmente banale, privo di cura artigianale (grossolani problemi di continuità, soluzioni estetiche costose ma previdibili) e pure con un sacco di pretese.

Il motivo per vederlo però c’è, e sta nel fatto che questo film finisce nell’impossibile, incredibile happy end che chiunque abbia un cuore, anche piccolo, ha sempre disperatamente sperato per il povero mostro ramingo e incompreso.
Per una volta il barone precipita nel cazzo di dirupo, così impara a comprarsi un castello con un affaccio così manierista. Non compianto crepa, tira le cuoia e finalmente marcisce.
Il Mostro invece no, lui sopravvive e salva la fanciulla. Lei lo riconosce e non ne ha più paura. Non le importa delle cicatrici e non le importa dell’eloquio Forrest Gump. Il Mostro e la Sposa hanno un sacco di cose da dirsi. Scappano insieme, vanno via, lontano, forse a Venezia.
Musica sdolcinata in sottofondo e titoli di coda.

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