Mum and Dad

Mum and Dad di Steven Shiel, 2008

Prendersela con la famiglia tradizionale, uno di quei valori che restano intoccabili solo nell’ufficio stampa del moige, è come sparare sulla croce rossa: un inutile sollazzo cattivista.
Non c’è più nemmeno la certezza di raccattare l’inestimabile pubblicità gratuita “nessuno pensa ai bambini” e si rischia semplicemente di annegare nel risaputo stagnetto del conformismo trasgressivo, pieno di pietre già scagliate da un paio di generazioni più tempiste.

Quello di Mum and Dad, sulla carta, è un plot ad altissimo rischio di qualunquismo: una giovane straniera addetta alle pulizie in un aeroporto, Lena, si trova costretta ad accettare per una notte l’ospitalità di due colleghi, la petulante Birdie e il suo silenzioso fratello. Arrivata a casa dei due, naturalmente, la nostra eroina viene stordita e imprigionata. Al suo risveglio scopre che le tradizioni domestiche della sadica Mamma e del violentissimo Papà prevedono le solite amenità: latrocinio, incesto, tortura, stupro, omicidio e cannibalismo. Se vuole sopravvivere, dovrà entrare a far parte della famiglia, assecondandone l’allegro stile di vita.

La materia prima non è molto originale. Shiel è troppo sveglio per non rendersene conto, e spesso promuove con successo digressioni ironiche sullo stereotipo: si vedano ad esempio il porno del mattino e la spartizione degli strumenti di tortura (ferri da calza e forchettoni per la mamma, martelli e altri arnesi da bricolage per il papà). Tuttavia il film sa emanciparsi dal semplicismo della parodia al nero attraverso una gestione del perturbante forse un po’ scolastica, ma indubbiamente sicura e coerente. Mum and Dad ricostruisce esperienze, situazioni e conversazioni per forza di cose familiari allo spettatore, ricollocandole in un contesto abnorme ed estraneo.

La faccenda funziona meglio del solito, perciò provo a fare qualche congettura sul perché.

Sicuramente pesa moltissimo il contributo di una squadra veramente professionale e creativa, capace di mimetizzare il budget più che di ottimizzarlo.
Gli attori sono bravissimi – particolarmente impressionante la prova di Perry Benson, con la sua geniale strumentalizzazione di una fisionomia molle e mediocre. Le scenografie, praticamente impeccabili, sfruttano i contrasti inquietanti: la leziosità degli arredi contro le pareti grezze, da prigione; il garage del bricoleur contro l’antro lercio dell’orco; i ninnoli per neonati contro la ragnatela di filo di ferro. Menzione d’onore anche per il raffinato Jonathan Bloom, la cui fotografia si occupa tanto di stabilire il tono di base del film – assolutamente gelido – quanto di sovvertirlo in rare e conturbanti virate drammatiche (di solito in appoggio alle comparse di papà, che come vedremo è il villain viscerale).
Un altro elemento di successo è da individuare nella sensata rinuncia a citare il robusto filone americano sulle famiglie deformi. Agli scenari rurali Shiel preferisce un convincente panorama suburbano, più affine al movimento disperato sulle strade di Butterfly Kiss (Michael Winterbottom, 1995) che alle periferie politiche della working class di Ken Loach.

In primo luogo però, l’efficacia di Mum and Dad si deve alla serietà e alla coerenza dell’indagine sui ruoli e sulle dinamiche interne al gruppo deviante. La riflessione che ne risulta è abbastanza articolata da sorpassare il modello stantio della critica all’istituzione borghese per lavorare sulla famiglia in quanto nucleo identitario di eccellenza.
Il film si muove infatti tra le minacce dell’appartenza e quelle dell’isolamento, paure che qui troneggiano sulla protagonista nelle dimensioni più estreme. Accettare un’identità implica la rinuncia alla selezione autonoma dei propri valori e l’obbligo di partecipazione a dinamiche di potere codificate e spesso niente affatto neutrali a livello morale. Non appartenere d’altro canto significa soggiornare in un limbo insicuro, consegnarsi alla minoranza, con tutta la precarietà che ne consegue sul piano dei diritti.
Se nella casa di Mamma e Papà sei legato al letto, senza voce e senza segreti, negli aeroporti nessuno si accorge della tua assenza, puoi dissolverti nel nulla come una valigia smarrita.

La protagonista è una che ha optato per l’individualismo: ha lasciato sia il paese di origine che un padre autoritario. Quando le conseguenze di questa scelta le ricadono addosso, determinando per vie traverse la fatale prigionia nella casa degli orrori, Lena tenta la via dell’adesione al nuovo contesto. Prova ad assimilare, rapidamente e per via matrilineare, i precetti di un’integrazione che passa dalla sottomissione e dall’arrivismo. Tuttavia sbaglia. Tradisce e viene degradata dallo status di figlia a quello di pet: il rango più basso della piramide familiare. “Un animale domestico non per tutta la vita, è solo per natale”, spiega Papà – evidentemente il tipo di persona su cui le pubblicità progresso contro l’abbandono non fanno presa.

Gli eccellenti dialoghi, probabilmente memori delle verbose arringhe sadiane, sostituiscono alla logica dei filosofi immorali le tediose frasi fatte dei genitori autoritari, tipicamente identificati come portatori di due distinte specie di potere. Il padre, punitore e apertamente tiranno, è quello che si arrabbia e abbaia gli ordini (finché sei nella nostra casa devi stare alle nostre regole); la madre, apparentemente indulgente ed effettivamente versata nell’arte della manipolazione ricattatoria, è quella che si dichiara “delusa, molto delusa” e minaccia l’embargo delle intercessioni (se ne combini un’altra dovrai vedertela con tuo padre: io me ne laverò le mani). I fratelli non sono altro che competitori diretti a cui rapinare privilegi, cavie su cui esercitare l’imitazione o spaventosi fantasmi della punizione.

Dove La Casa Nera di Craven, assimilava la prole adottiva a un bene da accumulare (i ricchi e avidi Robeson conservavano soldi ed eredi scartati nei meandri della casa, senza usarli e senza buttarli), Mum and Dad la riduce a forza lavoro e oggetto di piacere. Cosa da consumare, di gran lunga più simile ai vestiti e ai forni a microonde che all’inerzia vampiresca del capitale di famiglia.
Stando così le cose, non è fuori luogo supporre, al di sotto della storia, una metafora della relazione tra lavoratori stranieri e società accoglienti, o meglio, delle derive assimilazioniste o segregazioniste dei suoi connotati asimmetrici. In ogni caso è un gran bel lavoro sugli orrori dell’identità.

Bocciato soltanto l’epilogo. Non tanto come ultimo stadio evolutivo della trama (ammettiamolo: un film così può finire solo in due modi e Mum and Dad non aspira certo all’Oscar dell’imprevedibilità) quanto per la chiusura sulla puntuale, esatta, precisissima immagine che fino all’ultimo secondo ho sperato di non vedere.

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