Uomini che odiano le donne

Agony Aunt, a lungo segregata in un multisala, di sabato sera, davanti a un film palloso, riesce a scappare e si vendica scrivendone malissimo sul suo blog: un insostenibile Revenge Movie.

Uomini che odiano le donne è un film bruttarello e sovraccarico che, abusando dei subplot e stirando la durata oltre i limiti del sopportabile, mescola rape & revenge e thriller all’americana sui serial killer.

Le maggiori potenzialità della storia sono probabilmente da cercare nel personaggio della protagonista che – affidato a Noomi Rapace, un’attrice dalla corporatura atletica e nervosa – indica l’intenzione di superare il modello barbie-armata per costruire un prototipo più bellicoso e nevrotico di amazzone vendicatrice. E’ anche interessante l’idea di sistemare sulle tracce di un omicida misogino un’antagonista che, per quanto simpatica e con le sue ragioni, di fatto è a sua volta una specie di serial killer di misogini. Qualcosa che poteva avvicinarsi a una declinazione tatuata e misandrica del modello Charles Bronson.
Purtroppo queste affascinanti premesse si sbracano nell’esasperazione della storia e nella moltiplicazione delle skill del personaggio, cosa che, al di fuori di un contesto schiettamente iperbolico e manicheo come quello action, inizia presto a puzzare di Mary Sue fanzinara.
La nostra eroina ovviamente viene da una famiglia disfunzionale dominata da un padre-padrone, ovviamente si imbatte in un assistente sociale sadico che la stupra (due volte, stile Asia Argento), e ovviamente non riesce a tenersi alla larga dalla sopraffazione maschile nemmeno in metropolitana, dove viene aggredita da una gang di sessisti che le sfascia il Mac al grido di “troia” (e vabbè: qui solo il Vero Nerd può rettamente misurare l’entità dell’affronto, gli altri si limitino a credermi quando assicuro che è una bastardata bella grossa).
Fin qui ci si può stare, perchè è oggettivamente vero che gli abusi di natura sessista – dalle molestie “minori”, tristemente assimilate nella fisiologia sociale, ai crimini più violenti e universalmente riconosciuti come patologici – hanno un’incidenza tutt’altro che episodica nell’esperienza femminile. A tutte le signore, prima poi, capita di vivere momenti di paranoia ed esasperazione: la presentazione di Lisbeth potrebbe parlarci anche di questo, dunque soprassediamo sulla collezione di tragedie.
Il problema è che, a parte il vissuto molto Justine, costei è una hacker fighissima, capace di penetrare qualsiasi sistema, ficcarsi nei laptop dei giornalisti investigativi e smascherare i mega-politici corrotti con un click. Buon per lei, ma ha anche una memoria fotografica da paura ed è intelligentissima. Non basta. Due pacchetti di Marlboro al giorno sulla coscienza e un manifesto problema con l’alimentazione non le impediscono di correre come una lepre. Naturalmente picchia durissimo, padroneggiando armi improvvisate e scalciando come Chuck Norris, e chiaramente se ne va a zonzo su una moto perchè una così dura mica poteva averci la smart con Winnie the Pooh che penzola dallo specchietto. Tralasciamo il trasgressivo vestiario, e passiamo alla psicologia del personaggio: nella miglior tradizione del duro mainstream con tendenze sociopatiche e traumi assortiti nello zaino, Lisbeth è introversa, indurita, terrorizzata dall’intimità e, ça va sans dire, ha paura di innamorarsi. Tempo una settimana infatti è lì che fa l’Elettra borchiata con il giornalista bonaccione, maturo e protettivo.

Orbene, sono cose che hanno il loro perché in un film di Tarantino (che infatti ha messo gli occhi su Uomini che odiano le donne e ne progetta, presumo, la riedizione pulp, citazionista e con un cameo di Mickey Rourke). In un film che funziona come un thriller con Julia Roberts o come uno di quei best seller americani in cui alla fine “tutti i conti tornano”, invece, cotale e cotanta ammucchiata di disgrazie e luoghi comuni risulta irreparabilmente stucchevole.

Tutto il film è come la protagonista.
Non si poteva rinunciare proprio a nulla: i politici corrotti con i conti alle Cayman, i sadici della porta accanto, i nazisti, i delitti biblici alla Seven, i ricongiungimenti familiari in extremis, la storia d’ammore, i “potrebbe essere stato chiunque”, il vecchio gentiluomo che non si arrende, le bionde angelicate, le seconde vite nell’esotica patria di Peter Jackson, tutte le lacrime di chi non sa più piangere e la vita che comunque continua. C’è pure il finale della serie “Incorreggibile, fragile, fortissima Lizzie! ne sai davvero una più del diavolo!”.
Insomma, evoluzioni del tipo “poi si scopre che era stato il maggiordomo” avrebbero aggiunto un po’ di pepe a questo imprevedibile e cervellotico thriller. Veramente un’occasione mancata, soprattutto perché, volendo, una specie di maggiordomo c’era.

Per il resto, nella mia infinita magnanimità, salvo alcuni momenti dell’indagine sul cold case, l’atmosfera morbosa addensata intorno alla villa patrizia e la scena di revenge sullo stupratore, che ha raccolto gli entusiasmi del giovane pubblico in sala. Premio miglior commento all’ineffabile signore assiso al mio fianco, che ha candidamente lamentato l’eccessiva ergonomia del dildo.

La Fondazione Henenlotter, meritoria istituzione per la ricongiunzione dei gemelli siamesi ingiustamente separati alla nascita, segnala infine una sospetta somiglianza tra l’attore protagonista, il melanconico Michael Nyqvist, e Richard Benson, l’Antichrist Antistar dei locali capitolini.
Questo elemento, per cui la Fondazione ha fornito abbondante documentazione fotografica a comprova, vale alla pellicola una valutazione di ben due palle due, in tutti i sensi che il tuo inossidabile istinto da cinefilo può suggerirti.

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