Avere paura del prossimo fa bene alla salute

Due parole sulle regole di Zombieland e Carriers

Prendiamo un’anticaglia come Splatters – gli Schizzacervelli. È selvaggio, virtuosistico, cruento, praticamente basato sull’ibridazione tra un classico di Hitchcock e un classico di Yuzna. È fatto per un pubblico cinefilo, cinefilo e devoto all’horror. In questo senso è anche un film elitario: suppone che il suo destinatario possegga un certo background culturale in assenza del quale la comprensibilità del testo risulta ridotta. Shaun of the Dead, che forse è persino più famoso, è un film meno ammiccante. Non parla solo per un’élite, ma è plausibile che la tenga presente come prototipo di spettatore ideale. Il suo citazionismo attinge comunque al cinema di zombi: i progetti per salvare la mamma, il mito del luogo abitudinario che trasmetteva sicurezza in tempi preapocalittici, la regola di non farsi seguire dagli zombi, la superba gag “non c’è più niente dell’uomo che hai sposato in lui” e via discorrendo.
Nella zombie comedy l’autoreferenzialità già tipica dell’horror si incrementa per forza, perché il mostro di base è un archetipo privo di vita pre-cinematografica e perché il sottogenere nasce come parodia. In certi casi la mania di rifare trasborda spingendo il film alle soglie dell’inutilità; un esempio potrebbe essere Dead Snow, per cui ricordo un lapidario ma efficace commento letto in rete, forse qui: “hai presente che figata quando Ash si taglia la mano con la motosega? Bene, in Dead Snow puoi rivederlo ancora”. Altrove la fissa per le citazioni si placa più facilmente, perché l’effetto comico nasce dall’accostamento ossimorico tra gli zombi e qualcosa – un’ambientazione, un genere – che dovrebbe stridere con il livido immaginario new horror evocato dalla presenza dei morti viventi; mi vengono in mente a questo proposito due cose che ho rivisto da poco come il low budget Zombie Honeymoon (Love Story + zombi) e il raffinato Fido (zuccherosi anni 50 + zombi).
Zombieland parte con questi strepitosi titoli di testa che enunciano una serie di “regole per sopravvivere agli zombi” e sembrano strizzare l’occhio un po’ al manuale di Max Brooks un po’ alla lista di Scream. Superata l’apertura però è piuttosto chiaro che il suo serbatoio di citazioni e riferimenti pop non va cercato nell’horror ma nella commedia americana degli anni ottanta.
I personaggi non si rifugiano nella villa di S. Gordon o W. Craven o di Lucas (è per dire, non so nemmeno se questa gente abbia una villa a Hollywood). Cercano riparo in quella di Bill Murray, invece. “Quest’uomo ha un legame diretto con il mio senso dell’umorismo” esclama estaticamente una delle protagoniste, contemplando il ritratto di Bill Murray come se si trovasse di fronte alla gloria del Pantocrator che scintilla dal posto d’onore sull’abside. A parte la ragazzina di 12 anni, che infatti viene debitamente iniziata al culto, tutto il gruppo adora Ghostbusters, mentre nessuno è particolarmente interessato all’horror.
Volendo Columbus poteva incarnare la saggezza da Van Helsing postmoderno dell’horror fan, perché è portato a classificare i comportamenti in regole e descritto come un nerd. La sua vita preapocalittica è messa in scena come tipicamente nerdica da flashback che lo vedono coinvolto in attività da otaku come il GdR su World of Warcraft, ma si capisce subito che non si tratta di un nerd del tipo horror – no santino di Ash, no maglietta di Cannibal Holocaust, no lavoro part-time in una videoteca. Questo per dire con che cinema Zombieland cerca di instaurare un dialogo, in che filone vuole inserirsi e quali sono i suoi numi tutelari.

Nel forum di Horrormagazine.it il film per ora ha raccolto pochi consensi, nessuno dei quali entusiastico. Uno dei ragazzi del forum lo ha definito una commedia “disneyana” con intenzioni spregiative. Ora, io non disprezzo Zombieland, ma sono d’accordo: Zombieland è disneyano.
Non c’è traccia del cattivismo che contraddistingue l’umorismo horror. In particolare non ci sono: intenzioni ruvide, humor caustico, animali o vecchiette che si fanno male, sesso laido, tette.
Il commento politico – ovviamente blandamente democratico – è così sfumato e risaputo da risultare inoffensivo (l’epidemia comincia da un hamburger e a un certo punto trovano un sacco di armi in un pick-up e ringraziano dio per i redneck). Il principale valore promosso è quello della famiglia, anche se un po’ stramba. Le donne sono armate, ma questo non le mette sul serio in grado di fare a meno di un principe azzurro, anche se un po’ strambo. I bambini fanno tenerezza pure al duro. Manca solo un labrador che combina guai riportando ai morti viventi gli arti perduti.
Il genere di Zombieland non è “horror” ma “commedia di buoni sentimenti con sublot principale di stampo romantico ed eroe uomo-medio affiancato da coprotagonisti fortemente sottotipizzati”. Nello specifico, per l’ultimo punto, abbiamo: la ragazza sottotipo “indipendente e battutaro ma meno sveglio di un sorcio quanto a strategia”, il pazzoide sottotipo “texano superarmato con una fissa buffa”, e “la bambina” – che è “la bambina” e basta perché fino al compimento del sedicesimo anno di età non si ha diritto alla detenzione di un sottotipo a meno che non si veda la gente morta.
All’interno di questo genere, il film fa un buon lavoro: allineare gag senza dare fastidio e promuovere valori innocenti. Dalle mie parti non sarebbe abbastanza né per smerdarlo con gli amici né per guardarlo, se non fosse per il pezzo forte.

Il pezzo forte di Zombieland è nel modo in cui la commedia affronta il tema dell’isolamento, della separazione fisica e emotiva dagli altri, come strategia di prevenzione contro l’aggressione e il contatto contaminante da una parte, contro il fallimento personale dall’altra. Proprio perché il prodotto è assolutamente disneyano la sincerità con cui riflette su questo argomento sorprende in positivo.
Il film non nega che l’autodifesa paranoica di Columbus – declinata in versioni meno nerdiche anche dai suoi coprotagonisti – abbia risvolti patologici, anzi, la dipinge esattamente come l’evitamento che è; però non è così ipocrita da disconoscerne l’efficacia. Zombieland stranamente la racconta tutta, Zombieland lo ammette: le fisse fobiche sono cose brutte ma funzionano, le fisse fobiche ti salvano la vita. Dirlo ad alta voce non è gentile e soprattutto non “fa equilibrato”, ma il fatto resta quello che è: essere terrorizzati dal prossimo è profondamente razionale e altamente igienico.
Il finale vede i protagonisti cedere al proprio destino di animali sociali, ricominciare a farsi carico dei pericoli e delle infezioni di cui gli altri umani sono portatori e aggregarsi in una pseudo-famiglia molto allegra. Il momento però, dominato dalla sgravatissima performance rambista del personaggio di Harrelson più che dal trionfante coping del coulrofobico Columbus contro il pagliaccio zombie, suona come un’apologia del rischio.
Tutti vivranno felici e contenti, ma: (a) più che altro grazie al matto armatissimo natural born zombie killer, (b) non si sa per quanto e (c) solo se gli dice bene, visto che ormai la sacralità razionale delle regole è stata violata e si rimane nelle mani del Culo. Mica tanto zuccherino, per essere il lieto fine di una commedia non-cattivista.

Carriers, scritto e diretto dagli spagnoli Alex e David Pastor, è un film classificabile nella categoria “roba circa-horror a budget basso ma decoroso” e si occupa della stessa questione da un punto di vista serio. Ed è un film bellissimo (sì, mi sbraco proprio così, lo dico subito).
Non è un film di zombi nemmeno lui, né in teoria né in pratica. Ci sono degli infetti ripugnanti con i capillari degli occhi in frantumi, ma sono malati veri. Sul serio dico, non come nel film di D. Boyle: questi non ti attaccano e non ti mozzicano. Ti ammazzano respirandoti vicino, sanguinandoti addosso, chiedendoti aiuto, conforto, consolazione, pietà. Se ti commuovi, se mostri un briciolo di umanità e di pietas, se non fai del tutto schifo sei destinato a diventare come loro.
Carriers non è un film drammatico, è proprio orrendamente deprimente e perfettamente realistico. Praticamente si tratta di una dissertazione lunga e disfattista sulla sopravvivenza dei Peggiori: rotto il patto sociale basato sulla reciproca utilità e sulla costruzione di una sicurezza condivisa, gli umani dei Pastor riprecipitano in uno stato di natura hobbesiano. Ricominciano non tanto a masticarsi a vicenda quanto a sputarsi via come scorie inutili perchè non commestibili.
Anche qui l’apocalisse è strumento e setting di una storia di formazione, ma siamo all’interno di un genere diverso e andare fino in fondo è un destino fatale. Il ragazzo-intelligente di Carriers alla fine del film diventa un uomo, cioè un primate vuoto e ripugnante alle invenzioni della morale, capace di spuntare una lista di comportamenti igienici e, per sua disgrazia, pure di riconoscersi allo specchio.

Scrivetevi tutte le regole, mi raccomando, che il 2012 è alle porte.

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