Trick ‘r Treat di Michael Dougherty

Mi sarebbe piaciuto scrivere una doppia recensione che trattasse sia Trick ‘r Treat che Creepshow , ma i ricordi del secondo sono molto appannati e non ho ritrovato il DVD (se l’ho prestato a qualcuno che legge questo blog, spero che si metta una mano sulla coscienza nevvero). Per certi versi Trick ‘r Treat ricorda parecchio questo sottovalutato e ormai vetusto Romero minore, tanto che Bryan Singer (produttore) per cercare di spiegare di cosa si tratta lo descrive come una specie di “Creepshow meets Crash”.
I due film si possono associare tanto per il riferimento ai fumetti – versione aggiornata della storia del terrore, moderni latori della dimensione del fantastico e del mostruoso all’immaginario infantile – quanto per lo spirito antologico con cui si associa diverse storie. Quelle di Trick ‘r Treat però non si allineano le une alle altre come episodi indipendenti; condividono invece l’ambientazione e si intrecciano in una narrazione unica alla Pulp Fiction, raccontata a suon di scarti avanti e indietro nel tempo, slittamenti e incastri dei punti di vista. Il tema è la notte di Halloween o, più precisamente, quel suo nucleo folklorico che il film di Dougherty intende disseppellire.
Ogni cultura contempla particolari periodi dell’anno in cui i confini del mondo dei vivi si assottigliano, favorendo le migrazioni soprannaturali e le visite dell’invisibile. Si tratta di frangenti misteriosi e delicati, visto che quelli del mondo ulteriore hanno fama di soggetti ambigui: è opportuno mostrare loro il giusto rispetto, ingraziarseli – più per tenerli dove stanno che per invitarli – e lasciare il privilegio di un dialogo articolato con loro a mediatori di comprovata esperienza. Il 31 ottobre, oltre i pipistrelli di gomma e sotto i costumi all’ingrosso, è un momento del genere.
Trick ‘R Treat parte da questo presupposto e mette mano al moralismo vecchio stile da fiaba dell’orrore (o da EC Comics, se vogliamo) per inscenare l’irruzione del soprannaturale in una normalità immemore che ha smesso di omaggiarlo e di portargli il giusto rispetto. Lo spazio tradizionalmente dedicato alla riflessione sui mondi ulteriori e al colloquio diplomatico con le cose che stanno dall’altra parte è stato ormai convertito in un’innocua occasione di scherzi, commerci e baldorie. Dimenticare l’esistenza di un varco, però, non equivale a chiuderlo e i momenti in cui qualcosa può decidere di usarlo restano sempre gli stessi: è di nuovo Halloween e saranno cazzi amari per tutti tranne che per i soliti, cioè quelli con la coscienza pulita oppure “coloro che sanno”.
Favorito da un uso del colore virtuosistico e fiabesco, Trick ‘r Treat ha il pregio di ispezionare una buona serie di classici topoi dell’orrore, desunti da un patrimonio mitico trasversale (il mostro fantasmatico che esige un’offerta, la licantropia) o dal contesto meno remoto della leggenda urbana (il serial killer della porta accanto, la tragedia locale insaporita di connotati spettrali).
Le facce sono quelle giuste per compiacere l’appassionato di horror senza ricorrere ai pezzi grossi. Brian Cox, l’Avery Ludlow della riduzione cinematografica di Red, si conferma a suo modo abbonato al ruolo di canaro attempato (più o meno simpatico) e anche Anna Paquin, già telepate fangbang in True Blood, conserva qualcosa della sua vergine svampita approfittandone per giocarci sopra. C’è pure Dylan Baker, che ancora una volta si dimostra capace di cavare il massimo da una fisionomia sia rassicurante che inquietante, sia mediocre che bizzarra, interessantissima.
Per quanto riguarda il mostro più peso, Sam aka il poppante incappucciato in locandina, devo ammettere che a prima vista mi ha ispirato un’antipatia di proporzioni epiche, causa associazione con il fantasmino di El Orfanato (un film che a suo tempo mi colpì un sacco in quanto incarnazione esaustiva di tutto quello che mi annoia un horror) [1]. Forse anche per colpa di questa idiosincrasia privata, mi è parso un po’ debole come spauracchio iconico e ho apprezzato di più le altre manifestazioni dell’Halloween segreto, trovandole del resto tanto più efficaci quanto più aderenti alle convenzioni di riferimento. La traccia che preferisco, per esempio, è sicuramente quella del pullman maledetto, che procede con la ritualità di una cantilena sull’uomo nero dalla presentazione dei personaggi alla conclusione.

Trick ‘r Treat è un film appetibile per l’horrorofilo, ben scritto e molto ma molto ben girato. Il suo unico difetto è che non fa paura. La traccia di fondo, assai preziosa nel suo romantico classicismo, perde ogni potenzialità inquietante nell’evidenza della narrazione: il riferimento esplicito e ammiccante ai luoghi comuni del genere, l’ingombrante presenza della cornice a fumetti, l’uso che si fa della Paquin, la consapevole rinuncia al personaggio in favore dello stereotipo, il – piacevolissimo, per carità – moralismo vintage del gioco di contrappassi. Sono tutti elementi costitutivi tanto del fascino di Trick ‘R Treat quanto della sua capacità di assumere una personalità miliare. Semplicemente si arriva ai titoli di coda senza la sensazione che qualcosa di più inquietante del colesterolo potrebbe emergere sul serio dalla montagnetta dei dolciumi. A questo punto penso sarebbe valsa la pena di spingersi con più chiarezza verso la commedia.
GORE GORE LINKS
[1] Malgrado l’evidente somiglianza abbia attratto l’attenzione della sempre vigile Fondanzione Henenlotter, va puntualizzato che gli ancestri di Sam affondano in un vecchio corto animato di Michael Dougherty. Si tratta di questo Season’s Greetings, che deve la sua allure vintage al fatto di essere stato disegnato a mano dal primo all’ultimo fotogramma nel lontano 1996.







