Colin

Colin di Marc Price, 2008
Colin è l’ormai celebre zombata da 45 sterline: un lungometraggio senza budget, girato fra amici, conoscenti e passanti, che è arrivato ai festival grossi, Cannes incluso, e si è guadagnato una circolazione da film vero.
Oltre che sull’eroica esiguità degli investimenti, la promozione del film si basa sull’autoproclamazione a “primo zombie movie raccontato dal punto di vista dello zombi”. Questo non è precisamente vero. La cosa era già stata tentata almeno dal famigerato I, Zombie, anche se in toni molto più seriosi, con maggiori pretese e – soprattutto – con un mostro assai meno ortodosso. Colin mi ha ricordato parecchio questo bizzarro antenato a firma Andrew Parkinson, in parte per l’atmosfera poveristica che tutto informa e tutto pervade, ma anche e soprattutto per i suoi melanconici indugi sulle immagini della solitudine e dell’isolamento e per il tentativo di spostare l’asse tematico del sottogenere dall’ambito del commento sociale, che gli è tradizionalmente proprio, a quello della riflessione esistenziale.

Trama: Colin, un giovanotto inglese, viene morso e diventa uno zombi di quelli lenti. Perde la memoria, l’uso della parola e si unisce alle orde dei morti viventi che stanno colonizzando il mondo. Dopo aver peregrinato per la città e approfittato di qualche spuntino occasionale, si imbatte in sua sorella ancora viva. Costei lo riconduce alla casa di famiglia, nella speranza di far riaffiorare dal suo cervello decomposto qualche ricordo o un’altra traccia dell’umanità perduta. Gli sforzi in questo senso, però, sembrano inutili…

Il tema fondamentale del film è quello della memoria. L’intero viaggio di Colin pare orientato al recupero di un ricordo: non tanto di tutta la sua esistenza antecedente al decesso, quanto di un preciso momento che ha a che fare con la sua mutazione, l’ultimo frammento di una storia individuale altrimenti dissolta nel nulla.
In un modo o nell’altro, Colin sembra suggerire che la differenza più imponente tra un vivo e un morto vivente si collochi appunto nella possibilità di accesso al passato, che è inteso come serbatoio di esperienze e motivazioni, archivio in cui cercare un senso per gli automatismi ottusi della mera sopravvivenza. Il problema è poi correlato, con una saggia intuizione, anche al legame tra sopravvisuti e defunti, quindi a una relazione che persiste solo contestualmente alla capacità/volontà di considerare e rievocare il passato. Noi ricordiamo chi è morto, ma che ne è di quanto abbiamo in comune e del suo significato davanti alla certezza che la cosa non è per niente reciproca?
Discorsi interessanti, insomma, anche se oltremodo penalizzati dai prevedibili limiti di una realizzazione molto discontinua sia esteticamente che a livello di trama.

So che criticare un film di questo tipo è antipatico e giuro che sono in grado di riconoscere tutta la poesia della cenerentolesca avventura di Colin. D’altro canto credo che l’approccio più rispettoso a un prodotto certamente amatoriale, ma anche interessato a condurre discorsi articolati, consista prima di tutto nel risparmiargli gli eccessi di indulgenza tipici tanto del paternalismo snob quanto dell’entusiasmo indifferenziato e “a prescindere” per tutto ciò che è fieramente indie. Il fatto è che l’indecifrabilità della fotografia e i maltrattamenti della camera a mano, in un film tanto lungo, si fanno sentire con prepotenza. Ci si stanca e ci si trova inevitabilmente a pensare a cosa sarebbe stato meglio sacrificare: le digressioni più lunghe e contorte (quella della casa, per esempio) faticano a giustificarsi in un’economia narrativa che si rifiuta di fare realisticamente i conti con le famose 45 sterline. Ho apprezzato Colin e sono contenta del suo successo, ma penso che la più pragmatica dimensione del mediometraggio gli avrebbe giovato tantissimo.

Stanti le risorse, è invece opportuno tributare il giusto encomio al reparto sangue e frattaglie che, complici le canoniche capatine in macelleria, fanno decisamente la loro porca figura. Il film trova i suoi momenti migliori proprio in alcune scorpacciate (l’uomo catatonico che si lascia masticare attaccato all’iPod, aspettando la straniante gag dell’orecchio, oppure il tizio che latra follemente mentre Colin e i suoi commensali gli rapinano le trippe) oltre che nei frangenti più sentimentali, teoricamente a un passo dalla fossa del saccarosio ma in pratica piuttosto toccanti (il “saluto” tra lo zombi e sua madre e l’ultima, deprimentissima, scena con la sorella).

In conclusione, spero che Price e soci trovino un’occasione per tornare al lavoro con un budget, così da poter giudicare in modo meno approssimativo se sono capaci di articolare in un prodotto più fruibile una sensibilità che sembra esserci.

This entry was posted in zombi zombi zombi and tagged , , , , . Bookmark the permalink. Post a comment or leave a trackback: Trackback URL.

Post a Comment

Your email is never published nor shared. Required fields are marked *

*
*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>