I Sell the Dead di Glenn McQuaid, 2008
Nel XIX secolo la dissezione dei cadaveri non godeva di una grande reputazione, perciò gli anatomisti inglesi e americani – almeno quelli che non intendevano accontentarsi della manciata di corpi legalmente garantiti dalla pena capitale – si vedevano costretti a rivolgersi ai cimiteri per procacciarsi materia prima. La situazione era abbastanza disperata da produrre un nuovo segmento di mercato nero, non saprei dire quanto sopravvalutato, per opulenza ed estensione, dalla prevedibile capacità di prestarsi alla cronaca morbosa e di ispirare fosche leggende urbane. A sentire Mary Roach – autrice, qualche anno fa, di un best seller antipatico e sopravvalutato ma anche abbastanza interessante, intitolato Stecchiti – il commercio dei cadaveri era un settore piuttosto florido e redditizio, specialmente se comparato alle alternative a disposizione della maggior parte degli individui coinvolti nel business come fornitori:
“Nel 1828, le esigenze delle scuole londinesi erano tali che nella <<stagione>> della dissezione davano da lavorare a dieci ladri di cadaveri a tempo pieno e a duecento, o giù di lì, impiegati part-time (i corsi di Anatomia si tenevano solo da ottobre a maggio, per evitare i miasmi e la rapida decomposizione dei mesi estivi). Secondo una testimonianza rilasciata quello stesso anno davanti alla Camera dei Comuni, una banda di sei o sette resurrezionisti (come spesso venivano chiamati) aveva dissotterrato trecentododici corpi. Ciò significava un guadagno di circa duecento ghinee all’anno – da cinque a dieci volte tanto la paga di un operaio non qualificato – e senza lavorare d’estate.”
I Sell the Dead è appunto la storia una coppia di resurrezionisti ottocenteschi.
Trama: condannato a morte e in attesa che la sentenza venga eseguita, il giovane Arthur (Dominic Monaghan) affida le sue memorie a Padre Duffy (Ron Perlman), raccontandogli le incredibili avventure vissute con il suo socio e mentore Willie (Larry Fessenden), che è stato appena giustiziato. Scopriamo così che i nostri eroi, a forza di vagare di fossa in fossa in cerca di corpi da immolare alla scienza, sono venuti in contatto con il nucleo concreto delle tradizioni folkloriche, imbattendosi in zombie, vampiri e altre bizzarre creature. Spavaldi e ben dotati in quanto a senso degli affari, Arthur e Willie hanno deciso di affiancare alla “banale” tratta dei cadaveri quella dei non-morti, riservata a una clientela più selezionata ma anche disposta a pagare assai meglio. La caccia agli articoli rari, tuttavia, li ha costretti al confronto con una concorrenza decisamente poco raccomandabile…
Benché in questo film figuri il mio futuro marito, in veste di attore oltre che di produttore, cercherò di essere obiettiva nel commentarlo. Comincio perciò col dire che Larry Fessenden, più dinoccolato e più sdentato che mai, è strepitosamente bravo e inenarrabilmente carismatico; quindi, finiti gli avverbi da dare in pasto all’allucinazione stilnovistica, mi rassegno ad ammettere che il giudizio del Daily Mirror, almeno come riportato sulla copertina del mio DVD, è un tantino esagerato: “Un classico della horror comedy… superiore perfino a Shaun of the Dead”. Orbene, durante il film di Edgar Wright si rideva di continuo, a tratti follemente; I Sell the Dead non è altrettanto esilarante, ma guardandolo si sorride sempre. È una commedia piuttosto riuscita, davvero garbatissima (malgrado l’inesplicabile, miope e ignorante divieto ai minori di 15 anni) e non priva di aspirazioni cinefile.
L’ambientazione serve a rievocare il fosco sostrato storico di cui dicevo in apertura, e in particolare i famigerati delitti di Burke e Hare, i due ladri di cadaveri al servizio del Dr. Nkox che destarono orrore e scandalo nell’Edimburgo della prima metà dell’ottocento, ispirando prima R.L.Stevenson e poi il bellissimo film di Wise con Karloff, Lugosi e Henry Daniell nel ruolo di “Toddy”: quel The Body Snatcher che costituisce il primo riferimento per I Sell the Dead.
Il cinema di quegli anni gloriosi, e in generale l’horror classico e ignaro delle rivoluzioni seguite alla fine degli anni sessanta, è fatto oggetto di diversi amorevoli omaggi. Si parte dagli sfondi (esterni spettrali, nebbiosi cimiteri e nuvolose notti) e dalla colonna sonora, essenzialmente costituita da una variazione ironica sulle sonorità care all’horror classico, per finire con il ricorso a soluzioni visive old fashioned. Si veda in questo senso l’introduzione del primo villain che ci viene presentato, Cornelius Murphy: il cattivo resta a lungo in ombra, eccezion fatta per un fascio di luce che inquadra i suoi occhi, riportando alla memoria lo sguardo mesmerico di Bela Lugosi e di tutta la sua tirannica discendenza.
Insomma, Glenn McQuaid rivela a più riprese un afflato nostalgico riferito all’horror gotico, dunque a una stagione ingiustamente esclusa dalle attenzioni citazionistiche che hanno impregnato la cinefilia sanguinaria degli ultimi anni. Questa vocazione non si ferma alla costruzione delle immagini e contamina le scelte narrative: le varie tappe della storia procedono attraverso un incastro di racconti, di memorie tramandate da un personaggio (di solito Arthur, se non mi sono persa qualcosa) all’altro.
Una volta scelto il tono, delineato il contesto e illustrate le personalità di quei simpatici cialtroni degli eroi, I Sell the Dead cerca di usare questo materiale per incorniciare un breve bestiario di mostri, classici e meno classici, non-morti ma anche viventi (la gang dei resurrezionisti malvagi è configurata come qualcosa a metà tra una squadretta di freaks cattivi e un pool di antagonisti di batman). Forse è in questo settore che si condensano le pretese più ambiziose, dunque più difficili da esaurire impeccabilmente, del film, ma nel complesso direi che la faccenda funziona.
Funziona anche grazie al sostegno di una coppia di protagonisti ben calati negli stereotipi di riferimento e di un robusto staff di comprimari. Tra i meriti di I Sell the Dead va menzionato anche l’uso delle facce cult, coccolate come è giusto che sia ma mai spettacolarizzate: è il caso del buon Ron Perlman – che per la gioia di tutti noi riprende il saio – e del mitico Angus Scrimm, qui utilmente prestato a un sinistro medico vittoriano in odore di necrofilia.
Non sarà vero che I Sell the Dead è il nuovo Shaun of the Dead. Però è sicuramente un film delizioso, che guarda senza indulgenza spocchiosa al passato innocente dell’horror – quel passato che ancora preservava il senso di sicurezza dello spettatore innanzi allo spettacolo del perturbante relegando l’orrore tra le nebbie di un passato “gotico” – e confida sinceramente nella resurrezione del suo fascino.
Devo dire che mi è piaciuto abbastanza anche il DVD. Non che sia ricchissimo, anzi, ma non costa un cazzo e contiene un making of molto lungo e abbastanza interessante. Dietro le quinte si vede anche il cane di Ron Perlman, tale Nigel: un piccoletto con il muso ispido, molto estroverso e sicuro di sé.








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Best article!!!