[REC]2 : ho una notizia buona e una cattiva…

[REC]2 di Plaza e Balaguerò

La notizia buona è che non si tratta di un sequel fotocopia: le novità grosse, rispetto a [REC], ci sono.

Sotto il profilo narrativo assistiamo a quella che, approssimando un po’, si potrebbe definire una svolta postmoderna. Restano la camera a mano e la soggettiva come prospettiva unica e obbligata su quanto sta accadendo, ma abbiamo anche la triplicazione delle telecamere, dunque dei punti di vista, e lo smembramento dell’ordine cronologico degli eventi. Se da un lato [REC]2 tenta il potenziamento dei meccanismi identificativi innescati dalla soggettiva, per esempio riproducendo l’assetto di un’interfaccia da videogioco di ruolo, dall’altro esporta gli orrori del condominio maledetto oltre i confini del mockumentary.
L’operazione cinematografica emerge in molti modi, il più pesante dei quali è certamente un montaggio plateale. Batterie esaurite e altre disfunzioni assortite dell’occhio meccanico assolvono né più né meno la funzione di una dissolvenza: servono a introdurre eventi raccontati quando serve, non più mostrati mentre accadono o quando c’è modo di attingere ai documenti che li hanno immortalati.
La novità si estrinseca anche nell’irruzione del cinema come oggetto di citazione e riflessione esplicita. [REC] si appropriava del portato di molto horror antecedente – da Cannibal Holocaust a The Blair Witch Project, da The Descent a 28 giorni dopo – tornando ai suoi discorsi o cannibalizzandone le strategie estetiche e narrative, ma senza incastonarlo nel proprio tessuto sotto la forma evidente dell’elemento metacinematografico. Il sequel concede invece momenti di autentico ricalco citazionista a L’Esorcista di Friedkin e sporadiche suggestioni sulla superiorità percettiva dell’organo telecamera rispetto all’occhio nudo, inaugurando un diverso livello di relazione con la storia dell’horror in particolare e con il cinema in generale.
Un’ ulteriore frattura nel diaframma del finto documento, stavolta annoverabile tra i difetti del film più che all’interno di una sua mutazione consapevole, è riconoscibile nella motivazione debole dei nuovi personaggi-cameraman. Se era quietamente credibile che la giornalista e Pablo si prestassero a un cieco ossequio del comandamento deodatiano di continuare a girare, e se l’ordine di documentare scrupolosamente una missione – sebbene un po’ pretestuoso – regge ancora per il prete e i militari, quante probabilità ci sono che un adolescente sprovveduto, perfino all’apice del panico, resti concentrato sulle riprese? Perché priverebbe se stesso dei benefici della visione laterale, in circostanze tanto pericolose, se non per privarne noi?

Inciso: sul gruppetto dei mocciosi si coagulano tutti i deficit di [REC]2, dai cali di ritmo alla depressione delle spinte identificative. In generale l’inclusione della loro prospettiva sembra omaggiare una scelta teorica prima che le necessità della storia, e non smentisce mai la sua natura di corpo estraneo infisso nell’anatomia di un film che a più riprese pare in procinto di rigettarlo. Ho cercato per un pezzo di trovare una funzione interna alla trama per questi ragazzini, di capire a che servissero oltre che a rompermi i coglioni, e ho concluso che una spiegazione un po’ cervellotica si potrebbe cercare in un tentativo di raccordo con le piccole cavie possedute studiate dal prete dell’attico. Onestamente non ho voglia di riflettere molto su questa intuizione perché non mi sento portata per l’esegesi autoptica dei sottotesti – difficilissimi – da – decodificare, e la annoto solo per “regalarla” a eventuali lettori meno superficiali e/o più motivati di me. Fine dell’inciso.

Quindi [REC]2 non è un mockumentary, ma una narrazione cinematografica evidente e plurilinguistica, che interseca prospettive e piani temporali, e riqualifica la propria posizione all’interno del genere horror esplicitando l’interlocuzione con la sua storia. Dal punto di vista dei contenuti affidati alla trama, la rivoluzione rispetto al primo capitolo è altrettanto massiccia: dopo la Carne e la Morte, arriva anche il Diavolo. Lo spoilerone della settimana, signora mia, è che gli infetti-zombi sono posseduti.
A qualcuno questa novità ha lasciato in bocca il sapore amaro del pastiche malcagato, a me invece come idea piace parecchio. La trovo un sintesi abbastanza ispirata tra le premesse dell’Esorcista, che conferiva sostanza all’attività diabolica attraverso una lenta fisiologizzazione dei suoi effetti, e certe suggestioni del vecchio body horror sulla qualità carnale del Male, sulla violenza organismo, tumore, parassita.
È una scelta che ha il suo perché anche se vogliamo continuare – come secondo me dovremmo fare – a inquadrare la saga all’interno del filone “zombi e derivati”, visto che si propone come coraggiosa esplorazione di un’area sempre delicata e rischiosa della mitologia zombesca: il problema del perché succede tutto questo. Storicamente, mi sembra che la spiegazione soprannaturale del fenomeno sia decisamente minoritaria all’interno del filone: mi vengono in mente complotti militari e malanni eco-revenge, ma non molto – almeno a livello di dialoghi – che sorpassi le blandissime allusioni di Zombi (1979). L’immagine dell’Apocalisse è sempre stata potentemente sovrimpressa al tipico scenario da zombie outbreak; mi riferisco anche a quella di un’Apocalisse precisamente cristiana, pensando al modo in cui lo zombi classico, in quanto cadavere rianimato, si propone come mantenimento sbagliato, beffardo, perturbante, delle promesse di resurrezione della carne affermate dall’escatologia cristiana. Malgrado questo le sceneggiature dei film di zombi, quando decidono di affrontare il capitolo sull’eziologia del morbo invece di saltarlo di sana pianta, tendono a tenersi sull’agnostico e sull’ateo, o comunque sul laico, con l’ovvia eccezione delle trasgressivate in stile Zombie Jesus Christ (che nemmeno ho visto perché solo il titolo mi manda in coma da noia).
Padre Owen, il prete che in [REC]2 capeggia l’incursione dei corpi speciali, è una versione seria del Ninja di Dio. Si sente autorizzato a procedere coi modi marziali di un Templare decapitando a fucilate i bambini posseduti. Il suo Demonio è una cosa di carne, attesta una coesione antimanichea tra corpo e spirito e proclama il potere infettivo del Male incarnandosi nella specie di una malattia contagiosa. La sua Chiesa è una chiesa inquietante: un potere forte, intento in complotti occulti e in occulte ricerche, che archivia sapienze senza divulgarle, che traffica con provette e microscopi, abbandonando il buio della religione-magia e della religione-irrazionalismo per appropinquarsi al vivisezionismo malizioso della mad science: i cattolici ingabbiano a fin di bene cavie umane, bambini addirittura. In questo, l’anticlericalismo del film si dimostra piuttosto atipico, scegliendo di deviare dalla strada maestra che per biasimare la religione si è abituata a lavorare sull’oscurantismo antiscientista. Qui si potrebbe aprire una parentesi di indagine sull’attuale immagine della Chiesa Cattolica, sul modo in cui pontificato di Ratzinger ha riproposto il problema della relazione tra ragione e fede e sulla riscossa del neotomismo. Siccome non ci capisco molto evito di addentrarmi nella materia e di rischiare il figurone di merda, ma non posso non registrare che [REC]2 ospita un significativo aggiornamento della polemica anticlericale.
Fin qui le cose interessanti. Veniamo ai problemi.

La notizia cattiva è che il film è abbastanza noioso.

Sinceramente faccio fatica a spiegarmi che cosa esattamente non funziona, in [REC]2, e ci sto provando anche adesso, mentre scrivo questo post. Resta il fatto che mi ha messo addosso un bel po’ di sonnolenza.
Non funziona la storia, forse. Non sono mai stata uno di quegli spettatori che spulciano i dettagli e si indignano per le incongruenze della sceneggiatura, però [REC]2 ha ripetutamente brutalizzato la mia sospensione dell’incredulità. Mi riferisco soprattutto a quanto detto nell’inciso sui ragazzini, ma anche ad alcuni dettagli che riguardano la Chiesa. Abbiamo visto che il film la rappresenta come entità quantomeno ambigua, ammanicata con il potere politico e militare (il prete non comanda solo la squadretta di Rambo incursori, ma anche gli elicotteri là fuori, quelli che sparano a chi passa davanti alle finestre), scientificamente aggiornata e tecnologicamente bene accessoriata (il riconoscimento vocale). Ora, data la tentacolarità e l’aggiornamento tecnologico dell’istituzione di provenienza, perché mai un sacerdote-scienziato avrebbe isolato il suo frigo per provette e ingabbiato le sue cavie Linda Blair in un appartamento urbano anziché in bunker iperprotetto con le pareti bianche o almeno in una villetta fuori porta? E ancora, se il Male ha un corpo, un corpo nemico che è lecito affrontare con il mezzo della guerra, perché non istituire reparti speciali monastico-cavallereschi debitamente preparati al confronto invece di fare riferimento all’incompetenza del braccio secolare? Magari dovrei rivedere il film, magari mi è sfuggito qualcosa, però – per una volta – sento davvero il bisogno di più spiegazioni.
Non funziona il ritmo. Se i tempi morti di [REC] erano funzionali alla logica del falso documentario e in qualche modo servivano, esaltandola per contrasto, a incrudelire l’esplosione violenta, in un film che si riappropria della sua natura di fiction tornano ad essere semplici cali di tensione.
Non funzionano nemmeno alcune immagini che vorrebbero essere scioccanti ma che, causa sovraesposizione o causa plausibile natura citazionistica, non lo sono affatto. Mi riferisco ai bambini mostruosi come figura perturbante eccellente, che ormai mostrano la corda. Me ne sono resa conto davanti a questo film: sono completamente familiari, ne abbiamo visti troppi, in tutte le salse: una vera overdose di fantasmini, zombetti, indemoniatucci, vampirelli, baby serial killer e anticristi che calzano il 28 e mezzo. Non dico che non si possano più usare infanti spaventosi (vedi con quanto successo li ha adoperati Vinyan giusto l’altro ieri), dico solo che non funzionano più automaticamente come vertice del climax orrorifico.

L’impressione finale è che, una volta ammirevolmente scartata la tentazione della replica, [REC]2 finisca per pagare un prezzo assai salato alla scelta di complicarsi tanto densamente, mettendo in moto meccanismi che poi non sa gestire con il debito rigore. Come si suol dire: non mi è piaciuto, fatemi causa.

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