The Hills Run Red

Un paio di premesse sono d’obbligo. La prima è che The Hills Run Red appartiene all’insidiosa categoria “film horror che parlano di cinema horror, scritti e diretti da horror geek a uso e consumo di altri horror geek”. La seconda è che non mi darò allo spoiler più selvaggio ma, per commentare il film con qualcosa di più articolato di “bello”, “brutto” o “carino”, sarò costretta a fare qualche accenno al modo in cui si serve degli elementi dello slasher. Siccome la cosa potrebbe costituire parte del divertimento, decidete voi se leggere o meno prima di aver visto il film.

Trama: Tyler, giovane horrorofilo all’ultimo stadio, è ossessionato da The Hills Run Red, uno slasher di culto degli anni ottanta ritirato dalle sale e poi scomparso nel nulla insieme agli introvabili membri della troupe. Inghiottito dalla sua fissazione, il nostro eroe decide di girare un documentario sul film e trascina nell’impresa anche la fidanzata Serina e il migliore amico Lalo. Le indagini porteranno il gruppetto prima sulle tracce di Alexia Concannon, figlia del defunto regista, poi tra i boschi misteriosi che hanno ospitato tanto le riprese del cult movie quanto la casa dello stesso Concannon…

Rieccoci dunque alla premiata ricetta carpenteriana e ai suoi noti ingredienti: l’horror maledetto, l’indagatore ossessivo ma anche fondamentalmente scettico e la perigliosa quest, il viaggio verso un orizzonte limbico in cui realtà e finzione si sovrappongono. The Hills Run Red aggiorna la pietanza secondo il gusto contemporaneo per gli anni ’80, quindi per un cinema slasher già assodato, a quell’altezza cronologica, nel preciso insieme di contenuti e stilemi che il film di Parker indicizza e commenta, con un riferimento particolarmente puntuale alla lettura che ne è stata data in mille luoghi della produzione accademica e senza disdegnare ammiccamenti moralisti alla fazione critica che malgiudica il torture porn in quanto erede degenere di quella sanguinaria età dell’oro (la sgridata che il vecchio meat movie somministra alla generazione “hosteliota” dalle parti del finale non potrebbe essere più esplicita a riguardo).
Ritroviamo tutti gli elementi della cosiddetta urbanoia, dai villici tardi e spaventosi all’ingannevole ospitalità della natura-labirinto. C’è il serial killer muto e sfigurato, perturbante ibridazione di iper-virilità fisica e infantilismo psicotico, con tanto di maschera e corollaria predilezione per l’arma da taglio. Ci sono le tette e c’è la promiscuità sessuale, qui però risolta in un gioco delle coppie con un certo background emotivo anziché nello schietto edonismo dei bei tempi andati. C’è la casa isolata, luogo terribile e tempio di depravazione, e naturalmente c’è anche la famiglia intesa come nido della devianza.
C’è tutto. E tutto, almeno inizialmente, sembra destinato a funzionare nel solco della tradizione slasher e/o rural gothic. Invece no. O almeno sì e no, ma comunque non nel modo che crediamo noialtri – il pubblico critico e informato, gli spettatori che si ritengono tanto sapienti – perché riconoscere la struttura dell’horror non equivale a conoscere le inesplorabili e comunque ineffabili radici dell’orrore.

Come gli slasher anni ottanta, dominati dai temi della repressione, del rancore e del senso di colpa, spettacolarizzavano la punizione di determinati comportamenti, questo slasher degli anni zero infierisce masochisticamente sui peccati dell’horrorfilo.

Che cosa c’è che non va in questi tizi che si dedicano ossessivamente allo spettacolo della violenza?
Sono dei depravati, ma anche dei vigliacchi. Vogliono guardare l’orrore e vogliono guardarlo nei dettagli più cruenti. Viaggiano di film in film alla perenne ricerca di una nuova soglia dell’osceno. Sembrano bravi ragazzi intelligenti, leggono saggi, ne sanno di Freud e Lacan, discettano di politica e – per dirla con Alexia Concannon -di “subtextual bullshit”, ma quello che desiderano davvero, sotto sotto, è sempre e solo scoprire qualcosa di più disturbante.
In più pretendono di consumare queste schifezze nella più completa sicurezza fisica e psicologica, protetti non solo dal diaframma antiproiettile dello schermo, ma anche dalla propria intimità con le regole del gioco, dalla confidenza con l’ossatura del prodotto, con i suoi leitmotiv e con i suoi luoghi comuni.
Il discorso di Lalo in macchina, in questo senso, è piuttosto esemplare: “mai lasciare la città” è la regola di base per cavarsela ma, se proprio è necessario inoltrarsi nelle campagne infide, allora è meglio portarsi dietro un’arma, se non altro per complicare la vita quei “redneck amanti-del-culo” che sicuramente sono in agguato, proprio come in Deliverance. Il crollo delle certezze di questo tipo e la consequenziale fallimentarità di precauzioni e strategie basate sul loro presupposto punteggiano tutto il film, costituendosi ora come sinistra avvisaglia del pericolo, ora come colpo di scena per intenditori, ora come culmine disperante del momento spaventoso.
Il classico dettaglio inquietante che la carne da macello urbana non riesce a interpretare, qui, non è nell’uncino arrugginito e nel giocattolo corroso che i giovinastri rinvengono nel bosco, ma nel fatto che i cellulari hanno campo: questo elemento di disordine nella liturgia dell’horror si rivelerà, ça va sans dire, foriero di guai. La sorpresa non sta nell’emersione dall’ombra di un grosso psicopatico che si era infrattato proprio là dietro (questo lo sapevamo che sarebbe successo) ma nel modo spiccio con cui ricorrerà alla pistola: un’arma così prosaica, così poco sadica, così eretica. Ancora, per un esempio più esplicito, si potrebbe guardare a Serina che canta la ninnananna a Babyface, presumendo di avere a che fare con il classico villain mastodontico ma intrappolato nel limbo prepuberale dal trauma infantile di rito.

Descritto in questi termini il discorso potrebbe sembrare onanistico e noioso. Non è così però.
Il pregio specifico che The Hills Run Red può vantare sta proprio nella conservazione di una certa indipendenza dalle sue stesse “puttanate sottotestuali”. Dato, questo, che da una parte nobilita le sue riflessioni cinefile – tutte condivisibili, nessuna rivoluzionaria – mentre dall’altro salvaguarda la cosa più importante: quella capacità di intrattenere che, tra alti e bassi, si assesta su una media piuttosto elevata.
Girato in Bulgaria, il film falsifica con perizia l’ambientazione americana indispensabile ai suoi discorsi e offre allo slasher statunitense, così come era nei suoi anni più gloriosi, un tributo apprezzabile perché meditato ma non intellettualistico, forse elitario per vocazione ma non discriminatorio nei confronti dello spettatore “ingenuo”, che avrà comunque di che divertirsi.

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