American Zombie di Grace Lee, 2007
American Zombie, un divertente mockumentary del 2007, è ambientato in una realtà alternativa in cui i morti tornano alla vita sotto forma di zombi per causa di un’infezione di origine sconosciuta.
Non si tratta però del solito esercito apocalittico: questi morti viventi sono più che altro un nuovo segmento sociale con forti problemi di integrazione. Gli studiosi e le autorità istituzionali li dividono in tre macro-categorie: gli zombi selvaggi (praticamente i soliti mostri romeriani), quelli a bassa funzionalità (normalmente non pericolosi, in grado di prendersi cura di se stessi ma con funzioni intellettive molto limitate) e quelli ad alta funzionalità che, pur essendo spesso totalmente o parzialmente privi di memoria, conservano tutte le caratteristiche degli esseri umani viventi e possono facilmente passare per tali. L’istinto di mordere c’è ed è dovuto a un impulso riproduttivo attuabile attraverso il contagio, ma gli zombi non selvaggi sono perfettamente in grado di dominarlo.
In questo contesto, violentemente animato dalle problematiche dell’integrazione, la regista Grace Lee (che interpreta se stessa) decide di girare un documentario sugli zombi di Los Angeles, seguendo la vita di quattro non morti ad alta funzionalità: Judy, Ivan, Joel e Lisa. Ad accompagnare nell’impresa Grace, che è intenzionata a rendere degli zombi un ritratto rispettoso e politicamente corretto, è John, un filmmaker dalla sensibilità molto diversa. Il documentario porterà la troupe sulla scena del Live Dead, un raduno annuale riservato ai soli zombi e vagamente simile a un cugino sfigato di Woodstock. Qui le cose prenderanno una piega decisamente inquietante.
Come è chiaro dal plot, il mockumentary si accoda alla tradizione più recente in fatto di morti viventi: quella che esplicita le metafore già contenute in nuce nella mitologia zombesca assumendo i mostri di Romero come figura delle identità rimosse, marginalizzate, sfruttate, sotto-rappresentate.
L’oggetto di riflessione fondamentale del film è un certo modo di fare documentario. Più particolarmente, l’atto del documentare le minoranze “controverse”, sempre sospeso tra una correttezza politica a rischio di semplificazione paternalistica e le tentazioni morbose dell’exploitation imbellettata. Il discorso supera di parecchio il livello ombelicale, visto che per qualsiasi minoranza il rapporto con la propria rappresentazione, o meglio con la rappresentazione eterodiretta della propria identità, è a dir poco cruciale. La questione della memoria, tradizionalmente cara al filone zombesco, interseca perciò quella della narrazione dando forma al problema della storia.
Lisa, la fiorista new age, desidera fortemente il recupero del suo passato disperso, indagabile solo attraverso i frame smembrati di un trauma rimosso. Ivan, il fanzinaro che ascolta gli Anthrax e sta con una necrofila, incanala più istintivamente la stessa istanza disegnando a fumetti le sue ipotesi sull’incidente che gli ha bucato la testa. Judy, l’ecologista con l’ossessione nuziale, documenta anche i momenti più irrilevanti del suo presente, fermandoli su un album nella cronaca-collage di una vita “incredibilmente noiosa”. Joel, l’attivista, sembra il più distante dal problema del proprio passato ma in effetti lo scarta in modo vagamente nevrotico, compiacendo lo stereotipo dell’idealista concentrato sull’universale per sfuggire al personale.
Tutti questi zombi hanno bisogno di storia, in un mondo in cui l’autorevole esperto di “Storia Zombi” è un umano, e hanno bisogno di narrazione in un mondo in cui il documentario sulla loro condizione è affidato a una troupe di viventi. Il problema riverbera su chi è chiamato a fare rappresentazione e cronaca dell’Altro: operazione in sé legittima, ma anche notoriamente complessa e perciò particolarmente insidiosa per una coppia di filmmaker egotici, superficiali, animati da due diverse forme di malafede.
A questa prima anima del film, quella satirica, si affiancano poi gli intenti di un horror vero e proprio, classicamente impegnato a dare corpo alla paura dell’Altro.
La tripartizione in cui la popolazione zombi è suddivisa offre a Grace Lee la possibilità di coprire abbastanza esaurientemente gli aspetti base dell’ansia legata all’alterità, ovviamente sovrapponibili ad altrettanti archetipi horror. Allo zombi selvaggio, incarnazione di un’idea dell’alterità ferina, “primitiva” quando non direttamente animalesca, corrisponde la paura dell’aggressione irrazionale; lo zombi a bassa funzionalità, immagine dell’alterità come detentrice di un bacino di potenzialità differente (cioè “minore”) e della consequenziale coincidenza tra appartenenza e destino socioeconomico, smuove il senso di colpa o, più prosaicamente, la paura della vendetta; lo zombi altamente funzionale, infine, con la sua alterità “irriconoscibile” evoca il terrore del nemico endemico, vampiricamente capace di mescolarsi ai viventi per corromperli e contagiarli.
In prima battuta American Zombie si impegna a costruire l’equazione tra revenants e soggetti marginali, lavorando sulle idee fondamentali dal punto di vista degli zombi.
Dunque parliamo di orgoglio e consapevolezza politica con Joel, che individua una continuità tra le istanze della sua comunità e i movimenti di emancipazione pregressi, ma anche della negazione di Judy che vuole essere umana: una perfetta Stepford wife umana, una leziosa impiegata modello umana, una consumatrice vegan più umana degli umani. Vediamo gli orrori dello sfruttamento di cui restano vittime gli zombi a bassa funzionalità. Conosciamo le inquietudini esistenziali dei morti viventi – desiderati dai pastori in caccia di un gregge su cui nessun impero spirituale ha già rivendicato il dominio, contesi tra gli psicologi specializzati, i medici e i terapisti sincretici – e la loro urgenza di esprimersi attraverso l’arte. Riflettiamo sul loro corpo (quando Grace intima a John di non “ridurre [gli zombi] alle loro funzioni fisiologiche” parla una lingua certamente familiare alle spettatrici) e sul significativo limbo delle relazioni miste che, attraverso le esperienze diverse ma ugualmente orribili di Ivan e Judy, può offrire terreno metaforico a un ampio spettro di faccende sessuali.
La seconda parte del film invece inscena la complicazione, vira all’horror: gli zombi non sono, solo e semplicemente, tante povere vittime; non sono una minoranza inerme, soave e artistica, umile e decorativa, che si accontenta di mendicare gli avanzi e si mostra ben grata di rosicchiarli.
Non appena il suo paternalismo è messo alla prova dalla comparsa di qualche ombra, la lungimirante Grace si trova a dar ragione a John e precipita nel sospetto, soprattutto nei confronti di Joel, la cui organizzazione, insieme alla minoranza che intende rappresentare, slitta sotto la lente del solito dubbio sulla distanza tra comunicazione essoterica e intenti esoterici.
Ed ecco che gli zombi, prima tutti “buoni”, diventano tutti “cattivi”.
Lisa si abbandona a scenate assai poco new age, esagerando istericamente l’entità di alcune promesse che, comunque, ha effettivamente ricevuto. Joel finisce per sputare addosso ai membri della troupe, tirando fuori dalla pancia una buona dose di zombicentrismo difensivo, a ben guardare non del tutto ingiustificato. Judy fa uno strappo al regime vegan, per obbedire al suo ipertrofico istinto riproduttivo in un modo che non prevede abiti da sposa e infliggere alla cafoneria un cruento contrappasso. I legami implodono e le teste esplodono, gli equilibri collassano e il lieto fine si allontana.
Nessuno dei personaggi – vivi o morti che siano – regge il confronto con un’ambiguità che il documentario non era preparato a descrivere: non sarebbe stato capace di intercettarla o interessato a riprodurla né nella confezione immaginata da Grace (film a tesi in stile Micheal Moore) né, tantomeno, in quella sognata da John nei suoi storyboards, una roba vicina in spirito tanto al voyeurismo dei Mondo Movie quanto ai suoi antenati sensazionalistici degli anni quaranta.
American Zombie, pur nella sua salsa ironica e sofisticata, in finale è la solita zombata pessimista, antisociale e antiumana, infatti mi è piaciuto parecchio e lo raccomando a tutti.
Ottimi attori per bellissimi personaggi, regista di forte sensibilità polemica e riprese che – mirabile dictu – consentono la consumazione anche durante i pasti costituiscono il bonus extra e fanno perdonare sporadici cali di tono e qualche spunto inconcluso.







