Quelli di True Blood lo fanno apposta

Il post sulla pallosità di Sookie e Bill

Qualche tempo fa, a un paio di puntate dalla chiusura della seconda stagione di True Blood, notavo che i protagonisti della serie appaiono noiosi e indistinti, soprattutto a fronte della brillante flotta di comprimari che li circonda.
Non è un’impressione solo mia. Tutti gli appassionati della serie che conosco lo pensano, per esempio The Incredible Shrinking Man di Lurid Subjects. Anche Simone Corà di Midian ha rilevato la stessa cosa nell’ambito di un bel post di commento (positivo) alla seconda stagione.

Dal momento che la serie nel suo complesso è piuttosto figa e che, soprattutto, lo sono i personaggi minori, ho finito col convincermi che se Sookie e Bill si rivelano tanto insapori è perché gli autori lo fanno apposta. Poggy di Conversation Pieces, che non ha ancora visto la serie ma si è fidata di sua zia, ha già avanzato via commento un’ipotesi sulle ragioni occulte che potrebbero celarsi oltre il potere soporifero della coppietta. Ci provo anche io.

In questi giorni sto leggendo Monsters in the Closet di Harry Benshoff. Si tratta di un saggio che esamina modi e funzionalità con cui l’horror di lingua inglese ha rappresentato l’omosessualità tra gli anni trenta e i novanta, complicando con la sua attenzione focaultiana alla possibilità del punto di vista queer – nei film come nell’audience – una sensibilità politica in qualche modo memore delle pionieristiche indagini di Russo.
Tra le altre cose, Benshoff nota come nell’horror classico, specialmente ai suoi albori americani, a contrapporsi al complesso, sempre nefando ma anche fortemente strutturato, cattivo e/o mostro queer ci fosse spesso una coppietta etero piuttosto indistinta, trascurata, o meglio, data per scontata in tutti i dettagli ulteriori alla sua adesione al modello egemone per quanto riguarda costumi sessuali e ruoli di genere. Brad e Janet, in pratica.

Allarghiamo un po’ il discorso. L’omosessualità attribuita ai personaggi negativi, come lo stesso Benshoff riconosce, è solo uno dei connotati che li caratterizzano in quanto eversori. Anche puntando i riflettori su altri elementi che ne definiscono l’alterità, resta il fatto che tutto il mondo intorno al mostruoso, al caotico, al malefico, nell’horror classico è descritto con grande attenzione, mentre quell’universo normale che dovrebbe fungere da piattaforma identificativa per la maggior parte del pubblico è solo accennato a grandi linee.

Sappiamo che nel corso del tempo i mostri del grande schermo sono cambiati parecchio. Quella che una volta era la minaccia da estirpare, senza se e senza ma, sempre più spesso è stata usata come figura dell’escluso sofferente in grado di catalizzare le spinte empatiche del pubblico. Qualche mese fa, per esempio, scrivevo le mie impressioni su quanto è capitato alla figura del vampiro, portata fin quasi alle soglie dell’umanità – e sicuramente oltre quelle dell’horror – dal graduale processo di demostruosizzazione che ha interessato le sue più popolari incarnazioni mainstream.

Ora, In teoria Sookie e Bill sono due tipi strani.
Lei è un freak del genere “giovane donna con abnormi poteri mentali” e, all’inizio della prima stagione, non è nemmeno sessualmente attiva: non penso di essere l’unica appassionata della serie che, subito dopo aver preso atto del personaggio, se l’è visto destinato a una bella doccia di sangue suino o a qualcosa del genere. Lui invece è un vampiro, con tutte le risapute implicazioni del caso.
Nei fatti, però, i due svolgono la stessa funzione che nell’horror classico era affidata alla “coppia normale”. Sono i fidanzatini che cercano di farsi i fatti loro mentre un tot di mostri, umani (psicopatici, maniaci religiosi, provinciali razzisti) o non umani (menadi, vampiri non umanizzati e domani chissà), briga per risucchiarli dentro l’occhio del ciclone, ostacolando le serene nozze cui sarebbero altrimenti destinati.

Come succedeva alla coppietta anni trenta, inoltre, Sookie e Bill non sembrano “scottati” più di tanto dalle parentesi di caos, violenza e follia e in cui si sono imbattuti. Oggi, finita la seconda stagione, dopo i massacri seriali, gli esorcismi, le follie orgiastiche, i sacrifici umani, le sette fondamentaliste e un body count ormai assestato su cifre di tutto rispetto, nessuno dei due è veramente diverso da quello che sembrava nel primo episodio. Se non si vuole andare troppo per il sottile, questa ostinata impermeabilità all’esperienza del male può essere letta come equivalente riveduto e corretto di una passeggiata finale verso il tramonto.
Il caos esplode, sovverte l’ordine e viene represso senza che Sookie e Bill ne escano sfigurati, traumatizzati, invecchiati, mutati. Sookie e Bill – soggetti strani quanto può esserlo oggigiorno il mostro simpatico – non cambiano, perché non sono. Non evolvono, perché non esistono oltre l’essenzialità diafana del mero schema.

Prendiamo il vampiro Bill.
Una volta era un bravo padre di famiglia. Poi è diventato un vampiro e si è dato alla pazza gioia per qualche decennio insieme a una femme fatale di nome Lorena. Adesso però ha messo la testa a posto e gli occhi su una brava ragazza: vuole accasarsi. Fin qui la biografia, ma che tipo è Bill? Non lo sappiamo: oggi è rissoso e domani è calmo, in una puntata ha paura di Eric e nell’altra no, un giorno perde la testa non appena Sookie si trova in pericolo e quello dopo mantiene il sangue freddo per escogitare un cervellotico piano di salvataggio.
E Sookie, che tipo è lei? Non sappiamo nemmeno questo. Ovviamente ci rendiamo conto che è una “brava ragazza” e che la sua diversità le ha insegnato a non discriminare gli altri, ma per il resto il suo carattere resta ingiudicabile, sepolto sotto un’indecifrabile coltre di smorfiette svampite. A volte è ingenua e a volte furba, in un episodio si mostra forte e autosufficiente, nel successivo fragile e insicura. Non è chiaro nemmeno come e perché si sia innamorata di Bill. Il motivo ufficiale è che “non può ascoltare i suoi pensieri” perciò lo trova rilassante. Giustificazione, in sé un po’ debole, che si assottiglia di episodio in episodio, proporzionalmente all’avanzata della storia e al costante incremento di personaggi vampiri interpretati da ex modelli trentenni che abbassano il mento prima di guardare in camera.

A questo proposito va notato che il vampiro Bill, in effetti, un cambiamento lo ha subito. Qualche sera fa ho rivisto l’episodio di esordio della prima stagione, constatando con un certo sgomento quanto fosse solitario, capellone e tenebroso colui che adesso ha una figlia adolescente a carico, è pettinato come un prete e indossa perlopiù canotte della salute. Nel frattempo il vampiro Eric, che si è invaghito di Sookie, si è fatto le mèches e ha assunto un look molto più giovanile, molto meno comparsa di Pathfinder. Naturalmente anche Bill ha grandi progetti per rinnovare il guardaroba: per esempio si è appena comprato queste appropriate calzature. Gli stanno un amore, ma per contratto deve aspettare che Eric si faccia mettere un piercing al pisello prima di indossarle in scena.

Non so se gli autori stiano preparando il terreno per far passare Sookie dalle braccia del vampiro-umano a quelle del vampiro-vampiro. Quanto è certo è che Eric – già protagonista, sia con Godric che con Pam, di relazioni più interessanti di quella tra Brad e Janet – si sta comportando esattamente come facevano i suoi nonni: provoca Medioman e insidia la Scream Queen, producendo l’immarcescibile “triangolo erotico gotico” descritto dalla Sedgwick. “Perché non vi fate una bella scopata invece di litigare?” suggerisce la Regina dei Vampiri, parlando con Eric della competizione che lo lega a Bill. Ecco, mi sa che io e la Regina dei Vampiri abbiamo delle letture in comune.

Edit: ecco la scena tra Eric e la mia futura vicina di anobii. (Spero sia quella giusta, che su questo PC ho un problema con l’audio)

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