Alice in Wonderland

Alice in Wonderland di Tim Burton, 2009

L’attesissimo film di Tim Burton non è una riduzione cinematografica dei testi di Lewis Carroll, ma una specie di sequel del celebre cartone della Disney.
Ritroviamo un’Alice ormai ventenne che, liquidate come sogni le incredibili avventure dell’infanzia, sta per convolare a ingiuste nozze con un giovane lord telecomandato dalla madre invadente. Nel giorno della sua festa di fidanzamento, la nostra eroina cade nuovamente nella tana del Bianconiglio. I favolosi abitanti del Paese delle Meraviglie, spartiti nelle opposte fazioni che sostengono la Regina Bianca (buona) e quella Rossa (cattiva), riconoscono in lei l’eletta predestinata a liberarli dalla tirannide. In soldoni, si tratta di recuperare una specie di Excalibur e di usarla per sfidare un mostro grosso. Riuscirà la giovane Alice a compiere la profezia?

La prima cosa che salta agli occhi è la scomparsa dell’infanzia dall’attualità della protagonista. I vari luoghi e personaggi della storia si ridispongono perciò intorno a una giovane adulta la cui quête coincide appunto con una riconquista dell’infanzia, intesa come recupero di un’identità pura e autentica, incorrotta dalle spinte oppressive della società reale.
Il fatto che Alice sia sul punto di seguire le orme di sua sorella, diventando una moglie vittoriana addomesticata, repressa e cornuta, e che la sua missione in Wonderland sia sostanzialmente riassumibile nel compimento di un’impresa alla Eowyn, fa del film una storia di emancipazione femminile. Non essendo una grande estimatrice dei testi sacri di Carroll, non saprei dire fino a che punto un simile sviluppo della storia trovi fondamento e radici nella loro premessa. Di fatto, il regista Tim Burton e la sceneggiatrice Linda Woolverton hanno imboccato questa strada con una certa decisione, aspergendo perfino qualche goccia di romanticismo platonico sulla relazione tra Alice e il Cappellaio Matto, una figura maschile gregaria ma positiva, rassicurante e non possessiva.
Presumo che l’avventura di Alice nel Paese delle Meraviglie rappresenti, in questa rilettura della faccenda, una sorta di esplorazione dell’inconscio e/o della storia personale al termine della quale il personaggio rinasce purificato dalle proiezioni del contesto sociale e dalle inibizioni introiettate, potenziato dal contatto con un’immagine di sé creativa e vincente, vincente anche attraverso il ricorso alla violenza fisica (detto così fa molto “ragazza dei sogni di Leslie Vernon”, me ne rendo conto, ma tant’è).
Personalmente non ho apprezzato la decisione di condurre un discorso di questo tipo all’interno di un contesto produttivo necessariamente edulcorato e politicamente corretto, che non poteva certo concedere all’impresa ordalica nel Paese delle Meraviglie le manipolazioni necessarie a conferirle una qualche coerenza con i temi accennati dalla cornice. La sfida di Alice per diventare una spericolata imprenditrice invece di sposarsi, fare la calzetta e partorire un tot di piccoli lord, si risolve in tre minuti di sculacciate inutilmente anacronistiche alle ipocrisie e alle convenzioni della società vittoriana (o di genuflessioni inutilmente ottimistiche alle ipocrisie e alle convenzioni della nostra, fate voi). Tuttavia, tralasciando l’insofferenza che questa soluzione mi ispira, trovo che la sua adozione sia un elemento piuttosto rilevante.

Un secondo dato che mi ha enormemente colpita è la rinuncia a conservare le specificità dell’universo di Carroll per contaminarlo con un Fantasy più classico, più heroic se vogliamo.
Abbiamo l’eroina eletta, la profezia custodita su un supporto circondato da un’aura di sacralità, l’arma magica, il drago, la contrapposizione tra il male della tirannide e il bene della monarchia illuminata e filantropica, e il ruolo provvidenziale del paladino, la cui lotta individuale – culminante nella singolar tenzone con il mostro grosso – decide i destini di un mondo intero scavalcando, o comunque adombrando, i processi storici.
L’imposizione di questa trama sulla Wonderland che finisce per farle da sfondo si traduce in una narrazione logica e ordinata, inevitabilmente trionfante sul caos e sul nonsenso. Le mattane della lepre marzolina e le incredibili metamorfosi fisiche di Alice, come tutte le altre assurdità spiazzanti della storia, da momenti narrativi diventano gag. Il Paese delle Meraviglie dunque non è un protagonista, ma un’ambientazione. L’avventura formativa di Alice attraversa questo setting in tappe molto riconoscibili, certamente orientate anche dalla fatalità della predestinazione.
È interessante notare come Tim Burton, il cui tratto autoriale risulta nell’insieme un po’ dimesso, venga fuori soprattutto nella rappresentazione delle due regine, chiamate a incarnare la contrapposizione manichea tra Bene e Male che le convenzioni fantasy cui si riferisce la virata eroica di questo Alice esigono. L’antico amore di Burton per i tizi “strani e oscuri” emerge nella malcelata simpatia con cui si guarda alla regina cattiva e nei tratti ironici riservati alla sua smielata controparte in bianco – che, a conti fatti, altro non è che un’usurpatrice molto popolare.

Incidentalmente, parlando delle due regine, colgo l’occasione per notare una certa nostalgia per il potere estetico del corpo di Lisa Marie, splendida e silente musa del primo cinema di Burton, qui surrogata da una Anne Hathaway letteralmente travestita da lei.
Mi ha sempre incuriosita molto l’uso quasi spettrale che Burton faceva dell’immagine dell’ex compagna. Nei suoi film Lisa Marie c’era sempre, ma parlava pochissimo e non recitava quasi mai, se non nel modo in cui potrebbe farlo un mimo. Più che altro appariva, come un fantasma di femminilità ideale, fantasticabile ma inverosimile.
Mi sono sempre chiesta se tutto ciò avesse un motivo pratico, cioè se Lisa Marie, semplicemente, fosse incapace di recitare in modo più convenzionale e/o disinteressata a farlo. Tuttavia ci sono un paio di elementi che mi suggeriscono qualcosa di più complicato. Il primo sta nel fatto che quando ha avuto occasione di spiccicare qualche parola, per esempio nella sua spiritosa interpretazione di Vampira (non a caso, una figura molto fisica), Lisa Marie se l’è cavata piuttosto bene. Il secondo è che ogni tanto, guardando i film di Burton girati in seguito alla loro aspra rottura, mi è capitato di individuare un ruolo che sarebbe stato perfetto per lei, o meglio per la sua potentissima immagine (oltre che alla Regina Bianca, penso per esempio alla moglie di Sweeney Todd).
Lisa Marie – di volta in volta inquadrata dal gossip come perfida ex, sedotta e abbandonata o trophy wife, e dall’occasione del ruolo come vittima eterea, involucro-trappola o dark lady – nel cinema di Burton è sempre stata uno spettro e in qualche modo lo è tuttora.

Comunque, per tornare al film, mi astengo dal commentare il suo impatto estetico, almeno nel mio caso enormemente penalizzato da un 3D che mi ha disturbata e soffocata senza giustificarsi con un significativo incremento della spettacolarità. Può darsi si sia trattato di un problema della sala. Se capita, lo rivedrò volentieri in DVD e tornerò sul discorso.
A livello, per così dire, di contenuti, la mia impressione è che le scelte di cui ho parlato sopra denotino una sostanziale sfiducia nei confronti di Alice nel Paese delle Meraviglie e della sua capacità di rivolgersi con successo al pubblico contemporaneo. Da qui la necessità di integrare il mondo di Lewis Carroll con elementi narrativi e sottotestuali di comprovata popolarità, derivati da tutt’altro immaginario e da diversa tradizione.

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