La passione di Cristo di Mel Gibson e il Torture Porn

La Passione di Cristo di Mel Gibson, 2004

The Passion of the Christ è uscito in America nel febbraio del 2004, un pochino prima di Saw.
Un paio di anni dopo, quando David Edelstein ha scritto l’articolo più citato del decennio, lo ha aperto menzionando quattro titoli: The Devil’s Rejects, Saw, Wolf Creek e, appunto, La passione di Cristo.
Un’analisi appena meno che superficiale de La passione mi sembra confermare che il film di Gibson non solo non è fuori posto nella lista, ma è addirittura papabile come fondatore del sottogenere.

Sono consapevole del fatto che l’espressione torture porn nasce e cresce con marcata sfumatura peggiorativa, ma quando lo uso io tendo a conferirgli un’accezione neutra. Trovo si sia trattato di una moda non dannosa (anzi, ha posto le premesse di attuabilità, tollerabilità e commerciabilità per ragguardevoli lavori a venire sul dolore fisico) e nemmeno priva – pur  nella sua frequente inconsistenza – di un certo fascino.
Il torture porn, tra le molte cose buone che ha fatto, meriterebbe riconoscenza per aver posto fine a un noiosissimo periodo di cadaverine pallide, orrori suggeriti, scherzi alla Wes Craven, cose col messaggio, succhiando le sue inclinazioni antigieniche – presumo – dal cinema del lontano oriente che nelle sale, qui da noi, non ha mai preso piede. Si è affermato a livello mainstream, con un tot di americanate più o meno antipatiche al cospetto delle quali The Passion brilla per la sua sentita rudezza, per il suo approccio schiettamente pornografico – ove pornografico va neutralmente inteso come rinuncia programmatica a ogni ellissi in favore della documentazione in dettaglio e in tempo reale dell’evento o-sceno – nonché per la sua essenziale indifferenza al buon gusto. Sono complimenti? Sì e no.

Cominciamo dal No.
The Passion è un film con fortissime connotazioni exploitation. Non penso all’insistito sadismo delle scene per cui è celebre, ma all’uso spregiudicato che ha fatto dei corpi di attori gravemente malati costruendo l’entourage del suo Satana transgender. Sinceramente, nell’arte inquietante, ho sempre trovato cinico il ricorso alle fisicità comunemente percepite come estreme (includo anche roba come Browning, Arbus, Herzog e mostri sacri assortiti per i quali di solito si fa un discorso a parte, cosa che secondo me ha senso fino a un certo punto). Nel contesto del film di Gibson, tuttavia, la scelta risalta per una particolare intenzione disturbante. Rende la misura della spregiudicatezza del prodotto.
Non si avverte, in Gibson, un interesse per il significato della forma diversa, per la sua bellezza, per i filtri che ci impediscono di individuarla. Quei corpi sono rappresentati, trivialmente, come semplicemente brutti, secondo un’elementare associazione che lega il difforme al brutto, e il brutto al male o alle sue operazioni sul corpo del bene, come capiremo durante il lungo processo per il quale Cristo è lentamente sfigurato.
Tutto questo non mi colpisce così tanto perché offende una sensibilità politica conforme al mio tempo. Cioè, forse un po’ sì, ovviamente, ma non principalmente. Principalmente cozza con quanto penso sulla forma dei corpi umani, sul motivo per cui sono interessanti e sul modo in cui le convenzioni culturali in materia di bellezza fisica tendono a invulnerabilizzare, chiarificare e desessualizzare quelli destinati a fungere da modello nel settore “non famolo strano”.
Non mi dilungo oltre: per mille motivi questo tratto del film mi ha turbata terribilmente. A fronte di altre abominevoli sgradevolezze razzistiche che gli vengono imputate devo anche dire è l’unica che riconosco come sicuramente, indubbiamente, presente nel prodotto. Se mi trovassi a mio agio nel giudicare il film da un punto di vista morale, assicuro a cani e porci che mi basterebbe e avanzerebbe per bocciarlo, ma non è così.

Passiamo oltre, quindi. L’intenzione di Gibson, che quanto a manipolazione delle emozioni viscerali c’è sempre andato giù pesante, era quella di raccontare l’agonia di Gesù Cristo, ispirandosi alle rappresentazioni della sua mortificazione e della sua esecuzione più grandguignolesche e non solo – checché ne dica lui – ai Vangeli, che non sono tutti uguali nei dettagli del calvario.
Questa scelta non è stata apprezzata dai laici, inclini a diffidare dell’associazione tra il forte potere emotivo della violenza e un’attitudine alla predicazione religiosa che – al di là delle sfumature più o meno eterodosse riconoscibili nella sua conduzione – il film indubbiamente possiede. L’idea non è piaciuta nemmeno a molti cattolici, che hanno sospettato la costruzione di un nesso eretico tra “quantità” di dolore somministrata a Cristo ed entità del suo sacrificio o sono rimasti un po’ freddi davanti alla sbrigativa risoluzione dell’argomento resurrezione, offuscato dalla soverchiante evidenza della morte. I cattolici più preoccupati di testimoniare il Concilio Vaticano Secondo e, soprattutto, gli ebrei hanno inoltre accolto con molta preoccupazione l’idea che questa narrazione spettasse a un autore proveniente da ambienti critici (se non proprio dissidenti, onestamente non lo so) rispetto alle conclusioni del concilio, temendo una resurrezione delle vecchie superstizioni antisemite sul “deicidio”.

Stanti non solo tutte queste polemiche, ma anche il loro senso, non si può negare che Gibson abbia deciso di affrontare un argomento cruciale  e controverso, per il cristianesimo, sin dai suoi primi passi oltre la morte di Gesù: quello della croce, infamante strumento di morte e supplizio che diventa – con un capovolgimento assurdo, a proposito del quale Kung parla efficacemente di  “provocazione” – un simbolo glorioso. Che sia uno come Gibson a occuparsene può piacere o meno, il punto è che si tratta di un’urgenza o comunque di una necessità profondamente cristiana.
La cosa interessante, dal mio punto di vista, è che Gibson abbia scelto di seguirla ricorrendo al linguaggio dell’horror, fatto che gli consente di recuperare il senso di sgomento originariamente connesso all’idea di un Dio che non solo (come altri) risorge dopo essere stato ucciso, ma che viene proprio scannato come un criminale.

Gli elementi horror sono tantissimi.
Il rimorso di Giuda, per esempio, prende le spoglie di una persecuzione fantasmatica, con orrendi spettri che sbucano fuori dall’ombra per tormentare il traditore. Una scelta abbastanza interessante desunta dai linguaggi dell’horror soprannaturale e non a caso, mi sembra, letteralmente riecheggiata dal successivo horror “teocon” L’esorcismo di Emily Rose.
Gli aguzzini romani assumono i tratti ferini, rudi e sordidi, dei cattivi degli horror urbanoici, tutti sadismo grezzo e zozzeria sotto le unghie e denti guasti. Come i Sawyer e come la loro (anche recente) progenie, i torturatori di Cristo sono incapaci di empatia, considerano la sofferenza della vittima come gli umani fanno con quella delle altre specie: questo ci impressiona proprio perché in verità è evidente che anche loro sono umani, che non sono i Visitors. Sono umani ma cattivi, e brutti tanto quanto Cristo – interpretato da un attore dal corpo nervoso e armonico, la tipica bellezza mediorientale – è bello. Brutti senza squame, senza dentoni, brutti come anche noi potremmo essere se la sorte ci avesse fatto nascere al loro posto (o se li incontrassimo e ci torturassero a lungo).

Il dato splatter non è dunque l’unico tratto più o meno horror di The Passion, però è il più vistoso e percussivo.
Speroni, nella seconda edizione di Sotto il nostro sguardo, ha scritto pagine interessantissime sul modo in cui l’uso del corpo offeso e della carne martoriata spinga in secondo piano, con la sua evidenza assordante, sostenuta e moltiplicata dall’intraducibilità dei dialoghi in aramaico e in latino, il nucleo religioso del film e l’intento della sua narrazione. Letteralmente:

“La formazione [di Gesù] che prepara l’evento cruciale, come pure la resurrezione che lo risolve, occupano i margini di un evento, la Passione, che è invece il qui e ora del tempo presente, ovvero il punto di vista interno, il dettaglio. […] La morte può anche essere un non problema, risolto dalla fede religiosa o vanificato da una sensibilità stoica […] Il problema è il morire (non la morte), cioè il modo in cui si vive e si sente sul corpo il dolore che, allargando lo sguardo, è il problema stesso della Storia, dei suoi costi umani. […] Ciò che vediamo non è più lo svolgersi di un racconto che spiega e dipana la matassa intrigata del dolore e la metabolizza per un fine edificante.”

Ora, il libro che ho citato mette tutta questa roba in coda al fenomeno della nuova body art, mentre a me il discorso serve per piazzarla in apertura della stagione del torture porn, però non mi sembra che le due cose siano in conflitto.
A prescindere dal livello di intenzionalità, consapevolezza, erudizione, che vogliamo riconoscere alle indagini autoptiche del torture porn, il sottogenere fa dell’esperienza del dolore il suo primo (unico?) oggetto di indagine, gridando quella che è forse l’inquietudine più ricorrente dell’orrore contemporaneo: un incubo concentrato sull’ hic et nunc della sofferenza fisica.
Guardandola da questo punto di vista, l’irrealistica resistenza di Gesù alla terribile mole di brutalità che gli viene inflitta, serve, più che ad attestare la sua natura sovrumana, a prolungare ed esasperare lo spettacolo del patimento. Ha perciò più o meno la stessa funzione dei ralenty cui il film ricorre sovente (talora, anche stucchevolmente) e finisce per dire, oltre le apparenze e i pregiudizi, non della sovrumanità ma proprio dell’umanità della carne straziata e della sofferenza. Qui sarei tentata di individuare la riemersione di una prospettiva religiosa, anche se in modo sfasato rispetto a quello di cui si parlava prima perché concentrata sull’umanità di Cristo più intensamente che sul significato della sua morte, però non mi addentro per non affrontare cose complicate con incompetenza. Resto su un terreno familiare: questo trattamento, al cinema, viene tipicamente riservato a poche specie di protagonisti, nessuna delle quali annoverabile nella categoria “esseri soprannaturali”.
Il primo che mi viene in mente è il caso di certi eroi d’azione contraddistinti da una strabiliante competenza nell’incassare, e nel farlo riportando visibili danni fisici, cosa che li umanizza rispetto, mettiamo, al classico supereroe. Gli eroi di questo tipo si coprono di lividi, si azzoppano, sputano i denti e hanno le tempie tumefatte. La stessa cosa succede ai popolari eroi di certi film sullo sport. In questo senso ho trovato molto pertinente l’applicazione, anche polemica, dell’idea di The Passion su un contesto alla Rocky vista l’anno scorso nel cristologico The Wrestler.
Superando però i confini del protagonista fisicamente eccezionale, non nel senso di “invulnerabile” ma in quello di “particolarmente preparato dal punto di vista atletico”, mi vengono subito alla memoria i superstiti (più frequentemente, le superstiti) degli slasher. Soprattutto Sally di Non aprite quella porta, che non a caso ha anche una funzione di vittima sacrificale, con tutta la doppiezza di attributi che una simile qualifica comporta.
Il Gesù di Gibson è spesso stato accostato ad altri eroi torturati del violento regista australiano, specialmente a William Wallace. William Wallace somiglia in un certo senso a John Rambo, ma Gesù, anche se ricorda William Wallace e quindi di riflesso pure Rambo, ha molto più in comune con Sally: non è un pugile e non è un duro con mirabolante preparazione militare. E’ un tizio che è stato catturato da persone che gli fanno malissimo e che subisce, soffre, sopporta.
Diversamente da Sally, però, Gesù non è in condizioni di tentare la fuga. Non è questione di assertività e risorse, ma di impossibilità oggettiva di cambiare le cose. Non può che stare lì a farsi scoprire le vertebre da un Leatherface che parla in latino: per la maggior parte degli spettatori è come se il mostro grugnisse, come se parlasse un orrendo idioma lovecraftiano. Anche la lingua di Gesù, di sua madre, dei suoi amici, è incomprensibile. Quello che si capisce è il rumore, il sangue, il dolore, niente altro che il dolore di qualcuno che non può salvare il suo corpo, esattamente come succede con le vittime incatenate negli scantinati di Hostel e della sua numerosa progenie.
Non ci si chiede, in questo film, come potrebbe andare a finire, non ci si domanda perché succede qualcosa di tanto orrendo. Di queste risposte non c’è bisogno, oppure non possiamo ottenerle. Il dolore, nella sua crudeltà radicale, nella precisione pornografica del dettaglio gore, è davvero tutto quello che ci resta da guardare, la sola cosa che possiamo conoscere

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10 Comments

  1. Posted March 27, 2010 at 11:25 PM | Permalink

    Per la prima volta da quando uso il servizio, il file con l’immagine che avevo scelto per l’articolo e che ho prontamente copiato sul mio negletto tumblr, è stato rimosso da imageshack.us. Direi che è segno che ho ragione :)

  2. Posted March 28, 2010 at 8:32 AM | Permalink

    Splendido. Dico, mi alzo una mattina andando di corsa perché devo uscire, e mi trovo un’articolo così – io che ho ‘sta fissa del dolore, che non avrei mai chiamato ‘porn’ ma probabilmente perché non l’ho mai incontrato nè utilizzato in questo senso.
    Intanto, una domanda che mi sono posta: considerate alcune differenze – come spieghi bene e semplicemente, una Sally, una Emily oppure un Cristo non hanno le stesse caratteristiche di un Rocky – è possibile che questo dolore fisico protagonista del (sotto)genere si presenti come la maschera di un ricercato (voluto) dolore intimo? Voglio dire, sono io che non so dominare e distinguere la mia ‘perversione’ da quel che affronti tu, oppure The passion – come altri – può essere letto, almeno per un aspetto, quale fantasia di un cosiddetto masochista morale?
    Spero di non essere uscita violentemente dal seminato: se la questione riguarda soltanto me, passa oltre.

    Come detto, sono di corsa perciò non posso purtroppo soffermarmi subito sul dettaglio. Ma voglio spendere almeno una parolina per quella tua intuizione, che ritengo assai corretta, che accenna all’evidenziazione dell’umanità di Yehoshua (Gesù) rispetto all’equivalente carattere divino.
    A me quest’idea pare non solo plausibile, ma effettivamente sviluppata. In modo forse sotterraneo, cioè lasciato alla percezione personale: come personale è – perché tocca che sia così – anche la presa di coscienza, ed il decidersi per, del Cristo. Decidersi per, cristianamente parlando, fare la volontà del Padre.
    Non che altre pellicole non abbiano pouto, voluto e saputo descrivere questa tematica in maniera chiara e affatto nascosta: come minimo mi auto-obietto che questo è stato fatto, perciò se Gibson ha fatto altrimenti non può essere casuale. E’ anche vero, a mio parere, che ogni messaggio necessita di una manifestazione che gli sia propria e propizia: e per esempio troverei abbastanza fuori luogo incentrare interi dialoghi, piuttosto che azioni e colori, su un processo intimo, denaturalizzandolo.

    Sto anche pensando alla faccenda di latino ed aramaico, che mi scatenò dentro tanta passione e scatenò fra me ed un amico una rissa.
    Ma ci penserò al ritorno, magari.

    Guten tag, Zia :)

  3. Joe
    Posted March 28, 2010 at 11:45 AM | Permalink

    be devo dire che è un articolo molto interessante, riguardo un film che purtroppo non ha potuto trovare il consenso di molti, per problemi di pregiudizi e sentito dire -è un film cristiano e accusato di essere razzista, temi che ultimamente fanno paura a tutti, anche alla chiesa, quindi automatica visione limitata alla sola immagine-.

    Gibson ha segnato il colpo definitivio, che volenti o nolenti ha cambiato la storia di un certo cinema e, dato il via libera ad un percorso interessante, delicato, sicuramente non per tutti; per certi versi è un percorso che ha ripreso in mano Laugier con il suo Martyrs, per continuità di argomenti e simboli -mi chiedo se fosse stato Laugier a girare The Passion e, se lo avesse fatto ora, quanti comprenderebbero l’opera nella sua pienezza?!-.

    A conti fatti, lo considero l’opera migliore sulla figura di Cristo, proprio perchè si concentra esclusivamente sulla parte piu Importante della sua Iconografia e dunque, la piu controversa; non è un caso che il film non sia stato capito da molti, sia stato criticato e odiato ancor prima di venire alla luce -gli hanno riservato anche uno special a Porta a Porta, diamine!- Probabilmente perchè si trattava di un film ampio, su scala e ambizioni, strano che il filone francese, non sia stato oggetto delle stesse critiche e polemiche ad ampio raggio, forse perchè ci siamo abituati, volenti o nolenti, a queste immagini e linguaggi.

    Ora che son passati sei anni, forse c’è la speranza di ripescare il film nella sua interezza e non nella sua componente polemica, come nell’uscita.

    Quello che ha fatto Gibson, non è stato solo estrapolare l’elemento piu significativo e primitivo del cristianesimo, ma anche il creare per la prima volta, una rappresentazione e analisi sulla figura universale del Calvario, mortificando e mortificarsi, allo scopo di un obbiettivo di trasfigurazione piu ampio e significativo; la morte per raggiungere il divino, la sofferenza per scolpirsi nel Sacro e dunque nell’Invincibile, la Nascita di Dio dopo la sua Uccisione e Sacrificio; sono temi di Barkeriana memoria, che non possono passare in secondo piano, quando si tratta di affrontare un genere e un nuovo tipo di linguaggio estremo e primitivo nella sua forma, che ha plasmato un nuovo filone nascente del cinema -non solo horror, verrebbe da dire, e qui il paragone con Wrestler è piu che azzeccato, ma ci metto anche l’ultimo Cronenberg-, evolvendo finalmente, molti di quei simboli visti per la prima volta negli anni 70′ a cominciare dai rape e ravenge.

    Insomma, come si puo vedere ci sarebbe molto da dire e aggiungere, sull’importanza socioculturarle che volenti o nolenti, ha colpito un certo numero di autori nascenti e, su scala piu ampia, gran parte del pubblico, sensibilizzato e annullato dalla violenza e che, di quella violenza e mortificazione ne è quasi dipendente, che sia su uno schermo o un monitor del pc, forse cerchiamo anche noi una trasformazione figurativa e innovativa nella nostra percezione e sensibilità.

    Da recuperare e analizzare.

  4. Posted March 30, 2010 at 1:20 AM | Permalink

    @Cecilia
    … è possibile che questo dolore fisico protagonista del (sotto)genere si presenti come la maschera di un ricercato (voluto) dolore intimo? Voglio dire, sono io che non so dominare e distinguere la mia ‘perversione’ da quel che affronti tu, oppure The passion – come altri – può essere letto, almeno per un aspetto, quale fantasia di un cosiddetto masochista morale?
    Spero di non essere uscita violentemente dal seminato: se la questione riguarda soltanto me, passa oltre.

    Ciao caVa!
    Io non penso che riguardi soltanto te.
    Per quanto ne so il problema, al cospetto di un horror che si concentra in modo insistente, serio e morboso, sulle scene di tortura e violenza, specialmente quando la vittima è inerme o comunque teoricamente molto più debole di chi infierisce su di lei, si è sempre ribaltato sugli spettatori in termini di sadismo (identificazione con i cattivi) e masochismo (identificazione con le vittime).
    Nel caso di Non aprite quella porta c’è anche da dire che il film, pur rinunciando allo spiegone didascalico, tematizza un certo senso di colpa: la famiglia terribile fa parte di un mondo rurale dimenticato, abbandonato. Dove c’è senso di colpa c’è paura di essere puniti proprio perché c’è la consapevolezza più o meno vaga di meritare una punizione; sotto sotto, per quanto ne capisco, ci può stare anche un oscuro desiderio di riceverla.
    La storia che racconta The Passion è davvero troppo speciale, troppo conosciuta, troppo importante culturalmente. E’ anche vero che, se lo spettacolo del patimento la soverchia, tanto che per un buon tratto si smette di pensarci, un occidentale comincia a guardare un film del genere- da quando si siede, da prima di entrare in sala – con un blando senso di colpa, perché crede, o sa, o ha sentito dire, che Cristo tutti questi orrori li ha sofferti per lui, al posto suo.
    Ora, a me sembra chiaro che i film del dolore estremo non “spiritosi” esprimano un bisogno spinto di confrontarsi con il dolore fisico. Non so se nel complesso questo bisogno si possa correlare invariabilmente al masochismo morale, ma di sicuro mi sembra un argomento pertinente :)

    Sto anche pensando alla faccenda di latino ed aramaico, che mi scatenò dentro tanta passione e scatenò fra me ed un amico una rissa.

    A me questa cosa è sempre piaciuta. Il latino è opinabile però, mi sa.

    @ Joe
    Che bel commento Joe, grazie!
    Ma sei lo stesso Joe del forum di Horror Magazine, per caso?

    Sono molto d’accordo con te quando scrivi che il film non è stato guardato in modo sereno e costruttivo e che è spesso stato giudicato sulla base dei sospetti (per altro, ahimé, in gran parte niente affatto peregrini) sul conto del suo autore.
    Per me resta un lavoro molto importante che regge ottimamente in tutto quello che è horror e si perde un po’ non appena si allontana dal registro truce che a Gibson è veramente congeniale. Dopo il deludente Apocalypto, ci terrei a vedere qualcosa di suo che sia dichiaratamente dentro il genere, ma mi sa che spero invano.

    Non so se è l’opera migliore sulla figura di Cristo anche secondo me, perchè non ho visto molto… Mi dicono un gran bene di Pasolini (il Vangelo secondo Matteo), ma non me lo ricordo, devo ripassarci. Lo hai visto?

    Ti rispondo su un punto che mi vede un po’ incerta del tuo commento:

    “Gibson ha segnato il colpo definitivio, che volenti o nolenti ha cambiato la storia di un certo cinema e, dato il via libera ad un percorso interessante, delicato, sicuramente non per tutti; per certi versi è un percorso che ha ripreso in mano Laugier con il suo Martyrs, per continuità di argomenti e simboli -mi chiedo se fosse stato Laugier a girare The Passion e, se lo avesse fatto ora, quanti comprenderebbero l’opera nella sua pienezza?!”

    Non credo che la sensibilità di Laugier sia molto vicina a quella di questo film.
    A parte l’afflato religioso, che secondo me gli manca (martyrs mi sembra un film che attinge a piene mani dall’iconografia religiosa del martirio, ma che conserva un netto agnosticismo di fondo), Laugier, pur essendo autore di un film orrendamente cruento, è uno “delicato”, un regista di sfumature, dubitabondo. Quando ha affrontato il dolore dell’eroe ascetico (Anna, che usa il soffrire, accogliendolo invece di lottarci contro) non a caso lo ha fatto senza registrare quei dettagli che a Lucie non aveva risparmiato. Nel momento del mistero, umano o preternaturale che vogliamo intenderlo, Laugier è scivolato altrove che sul buco insanguinato.

    Mel Gibson non è delicato per niente, ha la mano pesante, è un cronista del dolore triviale, barbarico. A me The Passion piace per questa barbarie non dissetabile, ma la sento davvero lontana dalla poetica di Laugier.
    Ciondondimeno ti seguo su una cosa, ossia sul legame tra la possibilità di un film come Martyrs e il torture porn. Se La passione di Cristo è importante per il torture porn, o costituisce almeno una sua annunciazione, allora meno di sei gradi di separazione lo dividono dal film di Laugier. Credo che ne Gibson né Laugier sarebbero contenti di leggere questa cosa, ma è quello che penso :)

  5. Joe
    Posted March 30, 2010 at 3:19 PM | Permalink

    si sono il ragazzo di horrormagazine, lo so che spesso uso i forum per opinioni da cazzeggiatore incallito (ma i forum sono prima di tutto meta di cazzeggio! XD), ma quando si tratta di toccare argomenti veramente seri, non disdico un’analisi costruttiva e sentita!

    Beh sul discorso di torture porn, o torture piu generico, è probabile che i due autori non gradirebbero, o forse si, viste le nostre valide argomentazioni.

    In effetti posso condividere la tua opinione su Laugier, è chiaro che parliamo di due sensibilità artistiche diverse, però io mi rifacevo ad un discorso di base, che se è vero si dividono l’un l’altro in quanto “teologia”, sul tema Dolore e con piu limiti singolari Rappresentazione, non sono cosi distanti, il tema Passione è per esteso il viaggio del Martirio, quindi ci vedevo un discorso di continuità; ovviamente non dico che Martyrs è il seguito morale di Passion, ma per certi versi è il solo che ha ripreso parte di quelle tematiche e le ha rielaborate per adattarle ad un’altra visione artistica.

    Su Gibson, ti posso dire che ho apprezzato molto anche Apocalypto, che riprende in alcuni tratti il cammino di dolore e trasfigurazione, ci sarebbe da discutere anche su quello, ma credo che molti lo hanno visto come un film piu commerciale, cosa che non mi sento di condividere, è sicuramente il piu fruibile, ma di temi ce ne sono anche li; comunque considero il vecchio Mad Max come un autore ampiamente sottovalutato dall’opinione pubblica, ed è un peccato perchè ha veramente molto da dire, e si, vederlo cimentato in un film ufficialmente horror non mi dispiacerebbe, anche se è possibile che tocchi nuovamente il genere da vicino, con il suo film sui Vichinghi in preparazione… staremo a vedere.

    Complimenti per il sito, lo sto iniziando a spolpare, ed ha proprio un bel gusto! ;)

  6. Posted March 30, 2010 at 9:48 PM | Permalink

    Lo sapevo che eri tu!
    Benvenutissimo :)

    Anche io tendo di più al cazzeggio quando gli utenti sono tanti… l’atmosfera è più allegra, diciamo, più informale.
    Quel forum in particolare mi piace un sacco. C’è anche Psiche di Horror Magazine che ogni tanto passa di qui!

    Sul Torture porn ti posso dare per certo che Laugier lo detesta. Penso che per approcciare le tipe ai party faccia più o meno così: “Ciao, bella festa vero? Sei amica di Dario? Io sono venuto con Karim… Mi chiamo Laugier, Pascal Laugier e i miei film non c’entrano nulla, ma proprio nulla in nessun senso con il TP… Posso offrirti un bicchiere di vino che Eli Rth non saprebbe mai scegliere?”
    Non lo convinceremo mai :)

    Invece Apocalypto non so… io ne sono rimasta davvero annoiata.
    Non perchè è commerciale (commerciale, un po’ come torture porn, non lo ritengo un insulto). Ho sofferto la ripetizione della formula, piuttosto, e la mano pesante che mi era piaciuta in The Passion non l’ho apprezzata sulla storia, di cui penso abbia fatto un uso molto sindacabile che va bene al di là della sua lettura da una prospettiva dichiaratamente politica.

    Io penso che Gibson abbia molte munizioni al suo arco, ma anche – perdona la pomposità dell’espressione, se puoi – che non abbia trovato il tipo di film entro cui può esprimerle al meglio. Insiste con questi colossal pseudostorici e, soprattutto, insiste a spezzare il lato sanguinario con un romanticismo moraleggiante per cui non è portato… secondo me la sua rude verve reazionaria renderebbe meglio in contesti più fantasy.

  7. cecilia2day
    Posted March 31, 2010 at 10:29 AM | Permalink

    Certo non ogni singolo film, che lecitamente dà adito ai movimenti psichici che abbiamo citato, lo fa per la precisa volontà di suscitarli.
    Se da un lato probabilmente Gibson non ammetterebbe di aver voluto sviluppare il tipo di discorso da te ipotizzato (ma io non escludo che ci si riconosca, pur non ammettendolo: uno non produce una cosa così forte senza entrarci dentro con tutte le scarpe); dall’altro lato potrebbe sostenere, e forse nelle interviste l’ha già fatto, di aver voluto inoculare nello spettatore un’emozione (un senso di partecipazione e colpa insieme) che fosse sentito come personale e specifico (si tratta non di un uomo ma di d-o, e non mettiamo in dubbio il dato perché è radicato in noi da prima, quale che sia la nostra fede), non come una ‘adeguata reazione’, secondo i canoni sociali, alla tortura.
    Forse le due ‘tentazioni’, i due obiettivi non sono poi così distanti, anzi.

    A proposito di latino ed aramaico, da prima di vedere il film sono stata entusiasta della scelta. Sono tutt’ora studente / studiosa di lingue e non linguista, perciò avevo ed ho dei limiti nel definire cosa è fattibile ricostruire e cosa no (nonostante sia chiaro che in generale, pur non avendone la qualifica, anche un benzinaio che sia sufficientemente sveglio assimila i princìpi della gestione di una stazione di servizio).
    Dunque, se tre parole in aramaico le ho riconosciute, andando in brodo di tacos, e posso per lo meno vantare che non sia lingua morta; al contrario per il latino non ho la minima preparazione. Ed è qui che nacque la rissa…
    … tu mi dici che è opinabile, e di pareri simili ne lessi a pacchi, solo che non spiegavano realmente in cosa difettasse. L’unica opinione che posso esprimere è solo un’impressione: che le espressioni usate – ma gioca anche l’atteggiamento degli attori – fossero grossolane.
    Ed allora, siccome in base a quel poco che comunque carpivo ero convinta che la parte aramaica fosse stata resa abbastanza degnamente, per pura curiosità domandai a quest’amico cosa ne pensasse della parte in latino. S’intende che lui, a differenza mia, fosse in grado di assegnare al periodo storico in questione la corretta formulazione di una lingua la quale, essendo appunto una lingua, non rimane statica ed identica nei secoli; non fosse altro per che per il fatto che la insegna.
    Invece di illustrarmi la sua idea in merito, o anche di dichiarare che secondo lui non era possibile effettuare una ricostruzione non dico perfetta, ma neppure basilarmente valida, mi aggredì – e naturalmente non rispose affatto, accusandomi di aver posto una domanda assurda.
    Ora, dopo anni, mi ci tormento ancora. E non perché mi abbia aggredita, ma perché non so cosa pensasse / pensare obiettivamente di quel latino. Sic.
    Se non è masochismo impegolarsi con certe persone… have a nice, obscure day, Zia.

  8. Posted April 1, 2010 at 11:38 PM | Permalink

    Uah ah, volevo solo dirti che adesso ho un bellissimo film mentale su Laugier che tenta di rimorchiare alle feste, poi arriva Eli Roth che gli frega la tipa e alla fine si menano con gran spargimento di sangue.

    Son bei momenti.

    Sul film in sé non ho granché da contribuire, anche perché lo vidi una volta sola al primo passaggio in tv, qualche anno fa. Anche se mi sembra indicativo che – almeno che mi ricordi – non sia praticamente più stato replicato dalle reti in chiaro. Non so quanto pesi la particolare posizione poltico/religiosa di Gibson e quanto, in effetti, il livello di gore che è riuscito a raggiungere. Oltre ovviamente alla scarsa vendibilità, passato l’hype iniziale, di un film parlato interamente in lingue morte. Ora che ci penso, è uno dei film mainstream più difficili da classificare che mi vengano in mente.

  9. Posted April 2, 2010 at 9:41 PM | Permalink

    @Cecilia
    … Invece di illustrarmi la sua idea in merito, o anche di dichiarare che secondo lui non era possibile effettuare una ricostruzione non dico perfetta, ma neppure basilarmente valida, mi aggredì – e naturalmente non rispose affatto, accusandomi di aver posto una domanda assurda.
    Ora, dopo anni, mi ci tormento ancora. E non perché mi abbia aggredita, ma perché non so cosa pensasse / pensare obiettivamente di quel latino.

    mmm, non voglio sbilanciarmi in una diagnosi precoce e poco accorta, ma da un primo esame dei sintomi direi che il tipo è un po’ stronzo :)
    Da quello che ho capito i problemi sul latino sono soprattutto nella pronuncia, che non sarebbe uguale a quella in uso nel 30 dopo Cristo (diversi dittonghi, diverse c, diverse v, etc). Questa cosa si configura come reato di maltrattamento di persone con gli occhiali spessi.
    Da parte mia mi sembra di aver beccato un genitivo sbagliato, che però potrebbe essere una raffinatezza, perché attribuito a un personaggio rozzissimo. In generale devo dire che tutti i pezzi in latino mi sembravano un po’ strani, ma non so nemmeno dirti perché, potrebbe essere benissimo il semplice fatto di sentirlo parlare in contesti che prevedono dialoghi tipo “sì, ma che cos’è la verità?” e “va là, che si scherza!”. Sicuramente non ho i mezzi per fare le pulci al latino del film, insomma. In generale mi sembra una cosa un po’ da secchioni, ma va detto che se vuoi fare lo sborone con il film in aramaico e latino la critica sul versante della precisione te la devi aspettare.
    Comunque, se ti capita di rivedere il tuo amico, ti consiglio vivamente di proporgli questo ;)

    @Poggy
    … Non so quanto pesi la particolare posizione poltico/religiosa di Gibson e quanto, in effetti, il livello di gore che è riuscito a raggiungere. Oltre ovviamente alla scarsa vendibilità, passato l’hype iniziale, di un film parlato interamente in lingue morte. Ora che ci penso, è uno dei film mainstream più difficili da classificare che mi vengano in mente.

    A me onestamente sembra improbabile che questa roba sia passata in TV senza tagli… voglio dire, tagliano pure Intervista col vampiro e poi non mettono le mani su questa efferata fiera delle atrocità?
    Impossibile. Comunque sì, è davvero un film stranissimo.

    (Comunque la tipa che si fa fregare da Eli Roth si merita le corna virtuali con le groupie su twitter!)

  10. cecilia2day
    Posted April 5, 2010 at 6:35 PM | Permalink

    Lo stronzo è stato ‘terapizzato’ in passato nel modo migliore, purtroppo essendo circondato da ‘parenti’ altrettanto degeneri, pur in maniera diversa, è ricaduto pesantemente nel vizio e nella malattia.
    E’ uno psicotico che apprezzerebbe moltissimo il Brian, ma che immediatamente dopo la visione attribuirebbe l’idiozia di vari personaggi a persone reali (sue vittime, quando non addirittura succubi), privandola della sana ironia.
    Preferisco lasciarlo cuocere nel proprio brodo. O nel proprio sangue amaro, per rimanere entro l’immaginario che ci è congeniale. Gli antropofagi li procuro io.

    Persone con gli occhiali spessi e sboroni, lo dimostra la storia a margine che ti ho raccontato, talvolta si rivelano assai affini.
    Anche perché, se uno è sborone eppur non stronzo, come ben sai gode e stragode dell’accanimento critico, s’intende critico in senso positivo, di chi si appassiona alla sua opera, o più semplicemente ad un pensiero che ha espresso.
    Un po’ come certi tenaci smascheratori di fenomeni paranormali fasulli, che si applicano a sbugiardarli più che altro per riaffermare che l’ultraterreno in cui essi credono è tutt’altra cosa: affatto misero e truffaldino, una faccenda seria, anzi serissima. Eccedere nella ‘passione critica’ è facile (e adesso che ti leggo da più di pochi giorni, credo d’aver capito che non apprezzi determinati eccessi), ma bisogna correre il rischio: il divertimento scevro di obiettivi intellettuali forzati è sempre un valido salvagente.

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