The Wolfman

The Wolfman di Joe Johnston, 2010

Il senso di incompiutezza e disordine che permea The Wolfman deriva, con ogni probabilità, dalle sue note disavventure produttive.
L’idea che mi sono fatta, considerando una serie di elementi che oppongono la storia a quella del classico di Waggner con Chaney Jr, è che in qualche momento di questo faticoso travaglio sia esistita l’intenzione di aggiornare i suoi contenuti in un senso meno scontato di quello che si può evincere guardando il prodotto finale.

Qualche esempio può essere individuato nel fatto che la maledizione venga inflitta a Talbot in modo intenzionale e crudele, nella funzione del padre, definitivamente capovolta dal finale, nel ruolo “provvidenziale” affidato agli zingari (portatori dell’infezione nel film degli anni quaranta, in questo predispongono di fatto l’eliminazione del male maggiore) e perfino nell’antipatia antipositivista con cui si ritrae il mondo della medicina.
Si avverte insomma la presenza di un tentativo di rilettura dell’archetipo che vorrebbe contrapporre il mostro-malato, ora più esplicitamente mostro-vittima, a un’idea dell’autorità castrante modellata dalla sensibilità contemporanea (patriarcato, ecclesiastici, istituzioni deputate alla contenzione dell’anomalia anziché alla sua semplice soppressione).

Questi spunti però non si articolano in un vero discorso. Rimangono inesauriti per colpa della sceneggiatura, che si smarrisce in una processione di episodi non sempre significativi e coerenti, oppure vengono letteralmente schiacciati dalle esagerazioni istrioniche degli attori. Liberati sul set allo stato brado, i vari Chaplin, Weaving e Malik fanno un po’ quello che gli pare, scivolando spesso e volentieri nella caricatura. Il discorso vale soprattutto per Hopkins, che è un interprete dalle potenzialità smisurate ma sembra aver bisogno di molto controllo (almeno io ho sempre avuto questa impressione: nei film in cui la regia, per un motivo o per l’altro, si rivela “debole” lui puntualmente si mette a fare il mattatore e sgrava).

Dal momento che il film non ha dalla sua nemmeno il fascino indiscreto della tamarrata schietta a base di CG e botte da orbi, che evidentemente non è mai stata in programma, resta davvero poco.
Resta uno sfarzo estetizzante e affettato, per certi versi simile a quello che caratterizzava il tentativo di Branagh su Frankenstein degli anni novanta, per altri impegnato in una pretesa di recupero comunque sporadica, attestata dal design vintage delle creature solo per farsi smentire dai loro movimenti. Resta la presenza abbagliante e desueta di Del Toro, molto più simile al bellissimo Oliver Reed de L’implacabile condanna che al giovane Chaney. Resta un mostro al cui tormento non si concede il dovuto spazio, inutilmente divorato dalla convalescenza, dai flashback e da un mucchio di pleonastici battibecchi edipici. Resta la storia d’amore tra il Lupo e la diafana Emily Blunt, la cui somiglianza fisica con la Ryder di Coppola aggrava la situazione con uno spiacevole retrogusto imitativo. Resta un sacco di disordine.

L’horror mainstream è cerchiobottista per vocazione. Tenta di piacere a tutti (giustamente, direi, visto che vuole i soldi di tutti). Questa aspirazione in sé non è un male, ma richiede enormi professionalità impegnate appunto a sintetizzare la varietà delle istanze, a condensare le spinte centripete che ne derivano. Se a un film come The Wolfman capita un disastro del genere, le sue probabilità di uscirne indenne sono quelle che sono.

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