Triangle di Christopher Smith, 2009
Nel week end la carestia è finita. Mi sono arrivati due film niente male: il buonissimo Triangle e l’ottimo Tony. In entrambi i casi si tratta di cose comprate sulla scia dei consigli indiretti di altri blogger.
Triangle, tutto giocato sull’incastro delle linee temporali e sul cambiamento delle prospettive, è un intricato horror introspettivo che, senza aver letto le recensioni di cui sopra, non mi sarei mai aspettata dal regista del manieristico Creep.
Il film ospita temi come il passato, la colpa, l’impossibilità di diventare una versione ideale di se stessi, e li sviluppa nell’architettura circolare di un incubo fatalista che continua a mettere la protagonista nelle condizioni apparenti di poter cambiare le cose solo per farla slittare di peso verso una colpa del tutto irreparabile.
Più nel dettaglio, Triangle investiga un ambito particolarmente interessante e spesso censurato nei suoi aspetti meno che positivi, vale a dire la maternità e, nella fattispecie, il confronto tra la maternità reale e il modello gigantesco, quasi mitologico, della madre perfetta.
La madre perfetta è una specie di santa con infinite riserve di pazienza, integralmente dedita all’accudimento e del tutto priva di pulsioni egoistiche. Questa immagine, culturalmente solidissima e sicuramente ricca di funzionalità in un quadro che antepone l’universale al particolare e la società all’individuo, incombe più o meno consciamente su tutte le donne che hanno figli, per additare le loro fragilità, le loro nevrosi, i loro limiti di esseri umani fallibili e talvolta meschini.
Jess, la protagonista impersonata da una dentona di nome Melissa George che sembra in procinto di costruirsi una carriera da scream queen, è una madre molto stanca, decisamente imperfetta, e ha un figlio autistico. Non penso si tratti di una scelta casuale, vista la lunga tradizione che, a partire dalla metà del secolo scorso e con strascischi ancora oggi sensibili, ha posto un difetto di cure materne al centro delle ipotesi sulle cause dell’autismo, addebitando ai genitori – e in particolare alle madri – la colpa di un disturbo di origine complessa e tuttora controversa.
Significativamente, Jess è anche single, dunque non può contare sulla collaborazione di un co-genitore per affrontare la malattia del figlio. Altrettanto significativamente, l’uomo dolce e comprensivo che si interessa a lei – un tipo abbastanza paterno da accogliere sotto il suo tetto un diciottenne tatuato che ha avuto problemi a casa – sembra ammirarla proprio in quanto buona madre.
Le aspettative con cui deve confrontarsi, sia in pubblico che davanti allo specchio, sono enormi e lei non può esserne all’altezza.
L’amore materno, in generale, è piuttosto spaventoso. Nell’horror infatti lo si trova spesso come elemento eccezionalmente motivante per i personaggi positivi o come attributo terrifco, giacché distorto o declinato in versione mostruosa, per i cattivi. In questo film presenzia in entrambe le funzioni, ma assume il suo connotato più prezioso in qualità di spettro irrealizzabile, pulito dalle concrezioni della vita autentica, delle fragilità e degli errori individuali.
Poco cruento e per niente sprezzante, Triangle non è proprio il mio genere di horror. Tuttavia, con tutte le sue evoluzioni e con tutti i suoi intrighi, mi è parso un film buono proprio perché sostanzialmente semplice. La struttura, incasinata ma non virtuosistica, permette di conoscere Jesse prima di giudicarla, apre un varco non banale e relativamente sacrilego alla compassione per lei, per i genitori che sbagliano.








8 Comments
Triangle l’ho visto [e ne ho parlato] anch’io ;)… L’ho trovato molto gradevole, pur non essendo un brillante esempio di originalità, in questi tempi dominati da Lost. Io, però, ho preferito “perdermi” nell’ambientazione generale e non ho visto tutto questo spessore che tu, invece, hai notato nella protagonista. Il circolo vizioso degli eventi è molto più importante, a livello generale, di lei. Almeno secondo me… Ma si sa, io preferisco il quadro generale al particolare.
E poi volevo aggiungere che Melissa George non è affatto una “dentona” :)
tsk tsk… :D
Ho letto il tuo post! Veramente all’inzio all’avevo cominciato a scrivere una specie di elenco dei blog che hanno recensito il film prima di me… però erano davvero troppi e si era fatta una certa, così ho cancellato i pochi già citati e dichiarato fallito il progetto linkografia. Forse dovevo iniziare a curarlo da un film di minore successo presso i blogger italiani. :)
Riguardo a Triangle, il circolo vizioso forse è più importante del “motivo” per cui sussiste (lei), però ti dico la verità: nel complesso mi ha colpita di meno. E’ condotto bene, con pulizia e plausibilità, ma non mi ha spiazzata, è andato come me lo aspettavo. Non lo sto dicendo per imputare al film un difetto: non sono uno di quegli spettatori che se non li “stupisci” si risentono o comunque non si divertono.
Invece la storia di lei mi ha preso tantissimo, perché impatta su una specie di tabù.
Intendo dire: sul genitore che fa male il suo mestiere – non malissimo stile Mammina Cara o Mamma Bates, ma commettendo errori gravi nei confronti di una persona piccola, vulnerabile e dipendente – c’è una condanna sociale spietatissima. E’ una cosa che ha un senso, perché quella parentale è giusto che sia percepita come una responsabilità enorme (lo è) e perchè l’atmosfera è ancora di reazione a una lunghissima tradizione culturale che ha visto nei figli praticamente una proprietà del genitore.
Il punto che rimane, però, è che ho visto film empatici con i vampiri, con i lupi mannari, con i serial killer, con i mafiosi, con i mercenari, con i trafficanti di droga, ma niente di empatico con una “cattiva madre”. Questa cosa mi si è messa al centro dell’esperienza del film.
Letto in questa maniera, come dici tu, dal punto di vista della “cattiva madre”, devo ammettere che il film assume un aspetto più profondo e, a questo punto, a tutta la cornice può attribuirsi un ruolo quasi simbolico, come se il circolo vizioso fosse una proiezione delle difficoltà, degli errori e delle colpe che la madre non riesce ad espiare…
Ma, come ben sai, a me piace vedere le cose per quello che “sembrano”. Mi piace “illudermi”. E quindi la nave e le altre cosucce che tornano e tornano…
In ogni caso è davvero interessante leggere interpretazioni così diverse come la tua. :)
So so, e ho sempre detto che fai benissimo.
Io a volte mi fisso, mi succede soprattutto quando guardo qualcosa che riconosco – il momento in cui cominci a collocare il film in un filone, la scoperta di questo o quel topos, etc… Però ho anche la pretesa di dire che non perdo di vista quello che le cose sembrano. Infatti se c’è un cinema che mi fa antipatia è quello in cui le storie finiscono per lasciarsi sottomettere dai discorsoni. Il famigerato fallimento della metafora: se mi devi solo dire che sei un sacco preoccupato per il riscaldamento globale dillo e basta, non fare finta di raccontarmi una favola di cui si capisce che non ti frega nulla, vai a Porta a Porta e ti sfoghi con Vespa.
A me non interessa poi molto determinare se tutto – la Triangle, la nave, le persone che viaggiano con Jess – è solo una sua proiezione o no. Potrebbe essere. Per esserne sicura dovrei rivederlo, ma il regista mi pare proprio che si opponga attivamente alla ricerca di una spiegazione univoca. Mi è sembrato astutamente ambiguo: per esempio, quando muore la roscia, è stato attentissimo a non dire troppo sulla sua capacità di percepire il contesto come lo vediamo noi, idem per la scena del diciottenne. Davvero, dovrei riguardarlo puntigliosamente per dirlo con certezza, ma l’impressione è che smith non ci tenga a spiegare come stanno le cose ‘in verità’.
La faccenda funziona se vogliamo immaginarla come una fantasia del senso di colpa, e funziona se vogliamo immaginarla come una storia surreale. Non c’è lo spiegone, e questo è punto per triangle :)
Perfettamente d’accordo! Infatti io adoro i film di questo tipo, proprio perché lasciano lo spettatore libero di spaziare. Qui c’è anche quell’equilibrio necessario, secondo me, tra assenza di spiegone e eccesso di ermetismo che, a volte, annoia a morte.
Ciao!
;)
Nemmeno io penso che sia un caso se, fra gli altri, è stato scelto l’autismo: i disturbi il cui esordio è parzialmente (e correttamente) attribuibile all’ambiente di vita ed al clima familiare in particolare sono più d’uno (su tutti, la schizofrenia), ma il caso dell’autismo è diverso. E’, come dici, il disturbo che per eccellenza (ed indebitamente, stavolta) è stato eletto ad emblema dell’inadeguatezza materna – in passato, per lo più, anche se spesso sfatare un mito scientificamente non corrisponde a cancellarlo da cuore e mente della gente.
Non riesco a fare la differenza sulla quale vi siete confrontati tu ed elgraeco: forse perché trovo che la cornice, cioè il naufragio ed il conseguente ripetersi degli eventi sulla nave e non (con lievi, ma alla fine non incisive variazioni) ed il tema del ruolo materno non siano nè possano essere in alcun modo divisi e differenziati: non c’è, a mio parere, una storia di puro thrilling entro la quale si innesta – più o meno volutamente o casualmente – anche una riflessione sulla Madre. Al contrario, questo film è eminentemente un film sulla madre, le cui evoluzioni sono precisamente finalizzate a descrivere la sua vita – la vita di tante come quella di Jess.
Per la verità, più correttamente ancora, è un film sulla relazione (materna) con la disabilità. Dove conta sì il giudizio della società, che all’inizio avevo ritenuto fosse rappresentata, nelle sue varie espressioni, dai partecipanti alla gita… ma conta, credo, assai di più il sentimento sempre diverso che prende il sopravvento dentro la persona stessa, la madre stessa, nei confronti del figlio. Che soltanto occasionalmente è riconoscibile come figlio reale, mentre in generale mi pare incarnare la disabilità in sè e per sè, con tutti gli strascichi che comporta.
In altre parole: tutte quelle uccisioni a bordo non avvengono soltanto per scongiurare, una volta compreso il meccanismo, l’ennesima replica dei fatti – a livello pratico – nonché la replica di comportamenti e schematismi dannosi per sè e per il figlio – a livello simbolico – ma anche perché sono atte a raffigurare i più frequenti e classici sentimenti che la disabilità sviluppa in chiunque, e non solo in una madre, che la affronti o quantomeno se la trovi di fronte. Rabbia, disprezzo, senso di colpa ed inadeguatezza; in questo preciso ordine. Perché lei stessa si salvi ed il figlio vi sopravviva, è necessario che questi sentimenti vengano uccisi: ma non s’intende eliminati definitivamente per raggiungere un’improbabile perfezione (mi è piaciuto anzi che nulla accennasse o strizzasse l’occhio a una simile ipotesi), piuttosto s’intende uccisi cioè dominati, contrastati, ricalibrati.
Un altro dettaglio è significativo: il nome della nave (Eolo) ma soprattutto la succinta storia di Sisifo ivi riportata: cos’è la vita di una persona legata ad un’altra persona (disabile) se non un supplizio eternamente ripetuto, eternamente uguale a se stesso; entro il quale ogni sforzo – irrazionale eppure irreprimibile – a rendere l’altro normale porta alla disperazione ed all’essere schiacciati dal peso della roccia che si sta spingendo su per la montagna, ben sapendo che non si godrà nè di una sosta nè di una fuga sino alla morte?
Cos’è quella nave deserta se non il mondo interno della madre (o chicchessìa al posto suo), e specificatamente l’angolo di mondo, di pensiero entro il quale si raccoglie il vissuto della disabilità? Non a caso è deserta. Non certo per permettere alla mattanza di aver comodamente luogo, ma perché risulta chiaro – quando Greg informa poco sensibilmente Jess che le difficoltà incontrate sulla nave sono soltanto sue – che appunto è più facile che un estraneo si lasci andare a sua volta all’insofferenza e a commenti privi di consistenza, ma tanto confortanti, sulla ‘pazzia’ della madre piuttosto che decida e riesca ad imbarcarsi e popolare quel mondo senza filtri.
E’ in quella frase che si rivela la natura meno socializzata e controllata di Greg, inizialmente ed apparentemente ben disposto e comprensivo, oltreché sul punto di prendersi la sua bella cotta. Fin troppo comprensivo e ben disposto, secondo l’aggressiva ed impietosa Sally, in fondo nient’altro che uno specchio qualcos’altro.
“Non parlarmi del mio mondo” diventa allora l’unica risposta plausibile in quel frangente – e non stona, come avrebbe fatto in parecchie altre pellicole già viste o da vedere, perché ha ormai acquisito senso e profondità.
Certo, stupisce in tutto questo l’ingenuità di fondo che persiste in Jess. Non dovrebbe essere più sgamata? In realtà, penso di no: esigenze narrative a parte, dopotutto, è quasi sempre il familiare l’ultimo a comprendere, ad accettare, quello che dura fatica ad uscire dai propri circoli viziosi.
Attendevo un finale diverso: non risolutivo nè tantomeno sereno, anzi, credevo che avrei visto Jess sconfitta – perché, seppur liberatoria, la scelta di abbandonare un figlio disabile e la propria vita ad egli incatenata è una sonora sconfitta. Tuttavia riscontro un significato altrettanto valido nel ritorno al molo; forse più adatto e aderente al tema principale della ripetitività ed impossibilità di evasione dalle dolorose e soffocanti routine quotidiane di una famiglia così.
Ma c’è una cosa che davvero non ho capito: l’amica di Sally, Heather, che accidenti di fine aveva fatto?!
Oops, perdona la lungaggine.
Ciao Cecilia, non scusarti per la lunghezza, ti prego, hai scritto cose interessantissime e, dal mio punto di vista, estremamente condivisibili.
Cito un passo per precisare una cosa riguardo al tormento di Sisifo.
cos’è la vita di una persona legata ad un’altra persona (disabile) se non un supplizio eternamente ripetuto, eternamente uguale a se stesso; entro il quale ogni sforzo – irrazionale eppure irreprimibile – a rendere l’altro normale porta alla disperazione ed all’essere schiacciati dal peso della roccia che si sta spingendo su per la montagna, ben sapendo che non si godrà nè di una sosta nè di una fuga sino alla morte?
In questo potrebbe esserci il punto più caldo dell’essere “cattiva madre” di Jess: la disabilità non è scindibile dalle persone che ne sono portatrici, non la si può considerare un virus invasivo. Ci sono molte forme di disabilità, chiaramente, e non sono tutte riducibili. Quando i margini di riducibilità si assottigliano, quello sforzo non va represso, ma superato perché persistendo si smette di combattere una “malattia” e si comincia a danneggiare una persona.
L’amica di Sally? Semplicemente annegata credo. La ragazza piastrata senza responsabilità e pensieri, romanticamente disponibile, sparisce nel nulla da subito. :)
Inutile dire che hai colto perfettamente: il dramma di una disabilità (in special modo permanente e, come scrivi, irriducibile) sta nell’andare dallo sforzo per eliminarla (e insieme, inevitabile, la persona, che si tende a confondere ed identificare con essa) allo sforzo di accettarla. Il che non significa solo cessare di disprezzarla o averne paura, ma anche riuscire a viverla come una legittima parte del sè (infatti entra a far parte anche di chi non ne soffre, ma vi ha a che fare), ed evolvere con essa.
Il tutto è sì una nota a quel che ho visto nel film (che mi è piaciuto, infatti ripeterò l’esperienza e sfrutterò altri tuoi interventi per scegliere cosa vedermi), ma è palesemente, soprattutto, uno sfogo di quel che ho provato – del tutto privo di sensi di colpa, e questa è l’unica cosa che mi consola.
(Ho anche definito l’autismo un ‘disturbo’, eppure nonostante alcuni lo classifichino così non lo ritengo tale. Ma di questo, chissenefrega).
Un brindisi alla piastrata, ‘ché mi stava simpatica.