Bronson

Bronson di Nicolas Winding Refn, 2009

Cercando recensioni di Valhalla Rising, che mi era piaciuto parecchio, ho scoperto che Nicholas Winding Refn sta abbastanza sulle palle alla critica. Credo sia considerato il prototipo del regista per nerd: truculento, smargiasso, estetizzante, cinefilo, eccetera. Io non riesco a restare indifferente alla bellezza delle sue visioni e nulla potrebbe interessarmi meno del presunto paraculismo di cui lo si taccia, perciò ho deciso di seguirlo a cominciare dal famoso Bronson.
Premetto subito di preferire il bruto inglese all’eroe epico svervegese. Bronson non nutre le stesse pretese di Valhalla Rising, ma neppure lascia aperte le riserve che annotavo a suo tempo per la vichingata metafisica. È un lavoro più facile, ma anche veramente impeccabile.
A prescindere dalle questioni di gusto, direi che il confronto tra Bronson e Valhalla attesta la capacità di Refn di parlare diverse lingue, usando spesso stilemi derivati da autoroni titanici e mostri sacri per sviluppare soggetti che, complice un persistente interesse per la violenza, potrebbero invece appartenere al “cinema di genere”. Il prodotto finale ne esce molto riconoscibile e compatto, giacché all’interesse per un cinema spettacolare e ricco di suggestioni cinefile mancano il piglio anarchico e il gusto dotto per la contaminazione tra i generi e gli stili.

Trama: Michael non è nato nel terribile panorama di traumi, infanzia difficile, abusi, alcolismo e white trash che piace un sacco ai biografi dei criminali. È venuto su in un’ordinata famiglia borghese con tanto di mamma iperprotettiva e ha sempre desiderato essere famoso. Seguendo il suo incredibile talento per la distribuzione di mazzate, incontrerà in galera la vocazione in grado di elevarlo all’agognato rango di celebrità e, con il nome d’arte di “Charles Bronson”, diventerà “il detenuto più violento d’Inghilterra”.

Refn lascia da parte sia l’indignazione di chiunque preferisca pensare al problema “Charles Bronson” dal punto di vista di chi si è trovato sotto le sue nocche, sia la pur fattibile provocazione del rileggerlo come antieroe irriducibile. Non riserva nessuna empatia a chi le ha prese – che si tratti di Bronson o dei suoi avversari in uniforme – e in generale scarta toni e argomenti tradizionalmente cari al prison movie. Suo fondamentale oggetto di interesse sono gli elementi e i processi che hanno determinano la trasformazione di un gran brutto ceffo da carcerato violento a personaggio pubblico, perciò prima di tutto si cimenta in uno studio sul suo carisma.

Materiale ce n’è parecchio.
Per esempio si può partire dalle potenzialità iconiche del personaggio. Occhialetti d’oro, pelata, baffo vintage, deltoidi sovrasviluppati da strongman degli anni venti: sembra progettato apposta per ricoprire il ruolo di anfitrione/imbonitore nel vaudeville dell’ultraviolenza. Invece non si tratta di una scelta estetica nativa del film. L’immagine di Hardy è fedelmente ricalcata su quella del vero Bronson, praticamente il Charles Atlas dei galeotti. Maniaco del fitness e sempre pronto a farsi fotografare in pose da culturista, il detenuto più pericoloso della Gran Bretagna ha perfino scritto un manuale di esercizi da eseguire soli e in spazi ridotti (non mi meraviglierebbe scoprire che Tom Hardy l’ha usato per prepararsi). La copiosa produzione letteraria di Bronson non è peraltro limitata al fitness per solitari: include poesia, autobiografie e libri di denuncia sulle rudezze del sistema carcerario, mentre i suoi contorti disegni, oggettivamente graziosi, hanno destato molta curiosità e raccolto qualche plauso nonché – ma questo a onor del vero dopo il film – ispirato la linea di abbigliamento sportivo Bronsonwear.
Un’occhiata superficiale a freebronson.co.uk (sito presente nella wayback machine di archive.org dal 2005, senza essere il primo sito ufficiale del galeotto) è sufficiente a notare che la retorica simpatizzante intorno al personaggio ama attribuirgli un contorto senso dell’onore guerresco (“Charlie non ha mai ucciso nessuno e non mai alzato un dito una donna o su un bambino”) e magnificare la straordinaria resistenza di un individuo capace di preservare creatività e autodisciplina in condizioni drammaticamente povere di stimoli e interazione umana.
Questo Bronson può oggettivamente vantare parecchie caratteristiche tipiche della superstar standard: intemperanza pazzoide, immagine altamente riconoscibile con picchi di vero e proprio dandysmo, talento artistico, eclettismo, moralità alternativa, antagonismo permanente. È interessante anche il fatto che non si tratti di un Robin Hood o di un qualsiasi altro archetipo interattivo del fuorilegge affascinante. Le sue gesta, per la gran parte interne al microcosmo carcerario, possono effettivamente suggerire il solipsismo dipinto dal film di Refn.

Ora, il fatto che questo tipaccio sia riuscito a ritagliarsi un posticino al sole nell’immaginazione del pubblico può dar luogo a riflessioni sensate quanto prevedibili sul genere società lo ha generato da una parte, incamerato come fenomeno mediatico dall’altra. Preso così, come esercizio di satira pseudosociologica, Bronson sarebbe effettivamente deboluccio.
Piuttosto trovo stimolante la scelta di assecondare l’egocentrismo e lo smodato desiderio di autobiografia del protagonista, proponendo l’idea del criminale-performer e della sua storia stessa come azione artistica. E allora ci stanno bene gli svarioni kubrickiani, l’uso della musica, le camere che si allontanano dai tableaux vivants o che ci si muovono intorno, le locazioni perfette come quinte. Ma hanno senso anche elementi più personali, eccedenti il recinto del commento affidato all’allusione cinefila, tipo i flashback che selezionano i ricordi di Bronson nell’ottica maniacale della prefigurazione e della provvidenzialità, la claque di soggettoni, drag queen e svampite fatali in grado di riconoscere e integrare Bronson in quanto artista e potenziale superstar, il maestro di disegno che funziona come caricatura del talent scout infido, il manager eccentrico e lungimirante che scopre il nome d’arte giusto e, non ultimo, il palco su cui Charlie Bronson si improvvisa presentatore dello spettacolo e spacciatore del proprio mito.
La pseudo-biografia, o finta autobiografia, funziona grazie allo stoicismo con cui si resiste alla tentazione di dare a Bronson un’anima, evitando di indagare in profondità i suoi sentimenti anche al cospetto di tratti rari ma non definitivamente anomali come l’adesione naturale a un ambiente ostile e costrittivo. Per tutto il tempo, il personaggio resta un’allucinazione narcisistica rinchiusa negli estremi tra la sete di celebrità e l’incapacità aliena di adattarsi ai contesti che l’umano medio si sente nato per abitare. Con la stessa protervia, Refn scarta sistematicamente anche ogni possibilità di realismo, costruendo un film artificioso dalla testa ai piedi, dalla strategia narrativa alla qualità delle luci.

Chiudo col capitolo Tom “il nuovo Mad Max” Hardy.
Dovete sapere che Tom Hardy è un ragazzo bellino, ma così bellino che avrebbe potuto mettersi lì tranquillo a gufare la morte di Robert Pattinson (è noto che le sue fan tentano regolarmente di ucciderlo) o entrare nel cast di True Blood per ritagliarsi una nicchia nel reparto divi ormonali. Invece a quanto pare si è messo sotto ed è diventato uno di quegli attori super-formati in grado di fare più o meno tutto: cantare, imitare, ballare, recitare, ma anche quelle cose che impressionano gli snob, tipo dimagrire, ingrassare e pomparsi in palestra. Tom Hardy mi sta abbastanza simpatico.
In Bronson offre l’interpretazione istrionica e gigiona richiesta dalle circostanze: da una parte ti strappa ammirazione, dall’altra ti irrita. Avvantaggiato da una voce pazzesca e da una presenza ingombrante, rispetta il profilo monomaniacale e a-moralizzato del suo personaggio, lo farcisce di sconclusionato carisma e onora il veto severissimo sull’omissione della sua esperienza umana. Se del rientro in famiglia e delle delusioni d’amore, al massimo, è permesso fare una gag, Hardy tira fuori il senso dell’umorismo e se la cava benissimo.

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9 Comments

  1. Posted August 31, 2010 at 10:09 AM | Permalink

    Ho leggiucchiato l’articolo perché, seguendo il tuo consiglio, me lo sono procurato, “Bronson”, e sto per vederlo.
    Alla faccia della critica.
    Poi ripasso… ;)

  2. Posted August 31, 2010 at 2:14 PM | Permalink

    Grande ElGraeco, fammi sapere!

    Comunque ieri sera ho cercato anche recensioni di Bronson e devo dire che, a differenza di quanto capitato con Valhalla, ne ho trovate solo di positive.

  3. Nick
    Posted August 31, 2010 at 7:08 PM | Permalink

    Me lo procuro.
    Saper che esistono attori giovani come Hardy che prendono sul serio il loro lavoro al punto da fare trasformarsi come De Niro ai tempi di Toro Scatenato invece di limitarsi a fare i belloni, mi rincuora.
    In effetti Winding Refn non è che sia molto amato dalla critica ma questo,per me,alle volte può essere un titolo di merito non per forza una cosa negativa.

  4. Posted August 31, 2010 at 7:21 PM | Permalink

    è il Ken-Emancipato! come si fa a non volergli bene?
    Poi è anche un ragazzo sveglio, nelle interviste è umile e cordiale e quando gli chiedono se è gay (domanda classica, per gli attori fisicati nati dopo la metà degli anni 70) lui risponde: “ogni tanto, più che volentieri”. Non è isterico e fa contenti tutti e tutte. Il nipote ideale.

  5. Posted September 3, 2010 at 8:58 PM | Permalink

    Visto.

    Mumble, mumble… Ti dico subito che io preferisco invece l’epico norvegese, meno personaggio, meno “lirico” se mi passi l’espressione.
    Il film, al contrario di “Valhalla Rising” del quale trovavo deboluccia la seconda parte, è proprio in questa che sorprende: a cominciare dalla scena del battesimo col suo nuovo nome d’arte, Charles Bronson, perché “Charlton Heston è finito”, per proseguire con la non-storia d’amore e concludersi con l’exploit artistico.
    Io parto sempre avvantaggiato verso il possibile effetto sorpresa di un film perché amo vederli senza essermi documentato. Di solito intuisco una trama scontata, il colpo di scena dietro l’angolo, invece caratteristica principe di “Bronson” è l’imprevedibilità. Sinceramente devo ammettere che, durante la visione, non riuscivo a intuire il resto del film che ha molto materiale con cui spiazzarti.
    Saggia la scelta registica di svuotare i personaggi di ogni melodramma, di empatia intrinseca e estrinseca. Come hai fatto notare, la loro forza è il vuoto che emanano, l’incapacità dello spettatore di schierarsi con l’uno o con gli altri. Si assiste in definitiva a uno spettacolo teatrale ancora una volta, al di là dei riferimenti reali, pesantemente concettuale. Bronson è simbolo. Il messaggio che trasmette complesso da decifrare. Operazione, quest’ultima, nella quale addentrarsi o da evitare, a seconda dei gusti.
    Spersonalizzazione, in luogo di un teatro dei mimi e dell’assurdo, resa ancora più forte e dalla scelta dei set “scenografici” e dai colori saturi, volutamente antirealistici, e dalla colonna sonora classica che, se inserita in un contesto cronologico altro, produce effetto straniante da realtà distopica.

    In conclusione, questo Refn continua a soprendermi e a piacermi. Tom Hardy è, invece, del tutto nuovo. Mai visto prima, ma benvenuto. :)

    E non dimenticare, aspetto di conoscere la tua “meraviglia”… oltre alla rece di “Grosso Guaio”. Perché sì, sono uno che non molla. :P

    ciao! ;)

    P.S.: ho disattivato la moderazione, per cui puoi sbizzarrirti come e quando vuoi. :)

  6. Posted September 3, 2010 at 10:54 PM | Permalink

    Guarda, credo che l’imprevedibilità del film sia simmetrica all’imprevedibilità del personaggio: qualcuno che semplicemente non pensa “come tutti noi” e che perciò non può essere schedato, classificato, civilizzato. La colonna sonora è vero che è straniante, associata alle immagini ma anche all’altro pezzo di se stessa (la disco).
    Refn è veramente un figo.

    Su “Grosso Guaio”, accidenti, hai ragione: sono una sola. Il mio gemello siamese lo dice sempre, vuole anche farmi una maglietta con su scritto: “Sono una sola, non fidarti”.
    Però questa volta manterrò la promessa!
    Sulla meraviglia, ho fatto un’ipotesi lì da te, ma sento che manca qualcosa… troppe meraviglie?

  7. Posted September 3, 2010 at 11:19 PM | Permalink

    Guarda che io sto sempre a scherzare,eh! ;) Anche se ormai mi conosci.
    Non nego però di essere incuriosito dal tuo particolare modo di interpretare le cose. In questo senso, “Grosso Guaio visto da Te” è un’attesa.
    Ma sentiti comunque libera a riguardo. La mia è una richiesta senza alcun obbligo, sia chiaro. ;)

    Tornando a “Bronson”, concordo sull’imprevedibilità comune a film e personaggio e a questo punto direi che è intenzionale, ma non vorrei sciupare Refn parlandone troppo bene. Questione scaramantica. Sai qualcosa sui suoi prossimi lavori, per caso?

    buonanotte :)

  8. Posted September 7, 2010 at 7:36 PM | Permalink

    never heard of it.
    ovviamente me lo segno :)

  9. Posted September 19, 2010 at 2:25 AM | Permalink

    @El Graeco:

    Sta lavorando a “Drive”, una roba che coinvolge motori rumorosi, uno stuntman e da qualche giorno a questa parte anche Christina Hendricks di Mad Man!

One Trackback

  1. By Bronson (2008) | Book and Negative on October 11, 2011 at 2:45 PM

    [...] recensione su Bronson di [...]

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