The Dead Outside di Kerry Anne Mullaney, 2008
Ambientato in Scozia. Attori scozzesi. Personaggi scozzesi. Che parlano scozzese. L’unica cosa che ho capito con chiarezza durante la visione di questo film è il motivo per cui nella versione italiana dei Simpson Willie il giardiniere è un sardo. Una volta un amico ha cercato di insegnarmi le basi del sardo in cambio dei fondamenti del romanesco: dopo una settimana lui sembrava Mario Brega e io stanziavo rosicando all’indicativo presente del verbo essere, quindi magari il problema sono io. Eu sugnu il problema.
Trama: Un virus che aggredisce il sistema nervoso fa piazza pulita degli scozzesi. Daniel ha perso la sua famiglia e vaga per le campagne in cerca di un rifugio. Finita la benzina, prosegue a piedi sino a una fattoria isolata e pensa bene di occuparla. La casa però è già abitata da April, una donna giovanissima e inenarrabilmente incazzosa, che spara agli infetti e li seppellisce nell’aia. Come è possibile che la pargola, pur maneggiando cadaveri malati da mane a sera, non abbia contratto l’orribile morbo?
Il film è indipendente, non dilettantesco ma povero, con tendenze all’intimismo e alla concentrazione sulle psicologie dei personaggi che rischiano di farlo scivolare nel sottoinsieme – da me sentitamente aborrito, nevvero – “film di zombi senza zombi”. Tenendo conto del fatto che si tratta di un esordio alla regia e dei limiti economici con cui il progetto è dovuto scendere a patti, nonché dell’immane bellezza del cane grassottello che fa la sua porca figura nel ruolo del cane grassottello, considero The Dead Outside un lavoro intelligente e grazioso ma non fondamentale.
Ve ne parlo più che altro perché si inserisce nella filmografia che sto mettendo da parte per informarmi sulla mia fissazione n. 14 : la de-massificazione dello zombi e la sua riappropriazione di storia personale e identità individuale. Il film mi offre anche l’opportunità di buttare giù qualche nota sulla questione “infetti” vs morti viventi che non sono riuscita a ficcare nella recensione di Mutants.
Di fronte alle pseudo-zombate a base di scenari apocalittici e fobia del contagio, anche io faccio sempre battute tipo: “Ops, ho detto la parola con la zeta? Sai, bisogna dire “infetti” altrimenti il regista si incazza…” Alla fine però non è questione di dettagli, di variazioni minime e make-up truffaldino per rivendere come nuovo un mostro troppo stagionato.
Con il passaggio dal morto vivente all’infetto viene meno il tema della morte. Con il venir meno del tema della morte si indebolisce l’identità tra sopravvissuti e minaccia mostruosa che costituiva il cardine della formula romeriana. Cambia il discorso spaventoso.
L’infetto conserva la paranoia del nemico endemico, irriconoscibile, e quella di una trincea amici-nemici imprecisa e permeabile. Smarrisce però lo spavento connesso alla dissoluzione dei confini tra vita e morte e quello dovuto al semplice fatto che niente, oltre alla mera questione di tempo, separa l’umano dallo zombie. Su una lapide di fine ottocento al Verano ho letto: “quel che voi siete noi fummo; quel che noi siamo sarete”: non sembra la versione aulica del buon vecchio “noi siamo loro, loro sono noi”? In verità questa storica battuta ricalca una formula di memento mori straordinariamente comune.
Ci sentiamo vicini ai morti, ci siamo sempre sentiti vicini ai morti. Più vicini ai morti che ai malati, ai pazzi, ai rivoluzionari, agli indemoniati, ai conformisti, ai fanatici o a qualunque altra roba che gli “infetti” potrebbero rappresentare.
Ogni volta che a figliare è la declinazione di Boyle, piuttosto che quella di Romero, l’orda si allontana di un passo dai protagonisti vivi e sani e dagli spettatori.
Ma veniamo all’individualità dello zombi, che non ne parliamo da quasi due paragrafi.
The Dead Outside ci lavora sopra un bel po’. Per prima cosa conferisce ai suoi infetti la capacità di verbalizzare. Non siamo dalle parti dei chiacchieroni di O’Bannon né in quelle del raffinatissimo Pontypool. L’obiettivo è passare dall’idea dell’involuzione – intrinseca ai morti muti e muggenti, belluini – a quella della disfunzione, che altera e confonde le caratteristiche umane invece di spazzarle via.
La regista e lo sceneggiatore pensavano all’Alzheimer quando hanno avuto l’idea per il loro virus neurologico. Hanno così concepito una malattia violentemente invalidante per chiunque la contragga, ma che si combina in modo specifico e sempre diverso con l’organismo e la psicologia dell’ospite. Gli infetti sono tutti diversi: uno ringhia e l’altro delira, questa vuole prendere un bambino a tutti i costi e quella accusa il primo che passa di avere ucciso i suoi figli.
L’orripilante uniformità dell’esercito zombesco vecchio stile minaccia il mito dell’individualità. Il contesto culturale che percepisce come spaventosi quei mostri è lo stesso che indica percorsi di realizzazione incentrati sulla coltivazione dell’ego: automiglioramento, farsi da sé, self-management, emergere in quanto individui, essere speciali, unici, originali, volersi bene. La somma crudeltà della resurrezione come “living dead”, in questo scenario, sta nel ratto della personalità intesa come proprietà e patrimonio.
Gli zombi di The Dead Outside invece non sembrano privati del sé ma intrappolati nel sé. Fissati sull’ultima ossessione, prigionieri di un pensiero ricorrente. Una sola idea rimbomba e rimbomba nella stanza chiusa delle loro teste, senza trasmettere e senza ricevere.
Complice un budget certamente incompatibile con esose scene di massa, anche la natura di branco tradizionalmente associata ai mostri viene meno. Questi infetti si trovano ogni tanto in piccoli gruppi (soprattutto perché tendono a seguire i rumori), ma nella maggior parte dei casi si tratta di singoli esemplari vaganti, che si spostano senza meta nel paesaggio vasto e disabitato della campagna scozzese.
La mia impressione è che questa rappresentazione del mostro faccia appello alla paura dell’isolamento. Gli zombi barcollano dal terrore di essere uguali a quello di essere diversi? Non proprio. Io la metterei così: il mito dell’unicità fallisce nell’incubo della solitudine.
La morale della favola potrebbe essere che siamo tutti speciali. Così speciali da chiuderci in un ego angusto e introflesso, soli come cani, a gongolare cacando fantasie di unicità e irripetibilità che nessuno ha voglia di ascoltare.
Che dire? Toglietemi tutto, ma non l’allegro ottimismo delle zombate…
Buon Halloween e felice colonizzazione culturale da quella buontempona di vostra zia!









2 Comments
Non ho visto il film quindi più di tanto non posso commentare, ma avendo visto da poco Doomsday (e facendo parte dello sparuto gruppo di persone a cui è sinceramente piaciuto, credo: era dall’89 che non mi divertivo così) mi domando quanto di questa mania di confinare le epidemie in Scozia nasconda una metafora politica/separatista/salcazzo, oltre che un richiamo al sempreverde Vallo di Adriano. Che però presenta anche altre problematiche: davvero un virus si può confinare su una porzione di terraferma? In questo senso i film che sfruttano l’insularità dell’intera Gran Bretagna mi sembra abbiano più coerenza interna… vabbè, fisime mie.
(Pensi di vedere The walking dead? personalmente sono molto curiosa di vedere come la rete che ci ha dato un telefilm bello ma calligrafico come Mad Men tratterà l’horror…)
Neanch’io ho visto questo film quindi non posso commentare più di tanto,però ne approfitto per continuare il discorso sugli zombi cominciato nel post precedente.
Innanzitutto mi scuso per non aver contribuito più di tanto all’interessante discorso tra te ed El sui paragoni tra Romero e Matheson,ma cerchiamo di rimediare…
Ecco andiamo con ordine,tanto per cominciare,vjsto che sono la seconda persona in tutt’Italia a cui è piaciuto Doomsday,devo dire che nel regno Unito la science Fiction catestrofica da WYndham e Quatermass in poi è sempre stato il genre più amato:non ricordo neanche più quante volte Londra è stata distrutta in film,serie e romanzi britannici.Ultimamente poi si è sviluppata una corrente scozzese che ha trasferito il fenomeno più a Nord;c’entra sicuramente molto il fenomeno culturale ed in qualche caso anche separatista.Il confine simbolico del Vallo di Adriano poi è stato usato anche i diversi racconti ad esempio in quelli dell’antologia NOVA SCOTIA.
Tornando al film in questione ed alla sua eredità Romeiana devo dire che probabilmente poteva essere un idea interessante quella de mostri alzheimer-style.Però così si compie un ulteriore stravolgimento del genere.Una delle maggiori inquetitudini create dal mostro più proletario di tutti i tempi è data proprio dall’essere un mostro collettivo.,senza personalità,senza emozioni mosso da un unico bisogno primordiale,quello del nutrirsi,Gli zombi fanno paura anche perchè sono un unica anomima massa.Nel momento in cui gli si dà una differenziazione si compie una riumanizzazione forzata che toglie in parte la carica d’angoscia che la creatura rappresenta.Un depotenziamento insomma.
Il rapporto con la morte,non solo è fondamentale in questo discorso ma,rappresenta uno dei leit motiv della prima trilogia ,ovvero:”Cosa faresti tu se fosse un tuo caro ad essere morso?”.
Togliere anche questo significa rendere senza senso la maggior parte delle dinamiche interne che giocano nei gruppi di sopravvissuti.
Non dimentichiamo poi che fondamentale in questo tipo di film è L’assedio.Da un lato abbiamo quelli come noi (i cosidetti vivi o sani)dall’altro (i morti od infetti)che premono per entrare.
Ora anche quando un regista come Romero o Wright o Snyder ci presenta dei vivi negativi od idioti in teoria questi dovrebbero rappresentare il nostro punto di vista cioè quello di chi ci tiene a non trasformarsi,cioè di quelli che nel bene o nel male vorrebbero conservare la propria INDIVIDUALITA’,che è poi la stessa cosa che cerca di fare il Robert Neville di I AM LEGEND,ma,mi chiedo,nel momento in cui lo zombi(od in questo caso l’infetto)conserva delle carattestiche che lo differenziano da un altro zombi o da un altro infetto,anche questa cosa invalida la premessa iniziale.
Ora chiudo,ti rinnovo il consiglio di cercare in fumetteria i comics di The Walking Dead e ti consiglio di cercare in rete un corto italiano:L’ESTATE FREDDA(dovrebbe essere uscito anche il numero2)dovrebbe piacerti.
Ciao zietta ed un saluto anche alla centurionica Poggy