Attenzione: pezzo lungo che contiene un piccolo spoiler.

L’ottimo blog And Now the Screaming Starts segnalava qualche giorno fa questo articolo su The Observer. Il pezzo parte dalla nota posizione che intende l’horror come incubo, parto rivelatore di una specie di inconscio culturale più o prima che rito esorcistico, e interpreta i sogni i ricorrenti del genere per diagnosticare traumi e disfunzioni degli Stati Uniti. La prospettiva americano-centrica dell’articolo è generalmente inadatta a leggere l’horror di diversa provenienza e in alcuni casi (quello di Texas Chainsaw Massacre, per esempio) la linea interpretativa proposta mi trova discorde, ma le considerazioni di Egerton sugli zombi arrivano a un punto che secondo me non andrebbe trascurato.
I discorsi sul sottogenere partono per tradizione dal presupposto che lo spettatore dovrebbe identificarsi con i vivi o comunque comprendere i vivi. In un contesto ormai pacificamente abituato a guardare la storia “dalla parte del mostro”, il Living Dead resta ciò che non vorresti mai essere. Le sue basse opportunità di attrarre proiezioni derivano della scarsa desiderabilità della condizione in cui si trova: mangiare umani non gli garantisce superiorità o potenza, la sua immortalità non si associa alla conservazione del corpo né a quella della coscienza; similmente, ha poche speranze di attrarre comprensione: non è un individuo, non ha una storia, non può ispirare la compassione, eccetera.
Bene, anche la massa – non il gruppo, il branco, la comunità, il consorzio: proprio la massa indifferenziata – può possedere attributi desiderabili. Per esempio quello individuato dall’articolo di Egerton: l’assoluzione dalla responsabilità. Una volta nebulizzata su una moltitudine incalcolabile, la necessità di rispondere delle proprie azioni pubbliche perde il suo peso e poi evapora. L’orda cannibale resta così a pascersi di carne nella perfetta innocenza “legale” di chi non ha compiuto un’autentica scelta. Lungi dal risultare colpevoli, i Morti Viventi appaiono come vittime di un male irresistibile che aggredisce il corpo e il libero arbitrio. E intanto mangiano e mangiano.
A integrazione di queste interessanti osservazioni aggiungerei che nel gruppo dei sopravvissuti si può spesso assistere al processo inverso. Agglomerati in una comunità tanto piccola e diffidente da amplificare all’estremo l’osservazione (e il giudizio) sui comportamenti dei propri membri, i vivi si trovano in un contesto che chiarisce in modo spietato la correlazione tra causa e effetto, decisione e soluzione. Sotto gli occhi di tutti il sopravvissuto sceglie (una posizione, un leader, un ruolo) e si carica personalmente sulle spalle le responsabilità che ne conseguono.
Il fumetto di Kirkman, The Walking Dead, ossessivamente concentrato proprio sulle relazioni interne a una piccola comunità di sopravvissuti, lascia emergere prepotentemente il problema della responsabilità, spesso ricorrendo alla formula tragica/moralizzante del contrappasso. Nel corso della saga i personaggi fronteggiano fatalmente il risultato delle proprie azioni: Rick paga il prezzo del suo stesso indurirsi così come ne riceve i benefici e fa esperienza dei costi dell’autorità (non vorrei spoilerare troppo, diciamo solo che le traversie della mano mi sembrano un simbolo abbastanza preciso); non parliamo neppure di casi eclatanti come quello di Hershel o della faida a base di tortura tra Michonne e il Governatore, pensiamo semplicemente alla catena di rese dei conti scaturita dalle “piccole” dinamiche tra Tyreese, Carol e Michonne.
La proverbiale equivalenza tra i vivi e i morti, esplicitamente illuminata da Kirkman per bocca di Rick, sussiste certamente nella sua forma romeriana, con entrambi i fronti consumati dal regresso hobbesiano e dediti a un cannibalismo più o meno metaforico. Resta però una differenza abbastanza forte: i vivi devono continuare (ricominciare?) a campare con il peso delle proprie scelte sul groppone. Scelte che escono dall’intimità delle urne e dall’anonimato dei plebisciti per esistere con una firma, una faccia, un’impronta digitale tatuata addosso. Se spari di soppiatto in testa a un tizio “pericoloso”, probabilmente qualcuno ti sta guardando. Se decidi di impietosirti per un tipo che sembra gentile e poi salta fuori che i tuoi criteri di giudizio sono ingenui, a rimetterci sarà la comunità intera.
Dopo l’apocalisse zombi non c’è margine di errore e non c’è verso di distribuire le responsabilità e le colpe. Il libero arbitrio- conseguenza della vita, suo privilegio, suo fardello – è un anello fondamentale nella catena tesa tra sopravvissuti e morti viventi per definire la relazione in termini di somiglianza e non di identità. La rappresentazione dei vivi, in The Walking Dead, affronta anche questo problema: come, e quanto a lungo, un uomo medio degli anni zero può tollerare una simile pressione?
Per quanto concerne la rappresentazione dei morti, il fumetto di Kirkman celebra il ritorno alla tradizione romeriana, cosa in qualche modo simile a una presa di posizione in tempi in cui gli infetti e i corridori invece di trattenersi nei confini dell’eccezione sperimentale si sono costruiti un sotto-sottofilone tutto per loro, trasmigrando perfino nei possedimenti diretti dello zio George tramite il remake di Zack Snyder.
La versione per la TV di Darabont segue la stessa strada, ma senza intransigenza. Non è tanto questione di “farli correre o non correre” – i vaganti della serie sono una specie di via di mezzo – quanto di optare per un horror plumbeo piuttosto che forsennato, concentrato sulle azioni umane, drammatico e – in un certo senso – particolarmente “puro”, poco contaminato con generi come la commedia o l’action. Un merito personale di Drabont, per come la vedo, è da individuare nella costruzione di una simmetria stringente tra i cambiamento dei vivi che vanno adeguandosi allo scenario postapocalittico e la rappresentazione dei Morti Viventi, filtrata appunto dalla percezione dei personaggi che respirano e ordinata in base alla posizione del pericolo che li minaccia. Dico che si tratta di un merito personale non perché in Kirkman questa roba fosse assente, ma perché nella serie la si trova non solo calcata, anche approfondita.

La posizione esistenziale maggioritaria nella zombata è sicuramente “io non sono ok – tu non sei ok”. Si tratta di un sottofilone cinico: gli zombi sono pericolosi, gli altri umani sono pericolosi e tu sei pericoloso perché tutti, sotto sotto, fanno schifo. L’apertura di The Walking Dead, paziente, sentimentale e focalizzata su personaggi – sia morti che vivi – che non fanno schifo affatto, è spiazzante.
In generale non posso negare di aver trovato il pilota meno “divertente” di quanto mi aspettassi, credo sia stato penalizzato da un eccesso di familiarità. Voglio dire: comincia con una bambina zombi, uno dei cliché più cliché che ci siano; segue il risveglio, bello ma impossibilitato a suscitare meraviglia dall’accumulo di citazioni (da 28 giorni dopo al fumetto, dal fumetto alla serie); e poi c’è la scena del cavallo, che è ottima ma pure sovraesposta: il fatto di essere stata ampiamente usata per la promozione ha probabilmente ridotto la sua capacità di impatto. Insomma, nell’insieme ho vissuto “la parte violenta” del primo episodio come un’esperienza piacevole (morti viventi molto umidi, molto lerci) ma un po’ immiserita dall’effetto déjà-vu. La sorpresa, accentuata dal contrasto, è arrivata dalle scene senza sangue, che sono strane perché intrise di dignitoso cordoglio, compassione, pietas.
Morgan non riesce a finire la moglie, Rick torna a cercare un tronco umano che striscia per i giardinetti al solo scopo di porre fine al suo strazio con una pallottola e soprattutto entrambi – umani! adulti! maschi! – piangono un sacco. Sono tristi, preoccupati e hanno nostalgia dei “giorni perduti”, così, invece di ricaricare un fucile a pompa, contrarre la mascella e fissare stoici un orizzonte gremito di mani e lamenti e denti e ruggiti, tirano su col naso, non riescono a finire le frasi e frignano. Le azioni in cui li vediamo impegnati sono roba come darsi una mano fra gente per bene, cercare di accudire un bambino, dare l’equivalente zombesco di una degna sepoltura ai cadaveri che camminano.
Questa cosa mi ha sconvolta, non ci sono abituata. All’inizio non mi è sembrato realistico e ho telefonato a Peter Pain per lagnarmi: “Effetto z-word a palla, vecchio mio. Gli zombi irrompono in un mondo che non ha mai visto George Romero. Troppo comodo fare la sposa cadavere con un marito che non era in sala ai tempi del miglior morso della storia del cinema”. Poi ho capito che in fondo questa roba è realistica. In questa fase della narrazione i protagonisti vedono i morti viventi come Frank Darabont li mostra a noi: essere ripugnanti e patetici, quasi inoffensivi, corrotti nel corpo e deboli nella mente. Vittime.
Nella prima puntata di The Walking Dead gli zombi sono ancora il Prossimo.
Nella seconda invece diventano il Nemico. Aumentando di numero acquisiscono la capacità di nuocere che determina il salto. Il singolo zombi rimane una vittima, un tizio che in qualche misura ti somigliava e che forse era perfino un altruista (un donatore di sangue per esempio). Chiunque sia stato, una volta immerso in un mare di comparse con la stessa brutta cera diventa comunque un nemico affamato. Puoi sempre fargli il funerale prima di rubare le sue budella, ma per convincerti che ne valga la pena hai bisogno dei suoi documenti.
Quando la prospettiva sugli zombi slitta in questa direzione anche le relazioni tra i superstiti si trasformano. Emerge la miserabile ossessione umana per il potere e la gerarchia. Tornano i conflitti intestini. Dopotutto siamo in un supermercato con le porte a vetri e c’è in giro gente che usa l’espressione “nigger”, è tempo di riconoscere gli uomini cattivi e di mettere alla prova le convinzioni di quelli buoni.

La terza puntata, per il resto dominata da una lunga sosta al campo e dal subplot soap-operistico del triangolo Shane-Lori-Rick, continua a scavare nella stessa direzione presentandoci un gruppo di sopravvissuti più barbarico e dilaniato rispetto a quello descritto dall’originale di Kirkman alla stessa altezza cronologica. In particolare il fratello di Merle, spalleggiato in questa funzione dal cafone che gonfia la moglie (al momento mi sfugge il nome), approfondisce un elemento che accompagna il genere almeno dai tempi di Zombi: quello degli umani che “si trovano bene” nella società rifondata dall’apocalisse, estrema e crudele.
Nella puntata precedente, prima di essere messo al tappeto, Merle era riuscito a farsi “eleggere” capo puntando un fucile da caccia contro i suoi compagni, tuttavia le circostanze lo inquadravano solo come problema: il matto-razzista-che-sbrocca e mette in pericolo tutti, un essere semplicemente dannoso e privo di utilità. Daryl invece torna al campo carico di cadaveri di scoiattoli dei quali il gruppo potrà nutrirsi, esplicitando il fatto che un’ottusa testa di cazzo capace di usare le armi dopo l’apocalisse zombi può diventare un problema, sì, ma anche un utilissimo cacciatore, una risorsa per la società.
Un po’ come certi prigionieri descritti da Levi, orribilmente capaci di abitare la mostruosità del lager, Merle e Daryl sono persone che hanno più probabilità di emergere e salvarsi in un mondo in cui l’abitudine alla violenza e un belluino istinto di sopravvivenza possono rappresentare una risorsa. L’immagine della mano di Merle, che chiude (prevedibilmente) una puntata apertasi con il suo astioso discorso a Dio, rafforza questa impressione omaggiando l’efficienza della sua scelta da lupo.
L’episodio di lunedì scorso, in pratica, offre una panoramica su quanto di violento si annida nella micro-comunità dei superstiti, con tutti i potenziali rischi che ne conseguono; non a caso si tratta, per il momento, dell’episodio a minore densità di zombi.
Nella prima puntata i vivi erano alle prese col pericolo rappresentato da un’alterità temibile ma anche/ancora commiseranda, nella seconda se la vedevano con quello incarnato dall’orda e nel terzo eccoli a confronto con la potenzialità di un nemico endemico. Potenzialità certamente, ovviamente, destinata a mettersi in atto nel quarto episodio, domani sera.
Domani sera: birra, rutto libero, conseguenze della vita.
GORE GORE LINKS
[1] Pagina IMDB della serie: nessuno clicca mai sul link a IMDB, ma stavolta c’è scritto per quante puntate rimane nel cast l’esimio Michael Rooker.








23 Comments
Da lettore appassionato del comics di Kirkman ,ho salutato con piacere questa produzione della AMC.
Ora ancora non ho visto la serie,aspetto tutti e sei gli episodi,quindi non mi posso esprimere sul telefilm vorrei però soffermarmi su alcuni battute presenti nel comics per integrare le tue osservazioni.
Un personaggio(un bambino,il figlio di Rick ) dice alla sua amichetta mentre guardano gli zombi:
“Non sembrano cattivi, sembrano solo tristi”.
Un altro personaggio,un medico mentre sta morendo,dice ad un altro,l’infermiera con cui ha lavorato fino al giorno prima:
“Non piangere per me,mi sto per reincarnare in un altra forma di vita(con allusione agli zombi) e lei,di conseguenza non ha il coraggio di piazzargli una pallottola nella testa che di fatto gli risparmierebbe questo destino.
Ecco episodi minori,incastrati tra un episodio di crudeltà ed una battaglia,che però la dicono tutta sulla pietas che alimenta i personaggi verso gli zombi,episodi minori perchè poi l’istinto di sopravvivenza salta fuori e lo zombi torna ad essere il nemico.
Del resto lo stesso Rick Grimes,in uno degli episodi più cattivi del comic,dopo avere perso il comando urla agli altri sopravvissuti.”Guardate che i morti siamo noi”.
Non conoscevo il fumetto e mi sono approcciata alla serie con occhio “vergine”, rimuovendo in un certo senso il cinema e la letteratura zombeschi, perchè il cronotopo della serie tv è totalmente diverso ed esige uno sguardo fiducioso e distaccato… Insomma, l’ho trovato abbastanza insignificante, tendente al noioso e quasi sicuramente un fiasco.
Sperando di sbagliarmi, comunque, continuo a vederlo.
Il fumetto (purtroppo mi mancano ancora gli ultimi tre volumi e non riesco a trovarli, speriamo in una ristampa sulla scia della serie) mi è parso un compendio perfetto del sottofilone zombesco, una miscela di elementi romeriani e nuove visioni apocalittiche ed epidemiche.
Devo ancora inquadrare la serie. Ho visto solo i primi due episodi, amato molto il primo, non apprezzato fino in fondo il secondo.
Forse è a causa dei cambiamenti che ha subito, rispetto al fumetto, il piccolo gruppo di sopravvissuti. Non ho compreso a fondo la necessità di introdurre nuovi personaggi. Mi era piaciuta, nell’ opera di Kirkman, la fuga a due dalla città infestata dai morti e non ho capito per quale motivo ampliare così tanto il numero delle persone presenti in città al passaggio di Rick.
Certo, la presenza di Rooker incazzato come una biscia che vomita nigger su nigger di qua e di là è un incentivo a proseguire la visione. Ma ho quasi paura che vada perso il sottile gioco di rapporti tra i personaggi che era uno dei maggiori punti di forza del fumetto.
@Nick
Bella Nick! capisco la tua scelta, soprattutto perché sei un forte estimatore del fumetto. Personalmente trovo un certo piacere nell’appuntamento settimanale, anche se la scorpacciata del lunedì è davvero magra (meno di un’ora). Diciamo che mi rassicura l’idea di avere una mini-dose di zombi sicura e a intervalli regolari :)
Tra le scene che elenchi mi colpisce quella del dottore. In The Walking Dead di Kirkman più di un personaggio sceglie di tornare, di dare una chance, per così dire, all’esistenza da zombi. Ricordo anche il tipo morso nel campeggio. Questo alla fine è un po’ in linea con la frase di Rick.. siamo sicuri che i morti stanno peggio?
Volevo dirti una cosa che credo ti farà piacere: ieri è andato in onda l’episodio scritto da Kirkman, se non mi sbaglio. Io complessivamente apprezzo il suo lavoro, però ho qualche riserva sulle sue strategie di narrazione (sull’uso dei dialoghi in particolare, ma ne parlerò nei prossimi appunti). Devo dire che per la serie ha prodotto quello che considero l’episodio migliore fino a questo momento.
@Marienbad
Io per ora sto apprezzando la serie, invece. Secondo me Darabont – qui, ma anche in The Mist – dimostra il pregio di saper maneggiare il genere bilanciando la cupezza dell’horror recente con un gusto sentimentale adatto al cosiddetto “mainstream”. Fa lavori che possono piacere a un pubblico vasto, ben superiore a quello degli appassionati di horror, senza svendersi. Questa cosa mi ispira parecchia stima perché penso sia difficilissima.
Ora non so se c’è un collegamento tra questa caratteristica che vedo in Darabont e la tua impressione sulla serie… voglio dire: quando cerchi l’equilibrio è facile piombare nella mediocrità, e potrebbe succedere che quello che a me pare saggiamente prudente a te possa sembrare insipido. Poi non so, magari non c’entra niente…
@Lucia
Guarda, io da brava poser ho comprato diversi numeri solo con la partenza della serie. Su Ibs.it li trovi sicuramente, anche con piccolissimi sconti (che non cambiano la vita ma fanno sempre piacere :)), e se li prendi indieme e paghi con metodi diversi dal contrassegno non ci sono costi aggiuntivi per la consegna. A me sono arrivati due giorni dopo l’ordine.
Capisco le tue preoccupazioni. Effettivamente immagino siano radicate soprattutto nel secondo episodio, che ho apprezzato molto ma che riconosco essere quello più distante dall’umore kirkmaniano, un po’ abbandonato in favore dei classici della zombata cinematografica. Il terzo episodio del resto paga un po’ lo scotto dello sforzo per rientrare nello spirito del fumetto, abbacchiando il ritmo per controbilanciare l’impatto del #2. Il quarto, visto ieri, mi sembra però in grado di fugare i dubbi… direi che è una buona crasi tra le due strade tentate nei precedenti… tu l’hai visto?
Per quanto concerne l’inserimento, forse la strada è quella tentata da True Blood rispetto alla Harris. A volte penso che una riduzione del tutto identica, nella trama, avrebbe penalizzato l’esperienza di chi lo ha letto, non tanto perché “si sa già cosa accadrà”, quanto perché l’approccio si sarebbe orientato troppo pesantemnete al confronto e ne sarebbe uscito tendenzialmente giudicante… Non so, tutto sommato per ora la cosa non mi disturba.
Comunque vedo che Henry ha colpito un po’ tutti! è la star della serie!
E per restare in argomento, facciamo un po’ di fanta-casting: come nazi-redneck è meraviglioso, naturalmente, però io gli avrei fatto fare Rick. Non me ne voglia Lincoln, ma Rooker ha una melanconia che sarebbe stata perfetta per il personaggio.
Esatto, credo proprio che si tratti di questo, la prudente gestione rappresenta, per me, il modo più veloce per “bruciare” i significati degli eventi e godere di pochi istanti luminosi, lasciando così il senso onnicomprensivo a scarne, indistinte e sparpagliate macerie, impossibili da riassemblare.
… dimenticavo, a me The Mist ha fatto schifissimo.
mmm… Allora non penso che lo show avrà grande occasione di riabilitarsi ai tuoi occhi, anche se la speranza, s’intende, è l’ultima a morire.
Il fumetto è per certi versi molto simile a The Mist, nella misura in cui The Mist (nella versione di Darabont, non ho mai letto l’originale di King) è simile a un film di zombi. C’è l’assedio, ci sono diversi personaggi ingabbiati, ci sono tutte le loro classiche scelte di campo e di strategia e il focus è su questi avvenimenti, non sui mostri “là fuori”, che rappresentano un collasso imperscrutabile, immotivato, come gli zombi in TWD – e in quasi tutto il resto. Voglio dire: è questa la cosa che interessa Kirkman; è anche la stessa che interessa a Darabont, due anni fa come oggi. Poi non vuol dire che rifarà tutto identico… solo che le premesse per una certa omogeneità ci sono. Io dico che ti farà cagare per sempre.
Avevo visto il post con già il quarto episodio caldo nell’hard disk, quindi a questo punto ho voluto aspettare di mettermi in pari anche con quello nel caso ci fossero spoiler nei commenti (paranoia keeps me alive). Che dire? Non ho letto il fumetto né mi reputo un’esperta zombista (quello, in famiglia, è mio fratello), però devo dire che il telefilm mi sta piacendo. Mi fa anche piacere che voi più esperti abbiate citato The Mist perché è stata una delle prime cose che mi sono venute in mente vedendo la piccola comunità dei vivi sulla collina: ovviamente l’idea del gruppetto isolato/assediato non è un’invenzione di King, ma kinghiano mi è sembrato il modo di tratteggiare i personaggi e le loro relazioni… mentre nel quarto episodio tutta la scena del tizio impazzito e legato all’albero – più l’incontro con gli “altri” – mi ha fatto pensare a Lost , ma d’altra parte il mio è un parere viziato :) (anche se sono dell’idea che, trattandosi pur sempre di una serie tv uscita in questi anni, fare i conti con Lost sia in qualche modo inevitabile)
Non c’entra una sega, ma ieri sera ho visto, su consiglio del mio consorte, Into the Wild. Mi piacerebbe moltissimo conoscere il pensiero della Zia a proposito di questa pellicola che, personalmente, ho reputato presuntuosa e pretestuosa oltre ogni dire.
@Poggy
Eh ma hai fatto bene a essere paranoica. I commenti qui sono più spoilerosi della media mi pare! Alla fine non mi dispiace tecnicamente è lo spazio dell’approfondimento (anche se “spazio dell’approfondimento” non si può sentire : )) però non li raccomando prima di una puntata nuova di TWD o True Blood.
Io la cosa di The Mist sinceramente la immaginavo già prima di vederlo, TWD, per via del semplice raffronto tra il film di Darabont e il fumetto. Poi davanti alla serie ne ho avuto conferma. Forse c’è la stessa influenza dietro. In verità il tuo commento casca a fagiuolo, perché io e Peter, che non siamo grandi esperti di Lost, ci chiedevamo appunto quale fosse la misura della sua influenza, l’abbiamo ipotizzata anche noi ma non abbiamo i mezzi per farci su un discorso. Nelle recensioni di TWD che ho letto l’ho trovata citata sorprendentemente poco…
@Marienbad
Probabilmente dovrei vergognarmi di ammetterlo… però non l’ho visto. : /
Il plot non mi ispira la massima simpatia, ecco. E poi ti vedo particolarmente schifata… dici che faccio bene a restare nell’ignoranza?
@Agony: guarda, una delle fonti di ispirazioni più citate dagli stessi autori di Lost è The stand/L’ombra dello scorpione, che è una delle poche cose del primo King che *non* ho letto, ma li prendo in parola… alla fine la storia di base è sempre quella, quella di un gruppo di persone catapultato fuori della civiltà e costretto a riorganizzarsi per sopravvivere in un ambiente ostile e soverchiante. Per l’appunto: come non l’ha inventato King non l’ha inventato nemmeno Lost, però mi viene da pensare che la serie di Abrams abbia un po’ rilanciato il genere “survivor”, un po’ sdoganato l’ambientazione fantastica/fantascientifica con molto character study di mezzo. Anche la composizione del gruppetto di sopravvissuti di TWD è simile a quella di Lost (qui il leader è un poliziotto, lì un dottore, ma sempre figure stabilizzanti fin da prima l’apocalisse; c’è la donna contesa, c’è il vecchio saggio, il bambino, il redneck, quello che ha le visioni…), ma anche lì può essere che ci sia soprattutto l’ombra lunga di The Stand.
Avendo finalmente visto tutti e quattro gli episodi (e con il quinto pronto, ma credo che aspetterò il sesto e li vedrò insieme) posso tornare qui senza rischiare di finire in pasto a spoiler e disperazione.
Avevo torto. Ero stata fuorviata dal secondo episodio, che continuo a ritenere il più debole, mentre con il terzo si torna a volare alto. Certo, è un po’ statico e forse in alcuni momenti troppo “kinghiano”. Ma dipende sempre da quale accezione dare ai due aggettivi. Non essendo un’ amante delle zombate tutte azione, botti e gente con armi in pugno che strilla, il terzo e il quarto episodio mi hanno conquistata. Mi è sembrato (come anche in The Mist) di avere a che fare con una concenzione antica del film di genere, un modo di presentare l’ orrore a partire dai personaggi e dai rapporti tra loro, in piena linea con lo spirito del fumetto.
Adoro l’ attore che fa il fratello di Merle e credo che la morte di Amy sia una delle scene più forti e commoventi viste in tv negli ultimi anni.
Ecco, io non volevo dirlo, ma :) (spoiler per the Walking Dead 1×05)
Io lo sto trovando sempre più ridicolo. I dialoghi sono pessimi e la caraterizzazione dei personaggi a dir poco pietosa. Sembra One Tree Hill con gli zombie: un attimo prima sono degli stronzi, ma a fine puntata sono tutti dei bonaccioni. Non mi stupirei se finisse a tarallucci e vino con i non morti…
Oh detrattori della serie, è che a voi non tocca mai vedere Garko, a a me sì!
…quindi in effetti forse non posseggo più senso critico di qualcuno costretto a mangiare formiche che poi debba giudicare una pizza, però insomma, a me piace. Forse il tipo di difetti che ha si vedono di più anche per la visione diluita delle puntate che si presta al ritmo di un True Blood ma non troppo a questo, che ha qualcosa della soap, ma steso lento come…un film relativamente lento. Insomma penso che chi li veda tutti assieme possa apprezzarlo di più (credo).
*forse c’è qualche spoiler ma secondo me proprio poco o niente*
Il fumetto invece non mi piace, ne ho letti però solo pochi. L’idea è bella ma non mi piace proprio come sceneggiatura..mi sembra anche che come True blood, la serie sia stata rimaneggiata in maniera più intelligente del fumetto: tenere Shane in vita, che lo sapevo che lo tenevano in vita dato l’assetto soap, e soprattutto pur mantenendo l’isteria generale non c’è quell’orgia di “scleri” del fumetto. Non so poi se sbaglio io, però dopo un poco leggevo saltando le pagine solo per capire il plot, pechè la lettura in sè mi pareva un mezzo deja vu di: novità fichissima -> si rivela un’inculata – > qualcuno sbrocca e qualcuno di conseguenza muore o viene mutilato, assieme al: nuovo gruppo di persone -> in mezzo c’è almeno uno o più “mostri”. Certo la serie è più lenta quindi forse parlo troppo presto, però almeno c’è stato l’inserto dell’ospizio.
La cosa che mi convice meno del fumetto – per i sei che ho letto, magari è una visione parziale e sbagliata – per la serie ancora non so come prosegue ma mi sembra meno catastrofista, è il suo battere soprattutto sugli effetti distruttivi dello stress dei personaggi. Io darei probabilmente di matto (ma non lo so) se mi trovassi al posto loro, però mi sembra che inquadri tutto in modo eccessivamente negativo. Non diverso da altri film di zombie, però qui non si guarda solo un gruppo, ma TANTI gruppi, e il fumetto mi pare che presenti sempre il modello umanità necessariamente imbruttita/perdita della civiltà/perdita dell’umanità. Questo mi pare un pò ingenuo, come se si ipotizzasse un materiale fantascientifico, ma se irrealistici sono gli zombie non lo sono affatto le situazioni di stress che rappresenta..magari non qui o negli stati uniti però in giro, da qualche parte sul pianeta, mediamente c’è almeno una situazione davvero di merda. E, per quel poco che posso saperne io, che ragiono sempre su materiali filtrati e indiretti, c’è chi sbrocca, chi diventa mostro, chi si imbruttisce, ma anche chi si sbatte, reagisce e non sarà allegro ma non cammina sempre sul crinale del “deh, cosa sto diventando?”
Insomma magari è una cosa stupida però la percepisco così..come se l’autore ragionasse, facesse ipotesi e invenzioni con la libertà di chi deve maneggiare un materiale “nuovo”, cu sui non ci sono dati e fatti saputi.
La cosa che mi piace meno della serie è che ci sono troppi animali sbuzzati, avrei preferito qualche bestia in meno e qualche bambino in più* (è un pò sleale la bimbetta della prima scena della prima puntata messa lì come “riassunto” e indicatore della gravità della catastrofe, ma poi nessun bambino del gruppo – per ora- ci resta mai secco, che mi pare anche poco probabile. Possibile però che vengano più in là, perchè in effetti la morte dell’umano piccolo è in genere presa come tragedia più violenta dal pubblico)
*non nel senso che festeggio se ne ammazzano uno eh, è che mi sarebbe sembrato più equo, anche se è vero che mi turbano di più gli animali
Ok, l’ho vista.
…
…uhm…
Sai che c’è? Continuano a sembrarmi umani, troppo umani, gli esseri umani.
Ho anche ampliato questo ragionamento, ma il succo è che, in presenza di un morto vivente, cioè un resuscitato, davvero il problema principale da porsi è: “Gliela faccio saltare la testa, o no?”.
Cioè, nel caso fosse tutto vero, l’apocalisse e tutto il resto, nel caso ci trovassimo davvero faccia a faccia con un nostro familiare zombi, quale sarebbe la nostra reazione?
Stiamo parlando di un’eventualità sconosciuta all’uomo, che a mio avviso presuppone una reazione sconosciuta.
Il bello sarebbe tentare di immaginare qualcosa che vada al di là del consueto. Ovvero, come diceva il buon Romero, che dopo aver visto i primi tre episodi di TWD mi va di difendere, ma siamo poi così sicuri che si tratta di morti? Oppure sono soltanto cambiati? E, nel secondo caso, sarebbe giusto piangerli?
Il gruppo dei superstiti, eccetto Merle Dixon, è non pervenuto…
;)
@Elgreco
secondo me c’è abbastanza questo nella serie..nella prima puntata (e anche nella seconda? non ricordo in quante si svolge la questione della moglie), nell’aspettare il “ritorno” della sorella per parlarle ancora una volta, nella scelta di accettare la trasformazione per ricongiungersi alla famiglia…è anche “bastante” , forse, per il tipo di serie e i fatti che deve raccontare, e in quanto tempo a disposizione.
Sono invece abbstanza convinto che la reazione sia realistica: basta guardare alla vita normale, a quanto cambiamenti minori, scelte di vita, bastino a far percepire la persona con cui si ha un legame come “irrimediabilmente altro”, altro diverso dal prima, da ciò che si amava, quandi altro sconosciuto che in quanto tale recide automaticamente i legami preesistenti, sconosciuto che viene allontanato. Se i legami si ricreano/recuperano avviene in genere con il contatto, credo, con la scelta di tentare di conoscere di nuovo la persona in questione, (e lo zombie a questo non si presta minimamente)
Lo zombie in più ha due “aggravanti” per me: non sembrare (in genere) felice (tira in ballo un pò le questioni di eutanasia e dintorni, col suo “capisce? sente? sta male? se avesse potuto scegliere cosa avebbe voluto?”), e anche il problema non trascurabile che uccide altri, trasforma altri.
Bello tutto quello che scrivete. Continuo però a pensare che il difetto maggiore di questa serie sia appunto la sua “devastante” semplicità, la mancanza di profondità critica sia sul fronte dell’umana percezione di fronte al mondo proposto, sia sul fronte della rappresentazione offerta all’occhio dello spettatore. Ossia, mancano le riflessioni reali che muovono le azioni, anche quelle apparentemente insignificanti, e quelle stesse azioni vengono esibite modo ripetitivo, meccanico, come quelle inevitabili dell’ossessivo-compulsivo. Le cause latitano e le conseguenze si rivelano sempre e solo giustificazioni come per tenere aperto, comunque vada, uno spiraglio alla redenzione. Insomma, tutto sembra mosso da un certo paraculismo. Per carità, risulterebbe anche più o meno giustificato se si trattasse di un prodotto dedito all’azione più pura e di superficie, ma qui mi pare che l’impianto sia tutto sommato drammatizzato e chequindi ci sarebbero i tempi e gli spazi necessari per ricreare un po’ di umana complessità d’atmosfera, un po’ di ombre reali all’interno del gruppo e non solo stuzzicate solo per un capriccio di suspance. Il cattivo sembra essere solo il nemico, e anche quello sbucato dal nulla, mai meritato. Altro che Romero. Mi tolgo.
Ecco, tipo la morte di un fanciullo, come diceva il Pain, sarebbe un buon inizio.
Quoto Marienbad quando sottolinea l’assenza di “umana percezione”. Mi viene in mente una scena in particolare della prima puntata, quando Rick è a cena con padre e figlio che prima lo hanno tramortito e poi salvato la vita.
Rick dice qualcosa del tipo: “Hai sparato a un uomo oggi”
E l’altro fa: “Amico, non ci vedi bene, era già morto”
E Rick si mette a mangiare.
Cioè è come dire “Ehi, guarda che lì fuori i morti sono tornati in vita e ora passeggiano.”
La risposta sarebbe “Ah, sì?”
Tutto normale. Tutto ok.
Comunque questa serie non si può toccare. Dalle mie parti ne sto discutendo da stamattina. I difensori sono intransigenti… ;)
io ripeto, secondo me il parallelo più importante è con le soap. Non solo per il loro essere potenzialmente infinite (il fumetto parte da questo presupposto), ma anche come “scelte” narrative. E’ interessante però come trattandosi di horror e non amore, mi sembra che ci si aspetti per forza un prodotto innovativo o “alto”..the walkning dead secondo me è un prodotto consumabile e popolare che non ambisce a grandi innovazioni o significazioni nuove..ti piacciono gli zombie? ecco, adesso hai una serie con gli zombie, che va avanti a lungo. Non dico di paragonarlo per forza a Beautiful, però forse è più corretto paragonarlo a Beautiful che ad altri film..per quello che mi riguarda il bello di questa serie è che horror, dura a lungo (si spera), c’è il piacere di vedere (come direbbe Maurizzio) un onesto prodotto che puntuale ogni settimana garantisce l’appuntamento con certi soggetti, città svuotate (che devo dire mi piacciono un sacco), sangue, e il gusto – da soap, appunto – di vedere cosa farà tizio o caio…non è nulla che mi illumini chissà quanto o mi cambi la vita, ma è uno svago piacevole. Ecco, dopo novanta righe ho trovato come sintetizzare il problema:P ..è uno svago, un piacere settimanale, non credo pretenda di essere altro troppo altro anche nelle intenzioni degli autori.
Esatto El, è proprio quel tipo di scambio che rende evidente la mancanza di cui sopra. Ma di dialoghi simili ne è ricca tutta la serie. L’ultimo che mi salta in mente è quello ridicolissimo tra il negro (posso dire negro?) gangsta-rapper che prima vuol far saltare la testa a tutti e poi si scopre essere il badante capo di un ospizio pieno di anziani poco distinguibili dagli zombie. Il momento un cui giustifica la sua precedente pseudoviolenza con “Scusa amico yo, ma dovevo difendere i vecchi” mi ha fatto sbellicare.
Ok Peter, concordo pure, ma è proprio ciò che segna, a mio avviso, la netta differenza tra uno svago piacevole e stimolante da uno al quale puoi rinunciare in tutta tranquillità. Io amo gli zombi e vederli alle prese con una massa di decelebrati mi restituisce diminuita la loro inerte spaventosità e il grande timore di non diventare uno di loro. Qui la differenza tra gli zombi e gli umani sembra non esserci e tutto il castello crolla.
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[...] – o non ama – ciò che sta raccontando. Per esempio (come si discuteva nei commenti dalla Zia) il gruppetto di sopravvissuti sembra partire da un’impostazione kinghiana, una di quelle [...]