The Loved Ones

The Loved Ones di Sean Byrne, 2009

Da fan sfegatata di Carrie White, ho cominciato ad aspettare con ansia il DVD di The Loved Ones subito dopo aver visto la locandina per la prima volta. Tall Man’s Lair l’ha tenuta in bella vista nella colonna piccola del blog per un sacco di tempo, nel posto d’onore riservato alla promessa del 2010, cosa che temo abbia incrementato la mia fissazione.
A ottobre è finalmente uscito in un’edizione inglese senza tanti fronzoli. Consiglio di comprarla un po’ a tutti perché è veramente molto carino.
Inoltre per i più fortunati c’è anche l’opzione di vederlo al cinema giovedì prossimo, al Ravenna Nightmare.

Trama: Brent ha perso il padre in un incidente d’auto, guidava lui e si sente in colpa. Vive con i suoi traumi e con quelli della madre, non riesce a passare oltre. Comunque esce con Holly e comunque, come tutti, si prepara per il ballo scolastico di fine anno. Quando una tipa apparentemente timida e sfigata gli propone di accompagnarla Brent declina con garbo, ma sempre di un rifiuto si tratta. Princess non la prende bene e ordina a suo padre, che la serve come uno slave incestuoso, di stordire il riottoso principe azzurro, impacchettarlo e portarglielo in casa.
A questo punto il cane se la vede brutta, segno che ci stiamo inoltrando nella parte horror: Brent si risveglia legato e ammutolito nella deliziosa dimora di Princess, con il papà pazzissimo, la mamma lobotomizzata e un sacco di oggetti contundenti a disposizione della creatività della bambina. Come se non bastasse, la reginetta della festa ha più di sedici anni e questa non è certo la sua prima cotta. Il nostro eroe scoprirà con orrore che fine hanno fatto i suoi predecessori.

La storia in sé non offre nulla di particolarmente anticonvenzionale e resta descrivibile come una solida composizione di topoi, ma è raccontata con eleganza e sensibilibilità, cosa che finisce per conferirle uno spessore non comune.
La virtù più evidente del film sta nello sviluppo di un ottimo villain a partire dal prototipo dell’adolescente invisibile eppure custode di uno spaventoso potenziale offensivo. Ovviamente è impossibile non pensare a Carrie, ma il film di Sean Byrne evita di patire il confronto imboccando strade diverse.

Una prima distinzione sta nel fatto che la storia di Carrie, bene o male costruita come un racconto di vendetta, offriva una protagonista simpatica (forse più nel film che nell’originale kinghiano) o quantomeno comprensibile. Questo perché si dilungava sulle frustrazioni e sulle infelicità della ragazza-mostro, rischiarando il suo punto di vista e il suo stato emotivo.
Princess invece, con l’eccezione di una manciata di secondi, occupa la scena solo nel ruolo di cattiva. Il fatto che possa sentirsi sola e “non abbastanza carina” è chiaro (la canzone che ascolta osessivamente è qui), ma in pratica non la vediamo struggersi. Tutto quello che Princess fa davanti alla telecamera è spadroneggiare, abusare del potere seduttivo, seviziare, schiavizzare e molestare sessualmente gli altri. Non sembra una timida che è stata maltrattata, al limite può sembrare una stronza che è stata viziata in modo totalmente perverso.

The Loved Ones cita direttamente Carrie sviluppandosi intorno al ballo scolastico per sottoporlo a un’analisi altrettanto caustica ma concentrata su un aspetto preciso, ovvero sul modo in cui l’evento costruisce e/o conferma un’immagine “conservatrice” di romanticismo.
Il culmine del ballo scolastico consiste infatti nella premiazione non di una persona ma di una coppia, metaforicamente “sposata” dalla simmetria dei titoli di re e reginetta. Questa elezione è l’ultimo elemento di una liturgia che esaspera i ruoli di genere (il vestito lungo, il tipo che va a prendere a casa la tipa, la consegna del fiore) e importa un legame privato in un contesto sociale, abbozzando una forma ideale per la relazione.
The Loved Ones resta impegnato per la maggior parte del tempo nella demolizione delle fantasie sul ballo scolastico inteso come primo momento romantico per eccellenza, ma anche del modello di coppia implicito alle sue convenzioni. Brent e Holly, rappresentanti di una realistica storia adolescenziale, non possono andare al ballo insieme. Il migliore amico di Brent trascorre una serata terribile e pubblicamente imbarazzante con Mia, la ragazza dei suoi sogni – peraltro è lei, la fattona metallara, a ospitare la più perfetta incarnazione dell’amore ingombrante e tragico, “da film”. Princess infine riproduce l’evento in un ambiente maniacalmente controllato, in modo che le sue aspettative non abbiano una singola possibilità di restare deluse e finisce per riconoscere il suo vero principe orribilmente, dopo essersi coperta di sangue.
Qui da noi questi balli non si usano, ma sussistono comunque immagini ideali su come dovrebbero svolgersi i primi corteggiamenti, appuntamenti e esperimenti di coppia, su quello che si dovrebbe fare e provare. In generale, le ragazze sono portate a investire nell’amore romantico aspettative da un lato irrealistiche, dall’altro strutturate da un apparato normativo troppo preciso per non risultare un po’ inquietante. Nella versione horror di questo quadro, il famigerato Principe Azzurro è un maschio perfetto perché prevedibile, ligio ai rituali di un corteggiamento stilizzato al massimo, senza margini di creatività e movimento. In quanto controparte immaginaria e passiva, il Principe Azzurro è un ostaggio della fantasia. E a pensarlo così i motivi per non inchiodargli direttamente i piedi al pavimento vengono meno.

The Loved Ones è un film godibile, pieno di senso dell’umorismo e di piccoli momenti rivoltanti, senza sesso vero e proprio ma con qualche scena blandamente disgustosa anche in quel senso.
Gli attori mi sono parsi tutti bravi, anche se Xavier Samuel (Brent) non aveva troppo da fare e in casi come questi sono sempre i cattivi a spiccare. Robin McLeavy giganteggia nello spazio angusto della sua locazione, sbraitando, folleggiando e frignando con grande convinzione per sfoderare dalle parti del finale una repellente resistenza fisica. John Brumpton (Papà) accanto a lei funziona come il servitore gobbo del cattivo, e con questo intendo fare un complimento a entrambi.
Ottimo l’uso della colonna sonora e dei rumori in generale (in particolare penso al respiro del cane che raccorda e contrappone gli ultimi spicchi di libertà di Brent alla crisi delle speranze di Holly). Piacevoli le scene di violenza, non prive di un felice compiacimento torture porn, e le citazioni dai grandi classici.

A proposito di citazioni, come tanti altri dopo aver visto il film ho sospettato memorie più o meno sarcastiche di Bella in rosa, un film romantico popolarissimo negli anni ottanta. Bella in rosa racconta la storia di una ragazza che vorrebbe uscire con un tipo più ricco di lei e che, dopo mille disavventure, prende trionfalmente parte al ballo della scuola con un vestito tutto rosa. C’era pure James Spader, ancora intrappolato nel vischioso ruolo “ricco stronzo impersonato da James Spader” invece che nel vischioso ruolo “bizzarro pervertito impersonato da James Spader”.
Ho cercato in rete, ho trovato un’intervista a Byrne e ho scoperto che no, lui non pensava affatto a Bella in rosa. Pensava a Misery, Carrie, Dazed and Confused, Footloose, Texas Chainsaw Massacre, La casa, Henry: Portrait of a Serial Killer, Lynch, Noe, Haneke, Hughes, Walt Disney, Tarantino, David Fincher e Paul Thomas Anderson. Ma non a Bella in rosa.

Ad ogni modo, trailer alternativo per Bella in rosa:

Posted in Freudianate, Tortura e disgusto | Tagged , , , , , , | 16 Comments

Thirst

Thirst di Park Chan-wook, 2009

Qualcuno ha un’idea dei motivi per cui un film simile non sia passato al cinema l’anno scorso? Insomma, anche se vederli sul grande schermo mi avrebbe riempita di gioia non mi sono mai lagnata per il mancato arrivo in sala di film “eccentrici” come Behind the Mask: The Rise of Leslie Vernon o The House of the Devil. Se i distributori italiani non hanno fiducia in pezzi del genere, posso pure discordare ma intuisco le loro ragioni. Per spiegarmi l’assenza di Thirst invece non ho strumenti.
È una storia di vampiri uscita in un momento in cui i vampiri vanno come il pane; viene da un regista celebre, già autore di una trilogia acclamatissima ed estremamente popolare; è tratto da un grande romanzo europeo; è sofisticato senza essere noioso; il protagonista è un prete che scopa e beve sangue quindi si potrebbe montare qualcosa sul Vaticano che si oppone come per quel peplum su Ipazia; ha tutti gli strumenti per piacere tanto ai cinefili più puntigliosi quanto agli spettatori meno fissati.
I presupposti per una decorosissima performance al botteghino ci sono, o mi sbaglio? E se anche arrivasse in sala nel 2011, non sarebbe oggettivamente troppo tardi, quando tutti hanno già comprato il DVD su Internet per quattro soldi? Non sono domande retoriche, se qualcuno che ci capisce sul serio volesse condividere le sue congetture nei commenti sarebbe davvero un sollievo.
Thirst
, questo grande boh.

Trama: Il sacerdote cattolico Sang-hyun decide di fare da cavia umana per gli esperimenti su una malattia mortale che sta decimando troppi innocenti, esponendosi al contagio. Invece di morire, però, si salva: durante una trasfusione è venuto in contatto con un altro virus, che combatte e distrugge il primo tramutando l’ospite in un vampiro. Tornato in patria Sang-hyun si trova a dover gestire sia la nuova sete di sangue che la fama di santità e taumaturgia scaturita dalla sua “miracolosa” sopravvivenza all’infezione. In questo momento di angoscia spirituale Sang-hyun recupera fortuitamente i contatti con un amico di infanzia, il petulante e malaticcio Kang-woo e si innamora della moglie di lui, Tae-ju. Allevata insieme a Kang-woo dall’invadente madre di lui, costretta a condividerne la vita da malato in una casa casa scura e opprimente e poi a sposarlo, Tae-ju reprime da troppi anni una personalità sensuale e selvaggia. Coinvolti in una passione bruciante e distruttiva gli amanti uccidono Kang-woo annegandolo durante una gita al lago. Si troveranno a convivere con il rimorso, sotto lo sguardo astioso della madre paralizzata di lui, fino all’inevitabile collasso.

Thirst è liberamente ispirato al bellissimo, raggelante e per certi versi altamente orrorifico Thérèse Raquin. Si tratta di una versione molto fedele al testo di riferimento, che ne conserva i personaggi e l’intreccio principale. Raffrontata a quella del film, l’idea di Zola risulta più inquinata dal fondamentale romanticismo di Park Chan-wook che dall’intrusione apparentemente ardita del fantasy. La poesia e il sentimentalismo di Thirst, diversamente dalla sua indubbia crudeltà, sembrano incompatibili con la base naturalista della storia: il fatto di raccontarla ancora trova senso e spessore appunto nell’esito positivo di questo bizzarro connubio.

Zola descriveva l’egoismo come elemento inerente alla fisiologia umana e osservava con impassibile piglio scientifico la forma violenta assunta dal tratto in quegli esemplari – Teresa e Lorenzo – che lo portino in determinate condizioni ambientali e in associazione a un temperamento “nervoso”. Park Chan-wook introduce nel quadro diagnostico il vampirismo, un morbo contagioso che lungi dal corrompere anime immacolate funge da fattore scatenante per passioni distruttive già latenti nei caratteri che lo contraggono. La patologia quindi non smentisce la visione del romanzo sulla natura umana, ma inserisce nella storia un elemento tragico assai caro al regista sudcoreano: quello del Destino che si abbatte sull’uomo, lo perseguita e lo sottomette. Di fatto il virus interviene per sabotare un gesto estremo di affermazione della volontà e rigettare il protagonista nell’irresoluzione e nel conflitto.

In omaggio a queste intenzioni il pigro e prosaico Lorenzo di Zola, che si buttava sulla pittura e su un impiego borghese con la stessa indolenza salvo poi mutarsi in artista per effetto del rimorso tormentoso, si trasforma nel teso e dilaniato Sang-hyun.
Il crasso dongiovanni diventa un prete. Questo permette a Park Chan-Wook di usare l’ossessione cattolica per il sangue, protagonista del pasto eucaristico e delle cruente immagini di passione verso cui si canalizzano, all’inizio del film, le spinte autodistruttive di Sang-hyun. Soprattutto però gli consente di portare il tema del vampirismo entro un sistema di valori compatibile con l’opposizione tra morale e desiderio, etica e istinto. Opposizione incarnata, in modo prevedibile ma comunque efficace, nell’autoflagellazione regolarmente praticata Sang-hyun ed esplicitata nell’antisomatismo della preghiera che fa da sottofondo alle scene d’apertura (un coro di oranti implora Dio di mortificare, paralizzare, sfigurare e deprivare un corpo evidentemente indicato come ostacolo a superiori comprensioni).

Nel tormentoso scarto tra le ambizioni ascetiche di Sang-hyun e le petizioni del suo ego si fonda la frustrazione del personaggio, che è poi quanto lo lega a quello Tae-ju (Teresa Raquin). Sang-hyun e Tae-ju sono entrambi frustrati dalle pressioni di desideri che non vogliono (lui) o non possono (lei) esprimere e godere. L’urgenza di queste pulsioni, ovviamente non solo sessuali, si concretizza nel vampirismo con tutto quel che ne consegue: lui diventa un vampiro-tormentato, lei un vampiro-belva.
Con questo si può dire che il film accolga le due chiavi di lettura del mostro più tipiche, senza però presentarle in opposizione secondo una soluzione relativamente comune nelle vampirate contemporanee. Da Daybreakers a Twilight, da Underworld a True Blood, diversi rappresentati recenti del sottofilone si sono concentrati sul tema ricorrente “vampiri buoni contro vampiri cattivi”. Park Chan-wook, pur lasciando che  i suoi succhiasangue se le diano di santa ragione, sembra più interessato a ricavare il minimo comune denominatore delle due declinazioni del mito e lo identifica e nell’antichissima equazione tra vampirismo e avidità. Il virus moltiplica l’avidità umana come moltiplica la personalità sulla quale si innesta. Sang-hyun subisce il morbo come peso rincarato sui travagli di sempre, ne esce sfigurato in un ipocrita orrendo e torna al controverso desiderio di fine che ce l’ha presentato come soggetto ambiguo, aspirante martire santo o aspirante suicida e quindi peccatore. Tae-ju lo vive come liberazione di un’animalità fino a quel momento censurata, confinata nelle ore ribelli del sonno. Sleale e innocente come tutti i predatori naturali, si accaparra la miglior battuta del film: “Forse tu andrai all’Inferno, ma io no: non sono cattolica”.

Alla fine delle relazioni e istituzioni umane resta un ritratto accurato e vagamente imbarazzante, fatto di fantasie posticce, fanatismo delirante e indefessa fatica per procurarsi scuse e giustificazioni. Gli slanci passionali e i sogni di espiazione più che negati da questo sistema sembrano incastonati al suo interno, come prigionieri melanconici in attesa dell’esaurimento. A questo virtuoso miscuglio di cinismo e poesia corrisponde una ricchezza estetica per niente sorprendente in un autore come Park Chan-Wook, in grado di passare dalle atmosfere prosaiche in cui si consumano le piccolezze dell’umanità alla sorpresa fantasy dei vampiri volanti e volteggianti, con la stessa consapevolezza con cui profonde ironia nera, grida di tragedia, attacchi cruenti e ottime scene di sesso.
Il tema della vendetta, che ha reso celebre il regista, resta fortemente presente (anche per puro influsso del romanzo) nella viscida persecuzione del fantasma di Kang-woo e nell’astio – inesprimibile prima, trionfante dopo – di sua madre.

Probabilmente Thirst non ha le carte in regola per diventare un film veramente miliare, inaugurare una nuova era per la rappresentazione del mostro, farsi ricordare come la vampirata simbolo della sua generazione o roba simile. Lo ritengo comunque il miglior esemplare prodotto dal sottofilone da dieci anni a questa parte.

Posted in Bare vergini e dentacci, Mostri classici, Revenge | Tagged , , , , , | 5 Comments

Buona Camicia of the Dead 2

Avevo scritto una recensione veramente profonda su un film davvero importante e complesso ma purtroppo Leatherface me l’ha mangiata, così finalmente ho rifatto l’angolo di Maurizzio. Chi visitava il vecchio blog forse se ne ricorderà: si tratta di un elenco di luoghi comuni e frasi fatte sull’horror.

Chiunque voglia sottoporre a Maurizzio un nuovo luogo comune da aggiungere alla lista può proporlo nei commenti a qualunque post. Frasi, aforismi e sentenze prive di un certo qualunquismo verranno severamente respinti, tutto il resto sarà accolto bofonchiando stolidi versetti di approvazione.

A presto!

GORE GORE LINKS

Pagina Formspring.me di Maurizzio

Posted in Nerdate, Post che si autodistruggeranno | Tagged , | 24 Comments

Zombies Of Mass Destruction

Zombies Of Mass Destruction, di Kevin Hamedani, 2009

Inizia il contagio

George W. Bush aveva ragione: Saddam possedeva armi di distruzione di massa.
Da questo presupposto Kevin Hamedani imbastisce per la sua opera prima (rigorosamente low budget) una divertentissima commedia zombie (genere del momento) dai risvolti politico sociali al vetriolo.
Il bersaglio del primo attacco iracheno all’occidente è la piccola cittadina di Port Gamble, stereotipo della perfezione a stelle e strisce. Un idillio di serenità e volti sorridenti, dietro ognuno dei quali si annida l’anticamera dell’inferno.
Il film, pur non eccellendo dal punto di vista estetico (budget docet) si lascia guardare piacevolmente, sorretto da una robusta sceneggiatura e da una vena umoristica di ottimo livello.
E’ comunque la critica all’ordinamento socio-politico la vera forza della pellicola. Vengono attaccati tutti gli status symbol statunitensi: esercito, religione, società, politica e informazione.  A sferrare tale roboante offensiva un quartetto sui generis: gli eroi antieroi per antonomasia. Un gay (ed il suo compagno newyorkese), fuggito dal paesino per poter vivere liberamente la propria sessualità e ritornato in sede per fare outing  al cospetto della madre (bigotta). Una ragazza di origini iraniane, ma americana a tutti gli effetti, alle prese con pregiudizi e razzismo, che sfociano (dopo la contaminazione) in una vera e propria persecuzione antiterroristica. La preside remissiva e idealista alle prese con la campagna elettorale per il posto di sindaco occupato da un vecchio volpone della politica.  La scelta di personaggi che, normalmente, nella cinematografia made in USA non si elevano di certo al rango di eroe, costituisce uno degli aspetti più interessanti del film. I profili sono ben studiati e approfonditi, tanto che alla fine ci sembrerà di conoscerli da sempre. Interessante anche l’evoluzione della violenza  come mezzo di difesa e come strumento di consolidamento della propria personalità. Quasi un viaggio psicanalitico verso una, tanto agognata, liberazione finale. L’umorismo è nero come le acque dello stige. Divertente e spietato, mai pecoreccio o scontato. Da segnalare la fine della bambina salvata dagli zombi dalla ragazza iraniana, il metodo di redenzione gay del parroco del paesino (arancia meccanica al confronto è acqua fresca!) e la follia antiterroristica di un canadese (!) stile Guantanamo.
ZMD è una piacevole sorpresa. Non solo entertainment di grande spessore (Zombieland insegna), ma anche  un substrato su cui seminare considerazioni e pensieri e naturalmente tanto, ma tanto sangue. Vivamente consigliato.

3 galline e mezzo

Posted in zombi zombi zombi | 6 Comments

Zombie Women of Satan

Zombie Women of Satan, di Steve O’Brien e Warren Speed, 2009

Sicuramente esiste un’associazione più suicida a livello promozionale di quella tra la carne cruda e Zombie Women of Satan, sono io che ho poca fantasia e non riesco a immaginarla. Comunque ci sia arrivato – Tragica coincidenza? Perfido complotto vegetariano? Macellaio moroso? – l’opuscolo pubblicitario in foto era giustappunto dentro al DVD di Zombie Women of Satan. A suo modo mi è parso un ottimo inizio.

Trama: il cast di uno spettacolo di burlesque lascia la città per prendere parte a uno show in streaming su Internet. Peccato che lo studio sia proprio nel covo di una famiglia di psicopatici. Qui, sotto le mentite spoglie di una specie di rehab di campagna, una famiglia degenere imprigiona, drogandole, procaci ragazzotte tinte e tatuate che il patriarca usa occasionalmente per i suoi deliranti esperimenti sulla vita e sulla morte. Il clown e lanciatore di coltelli erotomane, lo strongman nano, il performer muto che si esibisce con una motosega, l’imbonitore vestito da cowboy, la pin-up scream queen e la cantante con le borchie si troveranno così a lottare contro una piccola orda di tettone zombificate. Riusciranno a sopravvivere e a salvare la sorella della cantante, protagonista della solita rocambolesca agnizione?

L’obiettivo era chiaramente quello di costruire un gioiellino demenziale e politicamente-scorretto a base di sangue, umorismo grassoccio e tette. Il sangue non convince più di tanto, un po’ perché l’esperimento si consuma in stretta economia, un po’ perché il pur intuibile sforzo estetico non conta su una creatività in grado di realizzarlo sul serio. L’umorismo, almeno per i miei gusti, è fallimentare: parolacce, battute sulle mestruazioni, il nano che fa una cacca molto grossa, cose di questo genere. Delle tette sinceramente non posso dire male. Zombie Women of Satan sostituisce al modello della pornostar atletica e levigata, sposato a suo tempo da Zombie Strippers, il più disomogeneo genere suicide girl in carne, tentando probabilmente di esportare nella relativa nicchia lo stesso discorso.

Non è divertente da guardare, però dà l’idea che girarlo sia stato uno spasso.

Con Zombie Women of Satan inauguriamo il nostro prestigioso sistema di valutazione “a stellette” per tutti coloro che si annoiano a leggere le recensioni. Voilà:

Una gallina

Posted in Glamorama, Nerdate, zombi zombi zombi | Tagged , | 7 Comments