INNO ALL’INDIPENDENZA

Circa un anno fa, feci della pubblicità (più o meno occulta) per Taxidrivers (come recita la tagline del magazine una: ”Rivista Indipendente di Cinema”) con cui avevo iniziato a collaborare come redattore e concept designer.
Vorrei rinnovare adesso quel consiglio per svariati motivi.
La rivista è cresciuta in maniera esponenziale, sia dal punto di vista estetico (mai stato modesto), che da quello dei contenuti.
Il caporedattore ed io abbiamo gli stessi gusti e siamo in perfetta sintonia, per cui la rivista sta prendendo una piega sempre più perrrverrsa e marcia…il che non guasta. Tanto per capirci nell’ultimo numero (adesso in edicola a Roma) ho scritto 3 articoli: La Horde, Mucha Sangre e Killer Pussy:Sexual parasite.
Questo numero è dedicato a Nicholas Winding Refn e alla sua trilogia di Pusher, c’è anche una simpatica intervista in cui il regista danese svela i suoi 10 film preferiti. Credo che alla nostra padrona di casa la cosa possa far piacere. Poi da questo mese c’è una grossa novità, la rivista è anche acquistabile da sola (a differenza del passato) e non con il dvd allegato alla “stratosferica” cifra di 1,20 euri. L’indipendenza è una cosa vitale nell’ambito editoriale, ma non la regala nessuno.
Consiglio a tutti i frequentatori del blog di recuperarne una copia. Fidatevi non ve ne pentirete, parola di Demone.

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The Horseman

The Horseman, di Steven Kastrissios, 2008

The Horseman è un thriller americano noto al popolo per aver dimostrato che il serial killer emo proprio non può funzionare. Oppure è un brutale revenge movie australiano del 2008, one man show del talentuoso esordiente Steven Kastrissios. Se non vi secca resterei sul secondo.

La storia ricorda parecchio Hardcore (1979), solo che il nostro eroe appartiene alla working class e si orienta più sull’approccio di Charles Bronson che su quello di George C. Scott.

Trama: La figlia di Christan muore di overdose e la polizia non riesce a capire con chi abbia passato le ultime ore della sua vita. Il padre si chiude nel suo dolore sino al giorno in cui riceve per posta un porno amatoriale che ha per protagonista la ragazza, coinvolta in una gang bang su un set da fare invidia per squallore  alla poetica di Roy Parsifal. Il tenore dell’opera solleva qualche dubbio sulla consapevolezza della protagonista, che appare palesemente disorientata e strafatta.
Armato solo di una cassetta degli attrezzi e di tanta creatività, Christian si mette sulle tracce di chiunque sia stato coinvolto nella produzione, deciso a vendicarsi degli sfruttatori della figlia. Negli intervalli tra un’esecuzione e l’altra, conosce una giovanissima autostoppista, incinta e sola, che risveglia il suo istinto di preoccupazione paterna. Finiranno entrambi per fare i conti con gente che della violenza ha fatto una professione.

Il problema fondamentale, con i Giustizieri, è che umanamente hanno ragione loro. È relativamente semplice respingere l’arcaica logica della faida quando la si consideri in astratto, come metodo, mentre disprezzare sul serio il Giustiziere – l’individuo, l’uomo comune, fin lì ligio alle regole e perfino mite – è un altro paio di maniche. Tifare apertamente Giustiziere, d’altra parte, è un po’ come ammettere in pubblico la propria disponibilità a nuclearizzare senza rimorsi un continente a caso pur di rifarsi dei torti inflitti ai pochi veramente conosciuti e duramente amati. Le storie di Giustizieri, se decentemente raccontate, funzionano sempre perché scatenano tensioni inconfessabili intorno al legame tra diritto e violenza.

Più in profondità, oltre l’empatia viscerale per il vindice, c’è il fascino ambiguo della giustizia punitiva da Deuteronomio, che da un lato spaventa e dall’altro ispira un oscuro desiderio di sicurezza. I Giustizieri hanno l’odore della tirannide, nella misura in cui raccontano l’esenzione di un certo soggetto da doveri e leggi relativi all’altrui vita e libertà, sia pure a fronte di uno stato di emergenza e in via del tutto eccezionale.
Anche a partire da queste considerazioni, il capostipite del genere, Il giustiziere della notte (Death Wish, 1974), è spesso stato liquidato come un panegirico populista dell’occhio per occhio. È molto che non rivedo il film ma, sebbene la prospettiva morale e politica di Winner sia piuttosto chiara, non mi pare gli si possa imputare una pedestre semplificazione apologetica. È interessante notare, per esempio, come il Giustiziere nasca da un fallimento (la sua potenza vendicativa si scatena a posteriori, quando l’innocente da proteggere è già bello che andato) e prosegua il proprio cammino nella frustrazione. In Il giustiziere della notte 2, la figlia del personaggio di Charles Bronson viene stuprata una seconda volta a dispetto di tutto il sangue versato dal padre nel primo capitolo. Kersey rimette mano alla pistola e consuma l’ennesima vendetta. La ragazza però è morta suicida, la strage è liberatoria ma anche sterile come non mai. Nei sequel ulteriori, via via più stanchi, gli affetti e gli amici di Kersey continueranno a cadergli intorno come mosche condannando questa gloriosa icona a un comico effetto Jessica Fletcher, tuttavia si può dire che un certo quoziente di fallimentarità abbia sempre fatto parte del personaggio.

The Horseman, che per certi versi sembra instaurare un dialogo diretto con Il giustiziere della notte, spinge particolarmente sull’impotenza del Giustiziere. La violenza sul soggetto da difendere – reincarnato nel personaggio di Alice – viene reiterata, riproducendo il percorso fatalistico che la saga di Winner articolava in due capitoli. Christian inoltre viene fisicamente immobilizzato e sottoposto a tormenti che incarnano l’impossibilità di agire il compito protettivo di cui si sente investito come genitore, più precisamente come padre di una donna molto giovane, molto indifesa e minacciata sessualmente. Secondo la stessa logica, il fatto che le azioni di Christian siano indirettamente responsabili del pericolo corso da Alice rispecchia le sue possibili mancanze nei confronti della figlia o almeno il suo senso di colpa. La ragazza compare nei ricordi paterni come era durante l’infanzia, ma la relazione che aveva con lui da adulta, da tossicomane, prima di apparire in Young City Sluts 2, deve essere stata meno idilliaca. Se Paul Kersey era certamente descritto come il padre-e-marito ideale, Christian potrebbe avere qualcosa da rimproverarsi.
La parte finale di The Horseman è appunto costituita da una lunga e dolorosa concretizzazione del trauma, che passa dalla psiche al corpo e si ripercuote perfino sul modo di ammazzare di Christian, da sistematico compito per uno sterminatore più interessato alla soppressione dei parassiti che alla verità, con tanto di elementi di ritualità (il coltellino), a lotta elementare per la pellaccia e per la prole di scorta. La semplicità – se vogliamo anche la primitività – del quadro è abbastanza violenta da far scivolare in secondo piano gli elementi che ne insidiando la verosimiglianza.

Il realismo non appartiene alla trama di The Horseman, abbonante di topoi smaccati e giustizia poetica: il casuale incontro con la ragazzina sbandata, i pornografi demoniaci, il poliziotto corrotto, il ribaltamento dei ruoli e la sfilata di contrappassi, la doppia redenzione (rispetto alla teenager da salvare e rispetto alla legge); piuttosto è dato dalle scelte estetiche, che arruolano colori lividi di buona maniera e un efficiente effetto verità per le riprese, dall’uso parsimonioso della colonna sonora e soprattutto dalle scene di tortura e da quelle di lotta. Le prime, senza condividere l’interesse dell’horror di ultima generazione per il dettaglio in primo piano, lasciano molto lavoro alla sinergia tra l’immaginazione di chi guarda e la prestazione degli attori. Le seconde sono particolarmente impressionanti per diversi motivi. Come nota questa bella recensione trovata sul web, le botte di The Horseman devono molto del loro fascino al fatto che i contendenti siano spesso stremati, sanguinanti e sudati mentre se le danno. Questo è sicuramente vero, ma penso colpiscano anche perché partecipi del complesso rapporto di questo film con il realismo. Se i faticosi gesti di Christian sono indubbiamente naturali e credibili, lo stesso non si può dire dell’idea che un uomo di quarantaquattro anni (che non sia Schwarzy di Commando) riesca ad atterrare un bel po’ di trentenni palestrati.

Il fascino di The Horseman potrebbe stare proprio nell’applicazione di uno stile associabile al realismo (come umore ha qualcosa in comune con certo cinema inglese socialmente impegnato, virato al nero nel vetusto Henry: Portrait of a Serial Killer, ma anche in film come il coetaneo Tony) sull’aggiornamento di un plot tragico smaccatamente cinematografico.

Nel complesso è un buon film. Considero il power-playing del personaggio principale più un classico del genere che un difetto vero e proprio, mentre ho accettato con qualche insofferenza alcuni dei momenti-lacrima. Purtroppo, malgrado un forte sforzo per restare dignitoso e in un certo senso anche pudico, The Horseman resta facile preda di un plot fondato sul più atroce degli strazi e cede ogni tanto alle lusinghe del melodramma (l’autolesionismo, i filmini che bravo ma basta, e così via). A me questa cosa proprio non piace, però presumo che non darà altrettanto fastidio a chi ha una diversa collezione di idiosincrasie.
Kastrissios è un talento e si è mosso bene in un filone insidioso.
Gli attori sono bravi tutti, ma il protagonista – l’affascinante Peter Marshall, coi suoi denti naturali e la sua nobile testa, una versione più spessa di Ben Gazzarra da giovane – offre un’interpretazione davvero emozionante. Spero di rivederlo in giro più spesso.

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Diventare come l’alieno

Avatar, Aliens e Predator (ma non Predators)

Potrebbero seguire spoiler.

Questa vignetta dice il vero su Avatar e Aliens. Non saranno lo stesso film, ma sono entrambi leggibili come storie americane di frontiera e incubi sull’esito disastroso o sulla deriva corrotta del destino manifesto.

Il plot si base è simile: gli umani vanno a zonzo per lo spazio con fini controversi e, malgrado la presenza di Sigourney Weaver, vengono pestati da alcuni alieni cattivissimi, oppure gli umani vanno a zonzo per lo spazio con fini controversi e, malgrado la presenza di Sigourney Weaver, pestano alcuni alieni buonissimi ma mal gliene incoglie.

In entrambi i casi sono ospiti indesiderati, invasori o coloni in un territorio imperscrutabile che li respinge. Sbarcano tirandosela da grandi predatori in grado di passare alle brutte maniere quando e come gli pare, ma in effetti il loro accesso alla forza bruta è condizionato dal supporto della tecnologia, presentata come fondamento della civiltà umana ed epicentro della sua cultura.
Peraltro finiscono sempre per scontrarsi contro organismi fisicamente più adatti alla predazione. Gli alieni di Aliens sono la macchina di morte definitiva: non scannano le altre forme di vita solo strapazzandole con le code, tagliuzzandole con gli artigli e masticandole con il doppio set di zanne, ma anche mentre nascono e perfino quando sanguinano. Gli Alieni di Avatar saranno pure fricchettoni, ma intanto hanno caratteristiche predatorie più spiccate rispetto ai nemici: sono più grossi, più agili e meglio piazzati sulla catena alimentare, a giudicare dagli occhi e dai denti da carnivoro. Se il primo incontro tra Sully e Neytiri illustra il classico confronto cacciatore rispettoso di un sistema di cui si sente parte VS allevatore che se ne ritiene padrone, chiarisce pure che il ringhioso, caudato Na’vi è fisicamente più adatto dell’umano a fare i bozzi al prossimo suo.

Avatar è certo un film più “buonista” nella rappresentazione dell’altro. Francamente io non lo trovo poi così  corretto, vista la gestione dei temi “purezza della selvaggia età dell’oro” e “eletto biondo guida alla vittoria gli indigeni” (non voglio criticarlo per questo, non mi interessa nemmeno tanto parlarne, dico solo che se un giorno dovessi sentire l’incoercibile bisogno di assumere una lezione anticolonialista preferirei rivolgermi a Queimada, ecco tutto). Comunque, gli alieni sono sicuramente i buoni e la loro società è complessa, raffinata e non geneticamente ostile. Il pianeta resta tuttavia “nemico” dell’umanità in quanto ambiente costituzionalmente inadatto a ospitarla. Su Pandora gli umani diventano gnomi ignoranti e sprovvisti dell’appendice che serve a connettersi con il resto del cosmo, letteralmente incapaci perfino di respirare. I Na’vi, dal canto loro, non sono belve nel senso in cui lo erano gli Xenomorfi, però (o perciò) non riconoscono alcuna antitesi tra civiltà e natura. E con la natura di Pandora gli umani non hanno niente a che fare, punto, al massimo posso ambire a farsi guardare dai Na’vi con il miscuglio di sconcerto e sprezzante indulgenza di un ecologista costretto a parcheggiare davanti a McDonald’s.

Gli eroi umani dei film, Sully e Ripley, sono modelli di integrità marziale, figure positive ma non pacifiste. Soldati idealisti che, al pari dei commilitoni che finiranno per sceglierli come sodali e leader, sono disposti a combattere, ma restano fedeli alla causa invece di limitarsi a eseguire gli ordini aggrappati a una linea difensiva da Norimberga.
Tutti e due riescono a raggiungere l’obiettivo perché si emancipano dalla posizione dominante nelle fila dei loro cospecifici, in entrambi i casi dettata dagli interessi della Perversa Corporation Inc.. Tutti e due, chi pro e chi contro gli alieni, “ritornano” a un atteggiamento di naturale saggezza retrocedendo dalla convinzione che presto o tardi si troverà un modo per assoggettare questa roba selvatica e farne fonte di lucro.

Prendiamo il caso di Aliens. Il fatto che Burke sia antipatico e immorale non vuol dire che abbia torto. Io per esempio sono convinta quanto lui che un minimo di creatività umana basterebbe per importare lo Xenomorfo, vivisezionarlo per un po’ e poi piazzarlo sul mercato come arma. Il punto è che Ripley non vuole saperne: non le interessano le melliflue raffinatezze umane, lei pensa all’alieno come alla “bestia che sta tentando di farla secca”, e la cosa è sicuramente reciproca. Ripley e lo Xenomorfo non condividono una mentalità, ma una disposizione d’animo sì. La simmetria tra l’eroina e la leader dei mostri diventa evidentissima nel celebre duello tra madri, ma prima ancora di essere accomunate dall’istinto di protezione della prole queste due tipe sono legate da un’adesione categorica e ferina al vecchio “mors tua vita mea”.
Completato il processo di trasformazione in Na’vi, anche Sully non vede più niente di interessante nei “blue jeans”, i suoi valori e i suoi desideri divergono definitivamente da quelli dell’autorità umana, che a quel punto gli sembra semplicemente avida, decadente, marcia.
L’atteggiamento di Ripley, superficialmente, potrebbe ricordare quello del Colonnello Quartrich (ammazziamoli e basta). Sotto sotto credo sia più simile a quello di Sully perché deriva dal fatto che Ripley è capace di inquadrare lo Xenomorfo in un corretto quadro etologico. Come Sully, Ellen ha fatto esperienze che gli altri umani non condividono, come Sully, è l’unica a conoscere e capire veramente gli alieni, come Sully, ha qualcosa in comune con loro. Il successivo svolgimento della saga si orienterà in modo scoperto sullo sviluppo di questa traccia, ma la cosa ha la sua evidenza anche se si resta all’interno dell’episodio di Cameron.

Il rapporto tra questi eroi umani e gli alieni è molto stretto e totalizzante, è in primo luogo mentale ma non manca di un risvolto fisico, con l’ordalia atletica di Aliens e con l’inedita esperienza sensoriale di Avatar. Se Ripley, potenziata da un super-corpo meccanico che la mette all’altezza dell’anatomia insettiode, sì, ma pure perturbantemente metallica dello Xenomorfo, diventa equivalente all’aliena mollando i condizionamenti culturali per disseppellire l’istinto, Sully, incarnato in un super-corpo organico a forma di Na’vi per battersi contro un sosia di Chip Hazard maggiorato dall’esoschletro da guerra, impara a pensare come un Alieno attraverso l’educazione.
I processi sono quasi opposti (ritorno all’inimicizia primaria contro formazione alla difesa di un mondo fisico e spirituale) ma in ogni caso l’eroe umano porta a casa la pelle e protegge i suoi affetti adottando un prospettiva non-umana. Anzi, in un certo senso proprio anti-umana, visto che entrambi i film bene o male rappresentano la specie attraverso pochi tratti salienti: dipendenza dalla tecnologia, imperialismo e militarismo, con maggiore benché relativa simpatia per le propaggini di coraggio e cameratismo associabili all’ultimo.

L’idea che Avatar e Aliens siano lo stesso film funziona a livello di battuta, però  l’avventura digitale su Pandora ha dato modo a Cameron di muoversi su soggetti e archetipi molto familiari alla sua poetica. “Diventare l’alieno” è uno di questi. Detesto dal profondo del cuore alcuni aspetti di Avatar, ma il film nel suo complesso conferma la mia antica ammirazione per questo straordinario autore con la spettacolarità nel sangue. Resta il mistero dello sconcertante Titanic, che forse mi sembra tanto imperscrutabile perché cita cose che non so o dibatte qualche questione che ignoro. Immagino che potranno occuparsene i posteri.

Predator e Alien hanno diverse cose in comune, a cominciare dell’esistenza di un sequel con il titolo al plurale e da un tot di bizzarre avventure in comune.
Nel primo, splendido, Predator, c’è coscienza del fatto che la civiltà umana (particolarmente quella americana, che al solito ne costituisce il campione) non sia estranea a comportamenti violenti e lati oscuri. Manca però il senso di colpa, rimpiazzato da una prosaica constatazione dello stato delle cose.
L’alieno è ancora l’invasore, come ai tempi delle vecchie navicelle, ma nemmeno i duri dei corpi speciali capeggiati dal granitico Dutch sono a casa loro.  A dispetto del fatto che viene da un altro pianeta, il Predatore sfoggia una spiazzante adesione da guerrigliero al territorio.
Questo mostro deve il suo fascino all’impianto di una netta superiorità tecnologica su caratteristiche vagamente identificabili come “tribali”. Dunque si fa forte dello sleale vantaggio di equipaggiamento che i film di Cameron associano alla civiltà umana, e in più si trova anche a suo agio in una giungla inospitale, sfoggia un’acconciatura esotica e colleziona ritualmente macabri trofei venatori. Arriva – si presume – da una società che sforna gadget spaziali degni dei sogni di un trekker ma non ha mai smesso di premiare il cacciatore più forte. Mischiandoli, il Predatore sovverte almeno due popolari stereotipi legati alla rappresentazione dell’alterità aliena: spietato cervellone che si bulla di un’avanzata tecnologia marziale e super-corpo preurbano temprato dal contatto con la natura ostile.

Ma veniamo al dunque. Come si ammazza il Predatore?
Si tratta ancora di portarsi al livello della Cosa, solo che qui l’eroe raggiunge il risultato con una strategia inversa a quella di Ripley. Lei compensava l’inferiorità fisica attraverso un industrioso ricorso alle armi convenzionali o improvvisate, Dutch invece annulla la distanza tecnologica e lascia al meraviglioso corpo di Arnold Schwarzenegger il compito di vedersela con quello parimenti nerboruto, equivalente, dello smascherato Mostro Schifoso.

Pensando a quegli ultimi minuti di wrestling hardcore fra pari, viene spontaneo riflettere sull’introduzione di una sottorazza di Mostri Schifosi “ancora più grossi”, vista nel recente Predators e forse desunta dallo sviluppo che la saga della creatura ha conosciuto nei videogiochi e nei fumetti. Questa versione gigantesca si distingue dall’inclito predecessore per due motivi. Primo: non deve fare il culo al massiccio, protettivo eppur celibe (come Ripley con Hicks) Arnold, ma al longilineo e palesemente infatuato (di una ragazza sempre meno scream queen) Adrien Brody. Secondo: è un granchio-ragno-schifoso anche lui, ma con la mascella più squadrata. Andiamo, – dice quella mascella – lo so che Brody non è debitamente fisicato, ma contro di me nemmeno il vecchio Arnold avrebbe avuto speranze!

L’equivalenza all’alieno, in Predators, non è la destinazione da raggiungere, la tappa finale di una lotta per la sopravvivenza. È invece il punto di partenza, la strada per la vittoria passa dal suo superamento. Un manipolo di killer paragonabili per sanguinarietà all’alieno viene decimato finché il leader del gruppo, quello che sembrava il più simile al Mostro Schifoso, non fa una scelta ben poco mostruosa, sposando l’integrità e la cooperazione, e forse – ma ribadisco il forse – perfino la famiglia tradizionale o almeno la coppia come cellula virtualmente capace di perpetuare la specie umana.

Predators è ovviamente l’opposto di Avatar, ma si stacca anche da film come Aliens e perfino dallo stesso Predator. È una storia di confronto interplanetario che, contro la critica di Cameron e contro la cinica neutralità del suo predecessore, individua nei terrestri – fosse anche sul fondo della loro anima nera – valori comunemente descritti come “umani”. In Predators, pur senza tante fanfare e contro quanto suggerito dal titolo e dalla campagna promozionale, sono questi valori a risparmiare Adrien Brody dalle smanie di collezionismo dei bracconieri extraterrestri.

GORE GORE PUPPIES

A casa delle zie svampite, come dovreste sapere sin dall’infanzia, non c’è verso di zompare il temuto momento foto degli animaletti.

Questi sono i cani da caccia dei Mostri Schifosi, che li mandano in avanguardia suicida senza seguirli, non si capisce bene a che scopo.
I Predator Hounds sono forti e molto coraggiosi, con la pellaccia dura, adorano l’odore di mercenario morto al mattino e non lasciano peli sui cappotti.
Purtroppo siamo in un simil-horror, quindi valgono le regole già collaudate con gli omologhi terrestri: purè di cane da tutte le parti, ponte dell’arcobaleno e avanti il prossimo.
La Fondazione Henenlotter rileva una lieve somiglianza con il prossimo cucciolo.

Eccolo qui, il Thanator o Palulukan, il più massiccio giga-carnivoro da terra di tutta Pandora. Come molte altre creature del film sembra uscito dal manuale dei mostri di Dungeons and Dragons ed è stato ideato da Cameron in persona.
Il Thanator è protagonista di una scena che ricorda da vicino Ripley nell’elevatore contro lo Xenomorfo. A confronto con questa superba forma di vita vediamo il viscido Quartrich, protetto da un corpo meccanico che – significativamente – non è più arma improvvisata ma un vero e proprio mezzo da guerra. Successivamente, Quartrich ne fa uso anche per battersi contro l’avatar di Sully.
Nemmeno il Thanator è peloso.

Il famoso gatto Jones si distingue dagli altri due per il fatto di essere peloso e di costituire un’illustre eccezione alla regola dell’animale domestico. Non solo è sopravvissuto a Ridley Scott ma è ricomparso perfino nel sequel di Cameron, in ottima forma e di buon appetito.
Il ruolo di questo gatto nel primo Alien è molto discusso. Secondo alcune interpretazioni il salvataggio finale di Jonesy sarebbe un indizio dell’istinto materno di Ripley, successivamente evidente per tale in Cameron grazie alla relazione con Newt; altre letture vedono l’attaccamento del personaggio della Weawer al suo gatto come un tratto sessista.
Io penso sia simbolo del fatto che Ripley non è una stronza. Ripley risponde a un modello di eroe molto classico, forte e se necessario violento come si addice a un guerriero, ma anche protettivo e soprattutto affidabile. Vederlamettere in salvo il gatto ci rassicura sul fatto che questa tipa è veramente quello che sembra: un eroina fino in fondo, qualcuno su cui si può contare e che si può ammirare senza riserve prendendosi una pausa dal cinismo.
Jones, come succede quasi sempre,  è stato interpretato da diversi gatti.

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Articoli divertenti in rete

Forse era meglio twitterarla (se si dice così) questa roba, ma dal momento che ho cominciato l’altro ieri a usare l’account e dubito seriamente che qualcuno se lo caghi ho preferito un post per segnalare alcuni articoli particolarmente divertenti trovati in rete.

Vincent Price and Me: Imagining the Queer Male Diva
di Harry M. Benshoff

Un articolo breve, piacevole e quasi autobiografico su Vincent Price come prototipo di divismo queer. Mi è piaciuto anche perché ha dato un volto umano (simpatico) a un tipo di cui avevo già letto e apprezzato un libro, tale Harry Benshoff, grande appassionato di horror che ha fatto della rappresentazione delle lesbiche e dei gay al cinema il suo principale oggetto di indagine accademica. L’articolo è ospitato sul sito di Camera Obscura: Feminism, Culture, and Media Studies. Purtroppo, almeno per quanto riguarda l’horror, sembra anche essere l’unico disponibile in versione free, ma forse non ho fatto una ricerca abbastanza approfondita.
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The Final Girl: A Few Thoughts on Feminism and Horror
di Donato Totaro

Letto qualcosa in rete sulle recenti polemiche innescate da The Last Exorcism, mi è tornato in mente questo bellissimo e condivisibile articolo di Donato Totaro, che si confronta con la tradizione femminista di esplorazione dell’horror (fra gli altri Creed, Clover e Pinedo) proponendo agli studi il campo scarsamente esplorato del cinema europeo, con il suo considerevole distacco dai modelli americani che se la comandano in saggistica. Grande la citazione del cult sadomaso Femina Ridens, noto ai più per la bellissima scenografia e per il quale presto o – più verosimilmente – tardi farò post a parte.
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Martyrs: Evoking France’s Cinematic and Historical Past
di Donato Totaro

Seguendo le tracce di Totaro, sono arrivata a questo articolo che mette in relazione due dei miei film preferiti: Occhi senza volto di Franju e Martyrs di  Laugier. Mi ha colpito parecchio il fatto che, subito dopo aver visto Martyrs al cinema anche io lo avevo associato al lavoro di Franju, anche se per ragioni diverse, pensando a un altro suo film (Le sang des bêtes) e in modo meno raffinato, attraverso l’elemento facilmente rintracciabile della banalità del male. Io continuo a credere che l’iconografia religiosa e la pornografia della morte in Internet siano i principali responsabili del contenuto estetico di Martyrs, ma la proposta di Totaro su Georges Franju e sulle femmes tondues, tristemente note anche alla storia italiana, mi sembra veramente persuasiva. Più in generale, l’apparato iconografico associato all’articolo depone a favore delle sue ricche e complesse conclusioni.
Link >>

Edit:
A proposito di twitter, questo sconosciuto, se qualcuno ha da consigliarmi cose interessanti (e possibilmente schifose, ovvio) da seguire mi fa un piacere.

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Bronson

Bronson di Nicolas Winding Refn, 2009

Cercando recensioni di Valhalla Rising, che mi era piaciuto parecchio, ho scoperto che Nicholas Winding Refn sta abbastanza sulle palle alla critica. Credo sia considerato il prototipo del regista per nerd: truculento, smargiasso, estetizzante, cinefilo, eccetera. Io non riesco a restare indifferente alla bellezza delle sue visioni e nulla potrebbe interessarmi meno del presunto paraculismo di cui lo si taccia, perciò ho deciso di seguirlo a cominciare dal famoso Bronson.
Premetto subito di preferire il bruto inglese all’eroe epico svervegese. Bronson non nutre le stesse pretese di Valhalla Rising, ma neppure lascia aperte le riserve che annotavo a suo tempo per la vichingata metafisica. È un lavoro più facile, ma anche veramente impeccabile.
A prescindere dalle questioni di gusto, direi che il confronto tra Bronson e Valhalla attesta la capacità di Refn di parlare diverse lingue, usando spesso stilemi derivati da autoroni titanici e mostri sacri per sviluppare soggetti che, complice un persistente interesse per la violenza, potrebbero invece appartenere al “cinema di genere”. Il prodotto finale ne esce molto riconoscibile e compatto, giacché all’interesse per un cinema spettacolare e ricco di suggestioni cinefile mancano il piglio anarchico e il gusto dotto per la contaminazione tra i generi e gli stili.

Trama: Michael non è nato nel terribile panorama di traumi, infanzia difficile, abusi, alcolismo e white trash che piace un sacco ai biografi dei criminali. È venuto su in un’ordinata famiglia borghese con tanto di mamma iperprotettiva e ha sempre desiderato essere famoso. Seguendo il suo incredibile talento per la distribuzione di mazzate, incontrerà in galera la vocazione in grado di elevarlo all’agognato rango di celebrità e, con il nome d’arte di “Charles Bronson”, diventerà “il detenuto più violento d’Inghilterra”.

Refn lascia da parte sia l’indignazione di chiunque preferisca pensare al problema “Charles Bronson” dal punto di vista di chi si è trovato sotto le sue nocche, sia la pur fattibile provocazione del rileggerlo come antieroe irriducibile. Non riserva nessuna empatia a chi le ha prese – che si tratti di Bronson o dei suoi avversari in uniforme – e in generale scarta toni e argomenti tradizionalmente cari al prison movie. Suo fondamentale oggetto di interesse sono gli elementi e i processi che hanno determinano la trasformazione di un gran brutto ceffo da carcerato violento a personaggio pubblico, perciò prima di tutto si cimenta in uno studio sul suo carisma.

Materiale ce n’è parecchio.
Per esempio si può partire dalle potenzialità iconiche del personaggio. Occhialetti d’oro, pelata, baffo vintage, deltoidi sovrasviluppati da strongman degli anni venti: sembra progettato apposta per ricoprire il ruolo di anfitrione/imbonitore nel vaudeville dell’ultraviolenza. Invece non si tratta di una scelta estetica nativa del film. L’immagine di Hardy è fedelmente ricalcata su quella del vero Bronson, praticamente il Charles Atlas dei galeotti. Maniaco del fitness e sempre pronto a farsi fotografare in pose da culturista, il detenuto più pericoloso della Gran Bretagna ha perfino scritto un manuale di esercizi da eseguire soli e in spazi ridotti (non mi meraviglierebbe scoprire che Tom Hardy l’ha usato per prepararsi). La copiosa produzione letteraria di Bronson non è peraltro limitata al fitness per solitari: include poesia, autobiografie e libri di denuncia sulle rudezze del sistema carcerario, mentre i suoi contorti disegni, oggettivamente graziosi, hanno destato molta curiosità e raccolto qualche plauso nonché – ma questo a onor del vero dopo il film – ispirato la linea di abbigliamento sportivo Bronsonwear.
Un’occhiata superficiale a freebronson.co.uk (sito presente nella wayback machine di archive.org dal 2005, senza essere il primo sito ufficiale del galeotto) è sufficiente a notare che la retorica simpatizzante intorno al personaggio ama attribuirgli un contorto senso dell’onore guerresco (“Charlie non ha mai ucciso nessuno e non mai alzato un dito una donna o su un bambino”) e magnificare la straordinaria resistenza di un individuo capace di preservare creatività e autodisciplina in condizioni drammaticamente povere di stimoli e interazione umana.
Questo Bronson può oggettivamente vantare parecchie caratteristiche tipiche della superstar standard: intemperanza pazzoide, immagine altamente riconoscibile con picchi di vero e proprio dandysmo, talento artistico, eclettismo, moralità alternativa, antagonismo permanente. È interessante anche il fatto che non si tratti di un Robin Hood o di un qualsiasi altro archetipo interattivo del fuorilegge affascinante. Le sue gesta, per la gran parte interne al microcosmo carcerario, possono effettivamente suggerire il solipsismo dipinto dal film di Refn.

Ora, il fatto che questo tipaccio sia riuscito a ritagliarsi un posticino al sole nell’immaginazione del pubblico può dar luogo a riflessioni sensate quanto prevedibili sul genere società lo ha generato da una parte, incamerato come fenomeno mediatico dall’altra. Preso così, come esercizio di satira pseudosociologica, Bronson sarebbe effettivamente deboluccio.
Piuttosto trovo stimolante la scelta di assecondare l’egocentrismo e lo smodato desiderio di autobiografia del protagonista, proponendo l’idea del criminale-performer e della sua storia stessa come azione artistica. E allora ci stanno bene gli svarioni kubrickiani, l’uso della musica, le camere che si allontanano dai tableaux vivants o che ci si muovono intorno, le locazioni perfette come quinte. Ma hanno senso anche elementi più personali, eccedenti il recinto del commento affidato all’allusione cinefila, tipo i flashback che selezionano i ricordi di Bronson nell’ottica maniacale della prefigurazione e della provvidenzialità, la claque di soggettoni, drag queen e svampite fatali in grado di riconoscere e integrare Bronson in quanto artista e potenziale superstar, il maestro di disegno che funziona come caricatura del talent scout infido, il manager eccentrico e lungimirante che scopre il nome d’arte giusto e, non ultimo, il palco su cui Charlie Bronson si improvvisa presentatore dello spettacolo e spacciatore del proprio mito.
La pseudo-biografia, o finta autobiografia, funziona grazie allo stoicismo con cui si resiste alla tentazione di dare a Bronson un’anima, evitando di indagare in profondità i suoi sentimenti anche al cospetto di tratti rari ma non definitivamente anomali come l’adesione naturale a un ambiente ostile e costrittivo. Per tutto il tempo, il personaggio resta un’allucinazione narcisistica rinchiusa negli estremi tra la sete di celebrità e l’incapacità aliena di adattarsi ai contesti che l’umano medio si sente nato per abitare. Con la stessa protervia, Refn scarta sistematicamente anche ogni possibilità di realismo, costruendo un film artificioso dalla testa ai piedi, dalla strategia narrativa alla qualità delle luci.

Chiudo col capitolo Tom “il nuovo Mad Max” Hardy.
Dovete sapere che Tom Hardy è un ragazzo bellino, ma così bellino che avrebbe potuto mettersi lì tranquillo a gufare la morte di Robert Pattinson (è noto che le sue fan tentano regolarmente di ucciderlo) o entrare nel cast di True Blood per ritagliarsi una nicchia nel reparto divi ormonali. Invece a quanto pare si è messo sotto ed è diventato uno di quegli attori super-formati in grado di fare più o meno tutto: cantare, imitare, ballare, recitare, ma anche quelle cose che impressionano gli snob, tipo dimagrire, ingrassare e pomparsi in palestra. Tom Hardy mi sta abbastanza simpatico.
In Bronson offre l’interpretazione istrionica e gigiona richiesta dalle circostanze: da una parte ti strappa ammirazione, dall’altra ti irrita. Avvantaggiato da una voce pazzesca e da una presenza ingombrante, rispetta il profilo monomaniacale e a-moralizzato del suo personaggio, lo farcisce di sconclusionato carisma e onora il veto severissimo sull’omissione della sua esperienza umana. Se del rientro in famiglia e delle delusioni d’amore, al massimo, è permesso fare una gag, Hardy tira fuori il senso dell’umorismo e se la cava benissimo.

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