Avatar, Aliens e Predator (ma non Predators)
Potrebbero seguire spoiler.
Questa vignetta dice il vero su Avatar e Aliens. Non saranno lo stesso film, ma sono entrambi leggibili come storie americane di frontiera e incubi sull’esito disastroso o sulla deriva corrotta del destino manifesto.
Il plot si base è simile: gli umani vanno a zonzo per lo spazio con fini controversi e, malgrado la presenza di Sigourney Weaver, vengono pestati da alcuni alieni cattivissimi, oppure gli umani vanno a zonzo per lo spazio con fini controversi e, malgrado la presenza di Sigourney Weaver, pestano alcuni alieni buonissimi ma mal gliene incoglie.
In entrambi i casi sono ospiti indesiderati, invasori o coloni in un territorio imperscrutabile che li respinge. Sbarcano tirandosela da grandi predatori in grado di passare alle brutte maniere quando e come gli pare, ma in effetti il loro accesso alla forza bruta è condizionato dal supporto della tecnologia, presentata come fondamento della civiltà umana ed epicentro della sua cultura.
Peraltro finiscono sempre per scontrarsi contro organismi fisicamente più adatti alla predazione. Gli alieni di Aliens sono la macchina di morte definitiva: non scannano le altre forme di vita solo strapazzandole con le code, tagliuzzandole con gli artigli e masticandole con il doppio set di zanne, ma anche mentre nascono e perfino quando sanguinano. Gli Alieni di Avatar saranno pure fricchettoni, ma intanto hanno caratteristiche predatorie più spiccate rispetto ai nemici: sono più grossi, più agili e meglio piazzati sulla catena alimentare, a giudicare dagli occhi e dai denti da carnivoro. Se il primo incontro tra Sully e Neytiri illustra il classico confronto cacciatore rispettoso di un sistema di cui si sente parte VS allevatore che se ne ritiene padrone, chiarisce pure che il ringhioso, caudato Na’vi è fisicamente più adatto dell’umano a fare i bozzi al prossimo suo.
Avatar è certo un film più “buonista” nella rappresentazione dell’altro. Francamente io non lo trovo poi così corretto, vista la gestione dei temi “purezza della selvaggia età dell’oro” e “eletto biondo guida alla vittoria gli indigeni” (non voglio criticarlo per questo, non mi interessa nemmeno tanto parlarne, dico solo che se un giorno dovessi sentire l’incoercibile bisogno di assumere una lezione anticolonialista preferirei rivolgermi a Queimada, ecco tutto). Comunque, gli alieni sono sicuramente i buoni e la loro società è complessa, raffinata e non geneticamente ostile. Il pianeta resta tuttavia “nemico” dell’umanità in quanto ambiente costituzionalmente inadatto a ospitarla. Su Pandora gli umani diventano gnomi ignoranti e sprovvisti dell’appendice che serve a connettersi con il resto del cosmo, letteralmente incapaci perfino di respirare. I Na’vi, dal canto loro, non sono belve nel senso in cui lo erano gli Xenomorfi, però (o perciò) non riconoscono alcuna antitesi tra civiltà e natura. E con la natura di Pandora gli umani non hanno niente a che fare, punto, al massimo posso ambire a farsi guardare dai Na’vi con il miscuglio di sconcerto e sprezzante indulgenza di un ecologista costretto a parcheggiare davanti a McDonald’s.

Gli eroi umani dei film, Sully e Ripley, sono modelli di integrità marziale, figure positive ma non pacifiste. Soldati idealisti che, al pari dei commilitoni che finiranno per sceglierli come sodali e leader, sono disposti a combattere, ma restano fedeli alla causa invece di limitarsi a eseguire gli ordini aggrappati a una linea difensiva da Norimberga.
Tutti e due riescono a raggiungere l’obiettivo perché si emancipano dalla posizione dominante nelle fila dei loro cospecifici, in entrambi i casi dettata dagli interessi della Perversa Corporation Inc.. Tutti e due, chi pro e chi contro gli alieni, “ritornano” a un atteggiamento di naturale saggezza retrocedendo dalla convinzione che presto o tardi si troverà un modo per assoggettare questa roba selvatica e farne fonte di lucro.
Prendiamo il caso di Aliens. Il fatto che Burke sia antipatico e immorale non vuol dire che abbia torto. Io per esempio sono convinta quanto lui che un minimo di creatività umana basterebbe per importare lo Xenomorfo, vivisezionarlo per un po’ e poi piazzarlo sul mercato come arma. Il punto è che Ripley non vuole saperne: non le interessano le melliflue raffinatezze umane, lei pensa all’alieno come alla “bestia che sta tentando di farla secca”, e la cosa è sicuramente reciproca. Ripley e lo Xenomorfo non condividono una mentalità, ma una disposizione d’animo sì. La simmetria tra l’eroina e la leader dei mostri diventa evidentissima nel celebre duello tra madri, ma prima ancora di essere accomunate dall’istinto di protezione della prole queste due tipe sono legate da un’adesione categorica e ferina al vecchio “mors tua vita mea”.
Completato il processo di trasformazione in Na’vi, anche Sully non vede più niente di interessante nei “blue jeans”, i suoi valori e i suoi desideri divergono definitivamente da quelli dell’autorità umana, che a quel punto gli sembra semplicemente avida, decadente, marcia.
L’atteggiamento di Ripley, superficialmente, potrebbe ricordare quello del Colonnello Quartrich (ammazziamoli e basta). Sotto sotto credo sia più simile a quello di Sully perché deriva dal fatto che Ripley è capace di inquadrare lo Xenomorfo in un corretto quadro etologico. Come Sully, Ellen ha fatto esperienze che gli altri umani non condividono, come Sully, è l’unica a conoscere e capire veramente gli alieni, come Sully, ha qualcosa in comune con loro. Il successivo svolgimento della saga si orienterà in modo scoperto sullo sviluppo di questa traccia, ma la cosa ha la sua evidenza anche se si resta all’interno dell’episodio di Cameron.
Il rapporto tra questi eroi umani e gli alieni è molto stretto e totalizzante, è in primo luogo mentale ma non manca di un risvolto fisico, con l’ordalia atletica di Aliens e con l’inedita esperienza sensoriale di Avatar. Se Ripley, potenziata da un super-corpo meccanico che la mette all’altezza dell’anatomia insettiode, sì, ma pure perturbantemente metallica dello Xenomorfo, diventa equivalente all’aliena mollando i condizionamenti culturali per disseppellire l’istinto, Sully, incarnato in un super-corpo organico a forma di Na’vi per battersi contro un sosia di Chip Hazard maggiorato dall’esoschletro da guerra, impara a pensare come un Alieno attraverso l’educazione.
I processi sono quasi opposti (ritorno all’inimicizia primaria contro formazione alla difesa di un mondo fisico e spirituale) ma in ogni caso l’eroe umano porta a casa la pelle e protegge i suoi affetti adottando un prospettiva non-umana. Anzi, in un certo senso proprio anti-umana, visto che entrambi i film bene o male rappresentano la specie attraverso pochi tratti salienti: dipendenza dalla tecnologia, imperialismo e militarismo, con maggiore benché relativa simpatia per le propaggini di coraggio e cameratismo associabili all’ultimo.
L’idea che Avatar e Aliens siano lo stesso film funziona a livello di battuta, però l’avventura digitale su Pandora ha dato modo a Cameron di muoversi su soggetti e archetipi molto familiari alla sua poetica. “Diventare l’alieno” è uno di questi. Detesto dal profondo del cuore alcuni aspetti di Avatar, ma il film nel suo complesso conferma la mia antica ammirazione per questo straordinario autore con la spettacolarità nel sangue. Resta il mistero dello sconcertante Titanic, che forse mi sembra tanto imperscrutabile perché cita cose che non so o dibatte qualche questione che ignoro. Immagino che potranno occuparsene i posteri.

Predator e Alien hanno diverse cose in comune, a cominciare dell’esistenza di un sequel con il titolo al plurale e da un tot di bizzarre avventure in comune.
Nel primo, splendido, Predator, c’è coscienza del fatto che la civiltà umana (particolarmente quella americana, che al solito ne costituisce il campione) non sia estranea a comportamenti violenti e lati oscuri. Manca però il senso di colpa, rimpiazzato da una prosaica constatazione dello stato delle cose.
L’alieno è ancora l’invasore, come ai tempi delle vecchie navicelle, ma nemmeno i duri dei corpi speciali capeggiati dal granitico Dutch sono a casa loro. A dispetto del fatto che viene da un altro pianeta, il Predatore sfoggia una spiazzante adesione da guerrigliero al territorio.
Questo mostro deve il suo fascino all’impianto di una netta superiorità tecnologica su caratteristiche vagamente identificabili come “tribali”. Dunque si fa forte dello sleale vantaggio di equipaggiamento che i film di Cameron associano alla civiltà umana, e in più si trova anche a suo agio in una giungla inospitale, sfoggia un’acconciatura esotica e colleziona ritualmente macabri trofei venatori. Arriva – si presume – da una società che sforna gadget spaziali degni dei sogni di un trekker ma non ha mai smesso di premiare il cacciatore più forte. Mischiandoli, il Predatore sovverte almeno due popolari stereotipi legati alla rappresentazione dell’alterità aliena: spietato cervellone che si bulla di un’avanzata tecnologia marziale e super-corpo preurbano temprato dal contatto con la natura ostile.
Ma veniamo al dunque. Come si ammazza il Predatore?
Si tratta ancora di portarsi al livello della Cosa, solo che qui l’eroe raggiunge il risultato con una strategia inversa a quella di Ripley. Lei compensava l’inferiorità fisica attraverso un industrioso ricorso alle armi convenzionali o improvvisate, Dutch invece annulla la distanza tecnologica e lascia al meraviglioso corpo di Arnold Schwarzenegger il compito di vedersela con quello parimenti nerboruto, equivalente, dello smascherato Mostro Schifoso.
Pensando a quegli ultimi minuti di wrestling hardcore fra pari, viene spontaneo riflettere sull’introduzione di una sottorazza di Mostri Schifosi “ancora più grossi”, vista nel recente Predators e forse desunta dallo sviluppo che la saga della creatura ha conosciuto nei videogiochi e nei fumetti. Questa versione gigantesca si distingue dall’inclito predecessore per due motivi. Primo: non deve fare il culo al massiccio, protettivo eppur celibe (come Ripley con Hicks) Arnold, ma al longilineo e palesemente infatuato (di una ragazza sempre meno scream queen) Adrien Brody. Secondo: è un granchio-ragno-schifoso anche lui, ma con la mascella più squadrata. Andiamo, – dice quella mascella – lo so che Brody non è debitamente fisicato, ma contro di me nemmeno il vecchio Arnold avrebbe avuto speranze!
L’equivalenza all’alieno, in Predators, non è la destinazione da raggiungere, la tappa finale di una lotta per la sopravvivenza. È invece il punto di partenza, la strada per la vittoria passa dal suo superamento. Un manipolo di killer paragonabili per sanguinarietà all’alieno viene decimato finché il leader del gruppo, quello che sembrava il più simile al Mostro Schifoso, non fa una scelta ben poco mostruosa, sposando l’integrità e la cooperazione, e forse – ma ribadisco il forse – perfino la famiglia tradizionale o almeno la coppia come cellula virtualmente capace di perpetuare la specie umana.
Predators è ovviamente l’opposto di Avatar, ma si stacca anche da film come Aliens e perfino dallo stesso Predator. È una storia di confronto interplanetario che, contro la critica di Cameron e contro la cinica neutralità del suo predecessore, individua nei terrestri – fosse anche sul fondo della loro anima nera – valori comunemente descritti come “umani”. In Predators, pur senza tante fanfare e contro quanto suggerito dal titolo e dalla campagna promozionale, sono questi valori a risparmiare Adrien Brody dalle smanie di collezionismo dei bracconieri extraterrestri.
GORE GORE PUPPIES
A casa delle zie svampite, come dovreste sapere sin dall’infanzia, non c’è verso di zompare il temuto momento foto degli animaletti.
Questi sono i cani da caccia dei Mostri Schifosi, che li mandano in avanguardia suicida senza seguirli, non si capisce bene a che scopo.
I Predator Hounds sono forti e molto coraggiosi, con la pellaccia dura, adorano l’odore di mercenario morto al mattino e non lasciano peli sui cappotti.
Purtroppo siamo in un simil-horror, quindi valgono le regole già collaudate con gli omologhi terrestri: purè di cane da tutte le parti, ponte dell’arcobaleno e avanti il prossimo.
La Fondazione Henenlotter rileva una lieve somiglianza con il prossimo cucciolo.
Eccolo qui, il Thanator o Palulukan, il più massiccio giga-carnivoro da terra di tutta Pandora. Come molte altre creature del film sembra uscito dal manuale dei mostri di Dungeons and Dragons ed è stato ideato da Cameron in persona.
Il Thanator è protagonista di una scena che ricorda da vicino Ripley nell’elevatore contro lo Xenomorfo. A confronto con questa superba forma di vita vediamo il viscido Quartrich, protetto da un corpo meccanico che – significativamente – non è più arma improvvisata ma un vero e proprio mezzo da guerra. Successivamente, Quartrich ne fa uso anche per battersi contro l’avatar di Sully.
Nemmeno il Thanator è peloso.
Il famoso gatto Jones si distingue dagli altri due per il fatto di essere peloso e di costituire un’illustre eccezione alla regola dell’animale domestico. Non solo è sopravvissuto a Ridley Scott ma è ricomparso perfino nel sequel di Cameron, in ottima forma e di buon appetito.
Il ruolo di questo gatto nel primo Alien è molto discusso. Secondo alcune interpretazioni il salvataggio finale di Jonesy sarebbe un indizio dell’istinto materno di Ripley, successivamente evidente per tale in Cameron grazie alla relazione con Newt; altre letture vedono l’attaccamento del personaggio della Weawer al suo gatto come un tratto sessista.
Io penso sia simbolo del fatto che Ripley non è una stronza. Ripley risponde a un modello di eroe molto classico, forte e se necessario violento come si addice a un guerriero, ma anche protettivo e soprattutto affidabile. Vederlamettere in salvo il gatto ci rassicura sul fatto che questa tipa è veramente quello che sembra: un eroina fino in fondo, qualcuno su cui si può contare e che si può ammirare senza riserve prendendosi una pausa dal cinismo.
Jones, come succede quasi sempre, è stato interpretato da diversi gatti.